Cornershop

England Is A Garden

2020 (Ample Play) | guitar pop, rock’n’roll, psichedelia

Impiega pochissimo, “St Marie Under Canon”, per tramutarsi da semplice opener in perfetto abstract della pura gioia pop che riserveranno i cinquanta minuti di “England Is A Garden”, squillante ritorno discografico dei Cornershop di Tjinder Singh e Ben Ayres, a parecchi anni di distanza dagli ultimi dispacci da quello strano pianeta - “Hold On It’s Easy”, datato ormai 2015, era di fatto solo una nuova registrazione in chiave easy listening del vecchio “Hold On It Hurts”.
Impiega pochissimo, dicevo: giusto venti secondi. È il tempo che le ci vuole per introdurre un battito sfacciato e preso di peso da “I Am The Resurrection”, un riff d’organo da squinternata sixties garage band, chitarre jangle e la voce imperturbabile di Singh, morbida e svagata come un Bolan d’annata. E poi quei cori celestiali, quei flauti nascosti nel mix: tutto, in questo pezzo, cospira a una vera liberazione pop, da spalancarci le finestre in una primavera in cui tutto il resto sembra invitare a non farlo.

È passato quasi un quarto di secolo dall’unica, impronosticabile hit dei Cornershop, quella “Brimful Of Asha” che nel 1998 - opportunamente euforizzata dal remix di Norman Cook - divenne un vero e proprio tormentone che però ancora oggi sa stampare un sorriso sul volto dell’ascoltatore occasionale come di quello più smaliziato. Merito di un apparato melodico irresistibile, certo, ma pure di una capacità evocativa di cui solo il miglior songwriting è capace. A rimetterla sul piatto, ci percepisci intatto il mondo intero che l’aveva generata: luoghi e persone tangibili, non compiaciuto namedropping; cinema e musica - e musica per il cinema, in questo caso: si parlava di Asha Bhosle - come strumento di riflessione sulla società e miccia per una rivoluzione gentile.
Se con il tempo i Cornershop hanno perso per strada le svisate più hip-hop e raga del bellissimo lavoro che la conteneva - “When I Was Born For The 7th Time”, un manuale su come prendere il crossover radicale di “Ill Communication” e “Odelay” e farne materia del tutto personale - si può dire che quell’esatto spirito di serena ribellione si aggiri oggi per l'intero “England Is A Garden”, compattato però in dodici tracce che compendiano con gran freschezza almeno trent’anni di evoluzioni pop britanniche.

Che questa sia musica leggera eppure eminentemente politica, Singh lo rende esplicito a volte sin dai titoli. Basti a mo’ di esempio la memorabile pigrizia woke della filastrocca “Everywhere That Wog Army Roam”, tre accordi che si gonfiano fino a includere fiati di una solarità abbagliante e una festa di percussioni in aperto contrasto con il tema dei versi: la particolare attenzione - chiamiamola così - rivolta dalle forze dell’ordine ai cittadini di origini asiatiche (“wog” è dispregiativo razziale ricorrente, nella discografia dei Cornershop).
Se pare poco per farne manifesti di classe, il succo del discorso è comunque tutto lì: non importa che tu sia nato e cresciuto in Inghilterra e che la tua famiglia sia arrivata lì dall’India quasi sessant’anni fa; semplicemente, spesso riaffioreranno beceri rigurgiti nazionalisti e i tuoi connazionali non ti vorranno lì. Tradurre questo disagio in canzoni pop che integrino nella tradizione brit elementi della cultura d’origine - strutture ripetitive, sitar, tabla - è l’obiettivo di Singh da sempre, e “England Is A Garden” non fa eccezione.

E allora è tutto un dolce frullare Sessanta e Settanta, a partire dal giro stonesiano del singolo “No Rock Save In Roll” - il diavolo è ancora nei dettagli, qui: percussioni ovunque e cori esagerati, però affogati nel missaggio - e dalle T. Rex moves di “I’m A Wooden Soldier”, disturbata da effetti sonici che non avrebbero stonato in qualche B-movie fantascientifico d’epoca.
Se poi la title track è un piccolo affresco bucolico che appiccica le consuete sonorità indianeggianti su una pastorale che non si fatica a immaginare in qualche lavoro di Mark Everett (direi “Daisies Of The Galaxy” o “End Times”), l’album offre almeno un paio di altri highlight, leggeri come piume: “Cash Money”, che prende le mosse da un minuscolo riff che dolcemente riecheggia lo storico successo di Singh (i maligni potrebbero definirla un autoplagio), è un’ipnosi che trova subito il passo giusto e dà l’impressione di poter continuare per ore senza annoiare mai; “One Uncareful Lady Owner”, vertice assoluto dell’opera, è invece una scatenata brezza indie dalla melodia ascendente che rivaleggia con il repertorio dei Supergrass giovani ed è pure un attestato di maestria di scrittura - quell’arrangiamento ricchissimo e debordante in mani meno capaci finirebbe davvero per essere un casino.

Forse i nove minuti della conclusiva “The Holy Name” sono perfino eccessivi, ma in quel chiacchiericcio di sottofondo che si muta in canto collettivo e improvvisato - sembra che tutti i partecipanti lo stiano imparando a registratori accesi, con Singh a dirigere un mercato affollato - sta forse lo spirito di un disco luminoso e senza tempo, fatto per sollevare lo spirito senza distogliere lo sguardo dalle storture del presente.
Dalla mattina alla sera e fino all’ultima luce, “England Is A Garden” è uno di quegli album pop che sanno ancora tenere vivo un sogno.

(14/04/2020)

  • Tracklist
  1. St Marie Under Canon
  2. Slingshot
  3. No Rock Save In Roll
  4. Everywhere That Wog Army Roam
  5. King Kongs
  6. Highly Amplified
  7. England Is A Garden
  8. Cash Money
  9. Morning Ben
  10. I’m A Wooden Soldier
  11. One Uncareful Lady Owner
  12. The Holy Name
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