Paradise Lost

Obsidian

2020 (Nuclear Blast) | gothic metal, death-doom metal

Quando hai contribuito a plasmare un nuovo sottogenere musicale e ti ritrovi la bellezza di quindici album alle spalle in trent’anni suonati di carriera, quali altri stimoli possono intervenire per fornire ulteriori impulsi alla propria esistenza? Probabilmente i Paradise Lost non si sono mai posti questa domanda, come se per loro prendere gli strumenti in mano per scrivere nuovo materiale fosse la cosa più naturale da fare. “Obsidian” nasce così, senza dare troppo peso alla direzione da seguire, basta assecondare la propria indole per accontentare i tanti seguaci che nel decennio passato hanno esultato non poco per dischi come “Tragic Idol” e “The Plague Within” (ma anche mugugnato per il meno accattivante “Medusa”).
Questi pezzi sembrano voler assemblare in un sol colpo tutte le ultime esperienze del combo di Halifax: tanto gothic-doom di vecchia memoria spezzato da alcuni passaggi più soft, un sound tuttavia ben lontano dalle intriganti sperimentazioni elettroniche che un tempo facevano rima con la parola evoluzione. Un disco dunque quadrato, senza grossi cali di tensione ma nello stesso istante privo di picchi indimenticabili (e in parte rovinato da una produzione fin troppo patinata, specialmente per quanto riguarda le chitarre e la batteria).

La partenza introspettiva di “Darker Thoughts” non deve trarre in inganno, perché quando il brano decolla, ritorna quella solidità tipica della band, mentre il timbro di Nick Holmes riprende a muoversi tra malinconiche clean vocals e quel growl profondo tra i più inconfondibili nel genere, un approccio che ritroviamo spesso tra le nove (più due bonus track) composizioni del lavoro. Se un singolo piuttosto canonico come “Fall From Grace” poco aggiunge alla storia dei nostri, forse è il caso di passare direttamente alla successiva “Ghosts”, un piacevole diversivo di taglio gothic-rock che rinnova l’amore di Greg Mackintosh e soci per una band del calibro dei Sisters Of Mercy, omaggiati già a dovere nel 1995 con la cover di “Walk Away”.

Curiosamente, è la parte centrale di “Obsidian” a risultare più convincente, prima grazie alla romantica pesantezza di “The Devil Embraced” e poi ancora con le ispirate “Forsaken” e “Serenity” (la migliore del lotto), in attesa della struggente e riuscita parentesi di “Ending Days”, un brano armato di un refrain tra i più disperati mai composti dal quintetto d’oltremanica.
Senza infamia e senza lode la chiusura affidata a “Hope Die Young” e al catacombale death-doom di “Ravenghast”, un passaggio che funge da macchina del tempo riportandoci per un momento all’epoca d’oro dei vari “Icon” e “Draconian Times”, tuttavia privo di quella freschezza che si respirava nelle uscite tipicamente 90's dei Paradise Lost.

Viste le premesse (i due singoli che giravano da settimane su YouTube), non era difficile immaginarsi la consistenza del nuovo “Obsidian”, un album certamente godibile ma comunque di maniera, privo di riff da consegnare ai posteri e di particolari scintille nel songwriting. Un risultato raggiunto con estrema nonchalance, perché i fan non chiedevano altro ai Paradise Lost: niente allunghi, nessuna novità, solo il giusto equilibrio che suona tanto come un bel riassuntino svolto senza particolari sbavature. Almeno per quest’anno, vincono i My Dying Bride.

(24/05/2020)

  • Tracklist
  1. Darker Thoughts
  2. Fall From Grace
  3. Ghosts
  4. The Devil Embraced
  5. Forsaken
  6. Serenity
  7. Ending Days
  8. Hope Dies Young
  9. Ravenghast
  10. Hear The Night (bonus)
  11. Defiler (bonus)
 




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