Michael Kiwanuka

Kiwanuka

2019 (Polydor) | psych-soul, songwriter

Il ritorno del re. A guardare la copertina di "Kiwanuka", dove il cantautore londinese di origini ugandesi appare bardato come un novello Carlo V, viene da aprire la recensione con questa pomposa citazione tollkieniana. Lungi da noi conferire a Michael Kiwanuka cotanto titolo nobiliare, che nella storia della musica black ha predecessori non solo illustri, ma anche difficili da associare a una personalità più misurata di quelle dei vari Michael Jackson o Prince, volendo scendere di un grado nobiliare. Giocare con il titolo che chiude la "Trilogia dell'anello" viene però comodo introducendo un disco certamente segnante per l'universo black, specie dalle parti delle sue costellazioni più raffinate e rispettose del passato, certamente affollate, ma anche piuttosto caotiche e disorganizzate, bisognose di nuovi fari, di personalità guida.
Il presentarsi così impellicciato di Kiwanuka, l'intitolare il disco con il suo solo cognome hanno il sentore quindi di una presa di coscienza, e di responsabilità, proprio come avviene ad Aragorn, il re rinnegato dei libri che accetta finalmente il suo fardello e va a riprendersi Gondor. Non è dunque un caso che "Kiwanuka" sia il disco più nero del cantautore, dove le chitarre Floyd-iane di "Love & Hate", quasi estinte, lasciano maggior posto al calore del vecchio soul d'annata. Meno evidenti e sfacciate sono le prese di posizioni politiche, che però fanno da sottotesto costante, profondendo un egualitarismo raggiante e positivo.

I coretti di "Living In Denial" e "You Ain't The Problem" ritmano due brani fantastici, col potere di catapultarti nel calore del ghetto, sia esso il Bronx o Camberwell Green. Specialmente la seconda canzone, che insieme ai colori sgargianti del titolo in copertina potrebbe funzionare bene nell'introduzione di un buon vecchio film blaxploitation, di quelli tutte mamme premurose e funky, bigodini e umanità traboccante oltre la sfortuna sociale. Il groove afro, la chitarra grinzosa come la schiena di un gatto sulle difensive sono una festa e conducono a un ritornello che suona come un motto, una calorosa incitazione a non colpevolizzarsi.
Molto movimentata è anche "Rolling" che, con il suo basso corposo e il cantato arzillo, scivola lentamente nella successiva "The Kind Of Love", una ballata avvolgente, un vero purosangue soul con abbellimenti minimali di pianoforte e archi drammatici.
Diviso in due sezioni, "Hero" è un altro pezzo da novanta. Dopo l'introduzione rarefatta e dolente, è la volta di un riff incalzante di chitarra, che con un bassone a rimorchio si produce poi in stridenti evoluzioni Hendrix-iane. L'altrettanto lunga "Hard To Say Goodbye" è un pelo meno riuscita; le effusioni invero un po' banali delle strofe vengono però tratte in salvo da un delizioso finale cinematografico.

La canzone più moderna e, volendo azzardare, "bianca" del lotto è "Final Day", in cui la voce di Kiwanuka, leggerissima, si libra tra field recording tra la folla e borbottii di pianoforte e chitarra, sfociando infine negli svolazzi lirici di "Interlude (Loving The Peolpe)". Chiudono due ballate soffuse, al lume di timidi, vecchi sintetizzatori: la dolente "Solid Ground", altra prova canora da urlo, e la fioca "Light", sfumata da delicati ricami di chitarra elettrica.
Più sorprendente, talvolta spiazzante, specie nei suoi momenti più psichedelici, "Love & Hate" rimane ad oggi il capolavoro dell'inglese. "Kiwanuka" ha però dalla sua personalità e consapevolezza mostruose, che ne fanno un instant classic e preludono a un futuro certamente brillante e, immaginiamo, istituzionale.

(05/11/2019)

  • Tracklist
  1. You Ain't the Problem
  2. Rolling
  3. I've Been Dazed
  4. Piano Joint (This Kind of Love)
  5. Piano Joint (This Kind of Love)
  6. Another Human Being
  7. Living In Denial
  8. Hero
  9. Hero
  10. Hard to Say Goodbye
  11. Final Days
  12. Interlude (Loving the People)
  13. Solid Ground
  14. Light


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