Matt Berninger

Serpentine Prison

2020 (Concord) | singer-songwriter, chamber pop

Matt il romantico, Matt il disilluso. Matt il decadente, Matt il cinico esistenzialista. Matt il dandy sofisticato con il blazer blu notte, Matt che le fan gli tirano i fiori. Matt con gli occhiali da saldatore, Matt con la barba. Matt che si lancia nel pubblico per ringhiare "Mr. November" tutti insieme in una catarsi adrenalinica e sudata. Matt con la bottiglia di vino, Matt che si è calmato. Matt che con quella voce potrebbe cantare l'elenco telefonico, Matt che canta sempre uguale.
C'è poco da fare: se i National sono stati una delle ultime band del circuito indie a riuscire ad arrembare le classifiche, da una parte dell'oceano e dall'altra, è in gran parte merito di un frontman sfaccettato e istrionico come Matt Berninger. Non solo il suo baritono elegante e vellutato è la veste perfetta per i suoi testi amari e romantici, ma il cantante ci ha messo anche un physique du rôle e un'attitudine che, pur lontani dallo stereotipo della rockstar, ne hanno fatto un'icona capace di catalizzare l'attenzione su una band che altrimenti avrebbe fatto tutt'altri numeri. Con buona pace di chi quasi lo schernisce attribuendo ai, senz'altro più musicalmente preparati e talentuosi, gemelli Dessner tutta la qualità della formazione dell'Ohio.

Con premesse del genere, appare chiaro il grande interesse generato da questo esordio solista, che arriva a più di vent'anni dagli esordi della band. In realtà una sortita semi-solista (in compagnia del ben meno noto Brent Knopf dei Menomena) c'era stata, cinque anni fa a nome El Vy. Ma se a ricordarsene sono in pochi ci sarà un motivo.
L'idea di partenza di Berninger per un disco solista era quella di un realizzare un lavoro di tutte cover, attività nella quale si diletta spesso (assolutamente da recuperare quelle di "Holes" dei Mercury Rev e "Not" dei Big Thief), in modo da allontanarsi temporaneamente dall'oscurità che finisce ineluttabilmente per pervadere i suoi testi.
Aveva deciso dunque di coverizzare per intero il disco che, tra tutti gli altri, più gli infonde calma, il preferito di suo padre, quello che gli aveva allietato la gioventù: "Stardust" di Willie Nelson. Sarebbe stata certamente un'operazione interessante, che speriamo prenda presto forma live o in un nuovo disco, ma data la qualità e i punti di vista privilegiati sull'animo di Berninger offerti da questo "Serpentine Prison", quasi ci fa piacere sia stata accantonata, nonostante i dolori creativi che l'oscuro scrutare deve aver comportato all'autore.

Abituati come siamo a immaginare la voce di Berninger e il chamber-rock sofisticato dei National lavorare all'unisono, è stato difficile figurarsi che questo disco potesse discostarsi, perlomeno in parte, così tanto dal suono della band. In effetti, le prime due tracce vedono il cantautore non allontanarsi troppo dalla sua comfort zone, prima con una breve e delicata riflessione sull'amore per piano e chitarre languide ("My Eyes Are T-Shirt"), poi con un brano prima zoppicante e poi incalzante che sembra uscito da "Trouble Will Find Me" ("Distant Axis").
È dalla successiva "One More Second" che la scelta di Berninger di affidare le sue parole alle cure di un produttore importante come Booker T. Jones (è sua anche la produzione del caro "Stardust"), proveniente da quella Memphis così distante dall'idea di musica dei National, prende forma per risultare sin da subito una scelta appropriata. Da una parte c'è l'usuale confessione berningeriana, questa volta recitata col tono implorante di un amante che ha da convincere l'amata della bontà dei suoi propositi (Give me one more year to get back on track/ Give me one more life to win you back), dall'altra il solito inizio sottotono dell'apparato strumentale si arricchisce a poco a poco di sfumature e pienezza; assoli di tastiere vintage, un organo magniloquente a riempire le strofe che si fanno sempre più tumultuose, i dettagli sferraglianti delle chitarre, il pianoforte guizzante. Un trionfo di suoni caldi, quasi inaspettati, che, presentato come singolo, ci aveva fatto rizzare le antenne e alzare le aspettative. Anche l'altro singolo, la title track posta in chiusura, sebbene più trascinata, utilizza le stesse dinamiche e i sintetizzatori tanto cari a Jones.

È ancora più ricca e inattesa la svolta blues-western delle trame musicali di "Loved So Little", che tra il marcato incespicare della chitarra e armoniche sabbiose racconta la sua storia diabolica come il Nick Cave di "The Red Right Hand" - certo con il vestito meno stropicciato e una passione per il demonio meno accentuata.
L'amore che strappa i capelli torna a farla da padrone nella mesta "Take Me Out Of Town", abbellita al suo culmine emotivo dalla brezza disegnata dai fiati, mentre sono archi ricolmi di dolore a marcare i momenti più struggenti di "Collar Of Your Shirt", comunque attraversata dalle ricorrenti quanto deliziose tastiere retrò.
Tra i momenti più à-la National, comunque importanti per l'economia di una scaletta che fa dell'alternanza tra novità e rassicurazione la sua forza, c'è sicuramente il duetto con Gail Ann Dorsey (una "Silver Springs" che sarebbe potuta essere inclusa in "I Am Easy To Find") e la piano ballad con rinforzo orchestrale "All For Nothing".

Personalità sfaccettata, romanticismo, voglia di osare, di prendersi sul serio e un minuto dopo dissimulare, uniti a un'attenzione per i dettagli maniacale, che parte dalla musica e arriva al ritratto in copertina (avete fatto caso all'ombra del mocassino?), segnano il trionfo solista di un frontman che dimostra ancora una volta la sua unicità e l'importanza inconfutabile nella gerarchia della sua band.

(20/10/2020)

  • Tracklist
  1. My Eyes Are T-Shirts
  2. Distant Axis
  3. One More Second
  4. Loved So Little
  5. Silver Springs (feat. Gail Ann Dorsey)
  6. Oh Dearie
  7. Take Me Out of Town
  8. Collar of Your Shirt
  9. All for Nothing
  10. Serpentine Prison


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