Superchunk

What A Time To Be Alive

2018 (Merge) | alt-rock

Sembra più una fiaba che una recensione. La storia troppo bella per essere vera, la vicenda capace di sfuggire alla trita realtà (musicale) di tutti i giorni e darci qualcosa in più. Iniziamo allora con il classico: c'era una volta, in luogo molto lontano chiamato North Carolina, precisamente a Chapel Hill, un gruppo di giovani musicisti: il chitarrista e cantante Mac McCaughan, l'altro chitarrista Jim Wibur, la bassista Laura Ballance e il batterista Jon Wurster. E' il 1989 e i quattro formano i Chunk, nome dovuto all'errore di trascrizione capitato al precedente batterista Chuck Garrison. Il gruppo aggiunge poi il Super per non confondersi con un ensemble jazz newyorkese: in realtà, erano tutti consapevoli del loro valore, tanto da formare di li a breve una propria etichetta per tutelare l'indipendenza del percorso artistico. Nome della label? Merge Records. Nel 1990 pubblicano “Superchunk” creando così il Regno dell'Indie Rock: un luogo fantastico, pieno di libertà ed estro, dove sferzate punk si fondono a travolgenti ritornelli, batterie inarrestabili e scatenati assoli.

Per undici anni e otto dischi nel Regno dell'Indie Rock vive la pace e la prosperità: i Superchunk diventano un culto assoluto, regalando ad ogni lavoro una potenza e una freschezza sonora inaudite, una discografia senza un solo passo falso. Si divertono parecchio – così come noi – a fare la loro musica, poi però, come in ogni fiaba, oscure nubi si addensano su Chapel Hill: "Here's To Shutting Up" – titolo emblematico – segna l'inizio di un silenzio lungo nove anni. Un periodo passato – tra un progetto parallelo e l'altro - a lanciare realtà come Arcade Fire, Spoon e Neutral Milk Hotel. La fine sembra scritta, invece nel 2010 ecco tornare i nostri prodi con il clamoroso "Majesty Shredding", seguito da "I Hate Music". Stavamo iniziando a preoccuparci, poi l'attesa di cinque anni è terminata: ecco il nuovo capitolo della Fiaba Alternativa battezzato "What A Time To Be Alive".

Deve esserci anche un Mostro, un Drago da sconfiggere: quello di "What A Time To Be Alive" si chiama Donald Trump. Se "I Hate Music" era incentrato sulla perdita e il passaggio del tempo, l'ultimo lavoro (scritto di getto dopo le presidenziali americane, tra novembre 2016 e inizio 2017, sotto la supervisione di Beau Sorenson) si cala profondamente nel contesto attuale: “It would be strange to be in a band, at least our band, and make a record that completely ignored the surrounding circumstances that we live in and that our kids are going to grow up in. It’s a record about a pretty dire and depressing situation but hopefully not a record that is dire and depressing to listen to.”
Tranquillo Mac: quest'urgenza, questa rabbia crea - ancora una volta e forse più dei precedenti - l'ennesimo meraviglioso disco dei Superchunk. Mezz'ora di chitarre e ritmi sfrenati, più quel gusto melodico capace di rendere il gruppo un modello assoluto. “Come diavolo fanno i Superchunk dopo tutti questi anni a essere ancora così ispirati ed energici e non sbagliare un colpo?”, esclama l'ascoltatore affezionato - mentre il neofita si immerge subito nel mood - dopo il primo minuto dell'omonima prima traccia in cui la band sfodera tutta la sua grinta e il suo talento. Senza le passate incursioni nei synth o negli arrangiamenti che impreziosivano instant-classic come "Fractures In Plaster", i quattro sono concentrati nella creazione di brani rapidi dall'impatto trascinante, come le successive “Lost My Brain” - poco più di un minuto di puro punk-rock – e “Break The Glass” dimostrano.

Superata “I Got Cut”, prima anticipazione di "What A Time To Be Alive", capiamo come rabbia e indignazione siano presenti in forma calibrata e sapiente, miscelate a esperienza e maturità, cosa che ci si aspetta da un musicista maturo come McCaughan. Per questo "Reagan Youth" è uno dei cardini di "What A Time To Be Alive": due minuti infuocati in cui si invoca ancora una volta l'importanza e il potere salvifico della musica (punk) per scagliarsi contro i cattivi (politici). Vertice.
Preziose le collaborazioni, tra cui spicca il nome di Mr. Magnetic Fields Stephin Merritt ai cori in "Bad Choices". L'intro acustico della conclusiva "Black Thread" sembra la meritata pausa che i Superchunk vogliono prendersi prima del congedo, ma così non è: subito arrivano cassa, rullante e corde ruggenti verso uno dei chorus - e puntuale annesso assolo - più travolgenti dell'opera.
Si chiude così il disco più politico e arrabbiato dei Superchunk, ma proprio per questo sempre pieno di energia, riscatto e bellezza. Non sappiamo se "vissero tutti felici e contenti", ma la fiaba più bella dell'indie-rock continua...

(23/03/2018)

  • Tracklist
  1. What a Time to Be Alive
  2. Lost My Brain
  3. Break the Glass
  4. Bad Choices
  5. Dead Photographers
  6. Erasure
  7. I Got Cut
  8. Reagan Youth
  9. Cloud of Hate
  10. All for You
  11. Black Thread


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