Sono passati vent'anni dall'impareggiabile debutto "Since I Left You" (2000), disco che aveva scosso il mondo della musica sotto numerosi aspetti, non solo artistici. Da quella pietra miliare passarono ben sedici anni prima di gustare l'agognato seguito, quel gioiellino pop psichedelico che è stato "Wildflower", nato in seguito ad alterne circostanze. Dopo un sorprendentemente breve intervallo di soli quattro anni, gli australiani Avalanches - ormai ridottisi ufficialmente a duo - tornano alla ribalta con "We Wiil Always Love You", album più spensierato ed esultante rispetto ai lavori precedenti.
Attraverso il loro caparbio stile di saccheggio musicale, Robbie Chater e Tony Di Blasi, pur conservando il ricco utilizzo di campioni estratti dal catalogo della musica di tutti i tempi e spaziando con la consueta scioltezza tra ambient, elettronica, disco-music anni 70, funk e r&b, hanno aggiunto un'adeguata sequenza di suoni live e associato importanti interventi vocali compiuti dall'enorme schiera di illustri ospiti invitati per l'evento.
In ogni brano del disco sono incasellate idee, voci, featuring d'inusitato pregio; giusto per intenderci, gli esploratori psichedelici MGMT si uniscono al leggendario Johnny Marr sull'elettrica e dopata "The Divine Chord", e l'epico Mick Jones si combina al polistrumentista californiano Cola Boyy danzando al ritmo dancefloor di "We Go On", con campionamento estratto dal repertorio di Karen Carpenter, mentre nella vischiosa "Interstellar Love" è l'incantevole anima vocale di Leon Bridges ad aumentare il già elevato livello di gratificazione su un sample che, nel finale, incastona un loop di "Eye In The Sky" di Alan Parsons Project.
Nell'album i quesiti esistenziali sono posti ovunque. "Song For Barbara Payton" fa riferimento alla lotta contro l'alcolismo, proprio come accaduto a Chater in passato e in "Oh The Sunn!", con la partecipazione dell'enorme Perry Farrell dei Jane's Addiction, si divaga, su esperienze di droga e spiritualità trascendente. Nella title track le eteree armonie di "Hammond Song" dei Roches cedono lo scettro alle sonorità più vigorose di Blood Orange, che dialogano con il sample di Smokey Robinson a ritmo trip-hop.
Tra i momenti salienti emerge "Reflecting Light", con l'inconfondibile e intatta vocalità di Sananda Maitreya, o Terence Trent D'Arby per i più conservatori. È per palati fini la grande intuizione di rielaborare per il brano un campione estratto dal repertorio folk della magistrale cantautrice inglese Vashti Bunyan, per troppo tempo rimasta incredibilmente nell'oscurità.
"We Will Always Love You" è contraddistinto da un numero considerevole di tracce interstiziali, brevi ma necessarie per unire il maestoso collage: tra tutte "Carrier Waves" e "Dial D For Devotion", un pezzo straziante di circa trenta secondi con Karen O degli Yeah Yeah Yeahs che mormora un testo scritto da David Berman dei Purple Mountains, artista suicidatosi tragicamente nel 2019.
C'è sofferenza in "Until Daylight Comes", recitata da Tricky con voce strozzata, seguita da "Wherever You Go", che con ritmi house e l'aureo contributo di Jamie XX, Neneh Cherry e del produttore australiano Clypso crea un netto distacco dal resto di una scaletta sempre ricca di sorprese, come l'intervento di Rivers Cuomo dei Weezer e del rapper Pink Siifu, protagonisti nell'indie-pop di "Running Red Lights".
Nell'uptempo di "Music Makes Me High" a risplendere è la tipica euforia dell'Ibiza dei 90, sfumata dalla soffusa "Overcome", che riecheggia notti passate su caliginose piste da ballo, mentre l'hip-hop d'autore spunta in "Take Care You Dreaming", con la qualità di Denzel Curry in grande spolvero, e un velo di mestizia permea, invece, la posata recitazione di Kurt Vile in "Gold Sky".
Gli Avalanches cesellano, come al solito, un full length intriso di cavillose sonorità, più calde e contemplative rispetto al passato, e formato da un numero elevato di canzoni di grande rilievo, collegate da intermezzi forse un po' troppo ridondanti, che rischiano di affievolire l'efficacia del progetto nel suo insieme.
Ma il pensiero di immaginare questo grandioso lavoro fluttuare nel profondo del cosmo, intrecciandosi tra luce, suono, energia e spirito, proprio come recitano le note di chiusura della traccia "Weightless", impreziosita dalla storica frase latina incisa in codice morse all'interno del Voyager Golden Record lanciato nello spazio nel 1977 - "Per Aspera Ad Astra - Attraverso le asperità fino alle stelle" - è forse il più bell'augurio d'amore universale che si possa fare a "We Will Always Love You".
22/02/2021