Privilegio e condanna di un cognome tanto breve quanto ingombrante: tra le luci della ribalta mediatica e l’ombra di un ingegno musicale molto più ordinario, Roger Eno coltiva a fasi alterne il suo impressionismo pianistico. Il fratello minore di Brian, in effetti, ha per molti versi l’indole di un pittore occasionale, o di un collezionista che attende con pazienza di avere tutti i pezzi necessari prima di farne degna mostra.
Se escludiamo la raccolta di tracce recuperate e pubblicate nel 2013 (“Little Things Left Behind 1988-1998”), quasi un decennio è trascorso dagli ultimi album in senso proprio, “Anatomy” e “Flood” (2008). Se non altro oggi i quadretti “sospesi” di Eno hanno trovato una collocazione ideale nel catalogo della Recital di Sean McCann, ben curata selezione principalmente dedicata ad ambient e modern classical.
Una vetrata dalle sezioni romboidali quasi tutte opache, tranne una satura di verde naturale e un’altra occupata dalla parte superiore di un viso, uno sguardo dimesso probabilmente sottratto a una raffigurazione sacra. L’immaginario poetico di Roger è corredato da fotografie, brevi racconti, suggestioni che accompagnano e arricchiscono un’esperienza d’ascolto estranea ai ritmi del terzo millennio.
Con gesto delicato le trame si dipanano da e ritornano a una singola tonalità, come esili meditazioni che in origine fossero destinate a una pratica mentale anzitutto individuale, e solo in seguito racchiuse in una forma pura e universale.
L’animo romantico di Chopin e l’arredamento musicale di Erik Satie – ancora oggi sorgente inesauribile di ispirazione – tendono idealmente la mano all’essere-tempo della New York School, alle simmetrie storpie di Morton Feldman (“Deedee Alone”, “That Sinking Feeling”) e ancora verso l’Oriente color pastello di Miyazaki (“Silk”, “Bee In Early August”). Infine, il sigillo dell’opera, eseguito su un pianoforte scordato, offre una sintesi precisa ed evocativa: “Out Of Tune, Out Of Time, Out Of Here”.
Quieto splendore, nulla più. È di famiglia.
06/12/2017