KADHJA BONET - Childqueen

2018 (Fat possum)
art-soul

“Non mi piace definirmi un’artista, non mi piace definirmi una cantante o persino una musicista”: è questa la provocazione da cui partire per definire la californiana Kadhja Bonet, cantante, multistrumentista, e a quanto pare istigatrice nata, viste le parole usate per descriversi. Certo, questo suo esordio suona molto come un omaggio alle fascinazioni neo-soul della migliore Erykah Badu. Ma non solo.

“Childqueen” è un album irto di bassi funky che scivolano alla stregua di un Thundercat “qualunque”, ipnosi r’n’b, magnetici vocalizzi (“Delphine”) e una narrazione che poggia supina su quello che potremmo definire come un inguaribile ottimismo, la necessità di ritrovarsi ad ogni mattino spinti magari da una marcetta e da un invitante coro di sirene (“Procession”). La Bonet esplora se stessa e la musica soul, talvolta avvolgendosi in un climax di archi e bassi in festa che anestetizza i pensieri cattivi (“Joy”).

E’ puro soul bucolico, come non lo si ascoltava dai tempi della dimenticata Georgia Anne Muldrow, un’altra inseguitrice di strade parallele, suggestioni corali, e incastri folcloristici. La faccenda diventa ancora più interessante dinanzi a canzoni come “Wings”, brano introdotto da violini, a cui segue un passo black morbidissimo sorretto melodicamente da un refrain alla Minnie Riperton. L’inchino ai bei tempi della Motown e della Stax, dei teneri abbracci al tramonto, prosegue inoltre in “Mother Bay”, prima che la conclusiva “Second Wind” accarezzi l’ascoltatore con delicati svolazzi psych-soul di grande resa.

Niente male per una “principiante”.

11/09/2018

Tracklist

  1. 1. Procession
  2. 2. Childqueen
  3. 3. Another Time Lover
  4. 4. Delphine
  5. 5. Thoughts Around Tea
  6. 6. Joy
  7. 7. Wings
  8. 8. Mother Maybe
  9. 9. Second Wind

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