Ada Lea

What We Say In Private

2019 (Saddle Creek) | alt-folk, pop-rock

Il 2019 è indiscutibilmente l’anno della musica al femminile. Quello a cui stiamo assistendo è l’affermarsi di una soggettività artistica sempre più complessa e variegata, finalmente svincolata dallo stereotipo della folksinger intimista (non che dispiaccia) o dalla trasgressività in chiave sessista. E’ un grande patrimonio culturale e creativo, quello che sta emergendo in varie forme e contenuti. Tuttavia, sorvolando su una eventuale lista per i più distratti, ritengo più opportuno concentrare l’attenzione su questo potente e accattivante esordio.

Nuovo acquisto della Saddle Creek, Ada Lea (vero nome Alexandra Levy) è una cantautrice canadese pronta a riscrivere in parte le regole del folk-rock, abbattendo quei confini di stile e di linguaggio spesso appannaggio dei profeti del moderno lo-fi.
In sole dieci canzoni l’autrice in “What  We Say In Private” condensa Beatles, Peter Gabriel, Breeders, Karen Dalton, PJ Harvey, Wilco e David Bowie, senza lasciar traccia della loro influenza, grazie a una nonchalance creativa, frutto di una personalità audace e sicura. Una gradevole teatralità pop-rock (“Mercury”) e una turbolenza emotiva in bilico tra disagio e angoscia (“Easy”) sono il leit-motiv di un disco ambizioso e compatto, dove caos diventa sinonimo di libertà. 

A volte, il pensiero va ai Big Thief, con i quali Ada Lea condivide un approccio ritmico che mette insieme alt-rock, progressive e jazz (“Wild Heart”), accennando a più riprese uno stimolante surrealismo (Ada è anche una pittrice e una visual artist). Nulla è come sembra, nel mondo intimo e privato di Ada Lea: i colori abbaglianti dei synth che tinteggiano lo splendido dark elettronico di “For Real Now (Not Pretend)” nascondono insidie ed emozioni la cui fragilità è simile alla loro forza. Ed è travolgente e inusuale il crescendo slow-core vs psych-rock di “What Makes Me Sad”, un brano dalla sensualità ambigua e sotterranea che sembra uscire da un disco di Connan Mockasin o David Bowie.

E’ un album che tiene fede al suo titolo, “What  We Say In Private”: Ada Lea utilizza frame familiari per poi violarne i segreti. Accade ad esempio in “The Dancer”, inaugurata da note introspettive che accennano un prevedibile folk-pop, e poi sfibrata del residuo romanticismo con una forza poetica e descrittiva alla Kate Bush, evolvendosi verso una dinamicità armonica e strumentale inaspettata.
Va preso dunque atto che abbiamo di fronte un’artista abile nel trasformare la routine in qualcosa di speciale, come accade nel singolo “The Party”: un resoconto apparentemente ordinario di un giorno d’evasione, che diventa oggetto di una riflessione più ampia (si ascolti il brulicare di rumori e l’avvizzire degli accordi sul finale).

Accade lo stesso nel fragile dialogo a più voci con tanto di uccellini e rumori di strada adagiati su pochi accordi di chitarra acustica di “Just One, Please”, o nell’ancor più intima e confidenziale “Yanking The Pearls Off Around My Neck...”, che non solo rimarca il talento di Ada Lea come autrice (avrebbe potuto incidere un album folk-blues per voce e chitarra e staremmo qui lo stesso a tesserne le lodi) ma anche come interprete. E’ infatti sorprendente la gamma di toni e sfumature che l’artista dispensa nelle dieci tracce di “What We Say In Private”, tra sospiri e toni acuti che si avvicendano senza soluzioni di continuità. Non a caso, ho finora tralasciato “180 Days”: una nervosa e scheletrica rock-ballad che Ada Lea sottolinea con una molteplicità di stati d’animo, che coniugano il romanticismo alla forza selvaggia dei sentimenti, bruciando e ustionando come, e più, del ghiaccio.

Passione ed eccessi sono il nutrimento di un album che esprime una vitalità artistica che va al di là di parole e musica, in un esordio folgorante e maturo.

(02/08/2019)



  • Tracklist
  1. Mercury
  2. Wild Heart
  3. The Party
  4. For Real Now (Not Pretend)
  5. Just One, Please
  6. What Makes Me Sad
  7. The Dancer
  8. Yanking The Pearls Off Around My Neck. . .
  9. 180 Days
  10. Easy






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