Protomartyr

Ultimate Success Today

2020 (Domino) | post-punk, alt-rock

Definitivamente cestinata l’etichetta di meri revivalisti post-punk, affibbiata loro un po’ troppo frettolosamente durante i primi anni di carriera, i Protomartyr affinano e diversificano il personale mix stilistico, cercando di allargare i propri orizzonti. Anche se a un primo ascolto distratto sembrerebbe cambiar poco rispetto al passato: i trademark iper-riconoscibili del gruppo restano inevitabilmente la voce di Joe Casey, quel declamato flemmatico sempre pronto a incresparsi e vomitare apocalittiche sentenze, e la chitarra di Joe Ahee, che rovescia ulteriore benzina sul fuoco, qui supportata non di rado dai trepidanti fiati degli ospiti Jemeel Moondoc e Izaak Mills, a formare un diabolico wall of sound. Il quartetto di Detroit evolve, pur senza eccessivi strappi, e senza perdere un grammo dell’ormai proverbiale indignazione contro il “sistema”, con quegli arrembaggi sonori in grado di conferire ancor più profondità alle liriche di Casey, scritte come se fossero le ultime righe da un’esistenza impossibilitata a rintracciare una luce in fondo al tunnel di un mondo inesorabilmente alla deriva.

I Protomartyr con “Ultimate Success Today” si confermano una delle band più programmaticamente “against” nel panorama musicale d’oltreoceano: schierati in maniera ferma contro il governo americano, contro le corporate multinazionali, contro la militarizzazione delle forze di polizia, contro le limitazioni della libertà individuale, con non pochi spunti presenti nei testi che – pur essendo certamente stati scritti prima della pandemia, anche se potevano essere noti i primi focolai in territorio cinese – riflettono la condizione di emergenza non solo politica e sociale, ma anche sanitaria.
Fra le probabili cause di un’ipotetica fine del mondo, elencate fra i portentosi riff di “Processed By The Boys”, figura infatti anche il “Foreign disease washed upon the beach”: soltanto una coincidenza? Una canzone che verte anche sul controllo esercitato dai poteri forti sulle vite dei cittadini (“Fill out the forms/ download the app/submit your face into the scanner”). Il senso di minaccia, di pericolo imminente, che ha spesso accompagnato le canzoni dei Protomartyr, si percepisce tangibile sin dall’iniziale “Day Without End”, angosciante brano che cresce come uno tsunami, arricchito nel finale dal declamato di Casey, che diviene furente, e dall’incedere prepotente del sassofono.

Un occhio attento e critico che osserva e fotografa, cristallizzando per sempre l’America di questi difficili giorni, un approccio molto determinato, che diviene ancor più sonico in “I Am You Now”, a chiudere un trittico iniziale architettato come un continuo crescendo dagli esiti emozionali e psicologici devastanti. La protesta continua a montare, la resa dei conti è ormai a due passi (“Save your tears for the end of the show”), mentre nelle stanze dei bottoni si continuano a perdere certezze (“Shut your mouth/ you’re starting to lose focus”).
Andare ancora giù forte, continuare a fomentare i toni diventerebbe insopportabile per l’ascoltatore, arrivano quindi due brani più “morbidi”: “The Aphorist”, guidato dal pianoforte, e “June 21”, nel quale interviene, lenitiva, la voce femminile di Nandi Rose (Half Waif). Ma le chitarre sono sempre pronte a squarciare la tela con bordate di elettricità, come il taglio netto, decisivo, posto sopra un quadro di Fontana, e la sezione ritmica che raramente si rende disponibile a concedere momenti di calma rassicurante, con i contributi al violoncello (opera dell’altro special guest Fred Lonberg-Holm) quasi impercettibili dietro il magma sonoro prodotto.

Nella seconda metà del disco trovano posto la sferragliante “Michigan Hammers”, istantanea focalizzata sulla loro area di residenza (nel testo viene citato un episodio storico dal quale risulta interpretabile l’immagine di copertina), una “Tranquilizer” che si poggia per lunghi tratti sulla sensuale nudità di basso e sassofono, l’adrenalina alt-rock di “Modern Business Hymns” e l'incedere minaccioso di "Bridge & Crown".
La repentina alternanza fra dissenso e ineluttabilità della fine lascia temere (difficile possa essere l’effetto desiderato dalla band) che qualsiasi sforzo per ribaltare lo stato delle cose sia destinato a crollare, a sbriciolarsi. Dopo l’ultimo eroe conosciuto, ce ne sarà un altro pronto a raccoglierne il testimone? Il senso di conclusione (“So it’s time to say goodbye”), di dissolvenza, è sancito dalla tragica introspezione di “Worm In Heaven”, la miglior “ballad” sin qui incisa dal gruppo, che chiude il cerchio parlando di oblio post-mortem (“Remember me how I lived/ I was frightened”).

Il “giorno senza fine”, declamato nella prima canzone del disco, sarà quello nel quale ci addormenteremo per sempre? Oppure molto più semplicemente potrebbe trattarsi del giorno fissato per le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti? Dovesse vincere o perdere Trump, il futuro dell’America, e il significato di queste dieci canzoni, potrebbe essere diametralmente opposto.

(17/07/2020)

  • Tracklist
  1. Day Without End
  2. Processed By The Boys
  3. I Am You Now
  4. The Aphorist
  5. June 21
  6. Michigan Hammers
  7. Tranquilizer
  8. Modern Business Hymns
  9. Bridge & Crown
  10. Worm In Heaven






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