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Troppo lontano e altre storie (ristampa)

2019 (Spittle) | hardcore punk

In un tempo nemmeno troppo lontano, per pronunciarsi su qualsiasi argomento si tendeva ad avere non dico delle competenze, ma quantomeno un reale interesse nel tema trattato: non si era ancora affermata questa bislacca abitudine per cui tutti possano/debbano dire ad ogni costo la propria su tutto, a tempo perso, per riempire un vuoto più che per aggiungere un parere. In campo artistico e soprattutto musicale, questo si traduceva in una logica dei blocchi sovente manichea, come ad esempio quella anchilosata che vedeva contrapposti autori "impegnati" e "intimisti". Il vantaggio di questa rigida frontiera era di avere degli autentici professionisti al servizio di una determinata causa: Phil Ochs non scriveva canzoni personali come Eric Andersen non scriveva canzoni politiche, ma tutti e due erano così bravi nei rispettivi mestieri che nessuno ha mai avuto di che lamentarsi.

In un paese come l'Italia, egemonizzato da una cultura militante che ha permeato un po' tutti gli aspetti della vita sociale, la linea di demarcazione era spietata: bieca musica leggera per cullare i sentimenti, boriosa canzone d'autore per mettere a posto la coscienza. Una fase inquieta come l'adolescenza, motore primigenio del rock'n'roll, da queste parti non ha mai avuto diritto di cittadinanza: dall'incoscienza infantile si passava a un'età pre-adulta in cui scegliere se diventare conformisti o antagonisti. Un ragazzo sensibile e introverso, in una realtà simile, era il più delle volte condannato.

In quel di Torino, la prussiana Detroit italiana in cui sopravviveva solo chi aveva la pelle spessa, il problema assunse i contorni della tragedia durante i primi anni 80, quando iniziarono a mancare movimenti di grande respiro a tutela di una generazione allo sbando. L'hardcore, di cui il capoluogo sabaudo fu massimo epicentro nazionale, si mosse proprio da tale necessità: sarà per questo che, in una città operaia fisiologicamente attraversata da tensioni politiche, esso si declinò in una maniera del tutto originale e, per paradosso, assai poco "torinese". Band come Negazione o Nerorgasmo, pur non disdegnando affondi frontali, iniziarono a prendere le distanze dagli slogan per abbracciare una poetica sì rabbiosa, ma rivolta ai tormenti dell'individuo più che alle storture del sistema: la critica sociale era atta a denunciare la disumana condizione dei tanti kids alienati, piuttosto che a sobillare molotov e P38. Mancava ancora qualcosa, però: quella melodia che, nell'immaginario collettivo, è fiore all'occhiello dell'italianità pentagrammata. Diretta ed emozionante, quella musica rimaneva ancora troppo "dura" per molte anime spaesate.

La soluzione venne da un trio che, pur afferente alla ricca scena piemontese, proveniva dall'ultimo posto in cui verrebbe da collocare un gruppo punk: Aosta. Un isolamento che deve aver aiutato Gianpiero Capra, Sergio Milani e Alberto Ventrella a sviluppare un proprio idiosincratico modus operandi, in aperta controtendenza con tutto quanto la seriosa e cinica musica italiana sia mai stata: folgorati dagli Husker Du, ne importarono a forza la duplice indole intimista e melodica, coniandone una risposta adorabilmente maccheronica. Ingenue e sofferte, cariche di foga giovane, atterrite dal trascorrere del tempo e dall'indifferenza del mondo, le loro ispide elegie hanno soffiato una considerevole ventata d'aria fresca sul punk dell'epoca, rassicurando più di uno sfigato sulla non necessità di entrare in clandestinità per avere una colonna sonora ad alti volumi.

Ricevuti con i massimi onori alla corte della Blu Bus (Stefano Giaccone si legherà al trio anche come membro esterno), hanno segnato quegli anni non facili con una manciata di dischi invecchiati più che dignitosamente, risparmiandoci la loro profezia di dover "morire di nostalgia": almeno "Irreale realtà" (1985), "Se ho vinto ho perso" (1989) e "Parlami ancora" (1992) rimangono tra gli episodi più autentici e necessari del rock nazionale, capaci nondimeno di riscuotere importanti consensi in tutta Europa, pur senza mai tradire l'idioma patrio.

Complici una reunion e un documentario, il catalogo dei valdostani è tornato di recente sotto i riflettori, con conseguente raffica di ristampe. Licenziato in origine nel 1996 e pensato come ultimo atto della band, "Troppo lontano e altre storie" raccoglie materiale di diversa provenienza e datazione, per lo più acustico: oltre a riproporre per intero l'omonimo singolo del 1987 e il mini-Lp del 1989 "La diserzione degli animali del circo" a nome Kina & Howth Castle (con Lalli & Giaccone, contenente tra l'altro la coerente cover dei Social Distortion "It's The Law"), aggiunge outtake, versioni alternative (da non perdere la scarna resa dell'anthem "Questi anni", mouldiana alla radice) e l'inedito "La strada dei vetri". Pur parziale e frammentario, è un valido strumento per avvicinarsi all'arte imperfetta di questi tenerissimi ribelli, tornati sulla breccia più scatenati che mai. Cercando, sempre cercando

(12/07/2019)

  • Tracklist
  1. Troppo lontano
  2. Grigio
  3. Quando...
  4. Questi anni
  5. Occhi di rana
  6. Cosa farete
  7. Il mio dolore
  8. It's the law
  9. Sabbie mobili
  10. New season
  11. Mondo mai visto
  12. La strada di vetri
  13. Il nostro forte
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