Arab Strap

As Days Get Dark

2021 (Rock Action) | electro post-rock, songwriter, indietronica

I don't give a fuck about the past, our glory days gone by
All I care about right now is that wee mole inside your thigh
And my confidence might crumble, but my brio is unbroken
Let me loosen all your knots, let our bodies be awoken...
Il risveglio dei nostri corpi, il contatto, il sesso, il groove che si inarca nella spina dorsale dei brani. Ritornano gli Arab Strap, e sorprendono per quanto riescono a tenere sempre alta la tensione e la qualità dei loro album. Il duo scozzese sigla il settimo lavoro dopo uno iato di sedici anni, tanti ne sono trascorsi da "The Last Romance" (Chemikal Underground, 2005), sebbene abbia nel tempo pubblicato raccolte, ristampe, rarità e alcune ottime collaborazioni, come "Everything's Getting Older" (Chemikal Underground, 2011).
Aidan Moffat e Malcolm Middleton tornano insieme per dipingere undici tele sonore dai toni autobiografici, tra desiderio, disperazione e fatalismo, invitandoci come ascoltatori a risvegliare i nostri sensi intorpiditi, a muoverci coi beat. La formula è più o meno la stessa di cui sono maestri, un songwriting electro-post-rock a tinte new wavee folk che si compone di brani particolarmente ispirati e arrangiamenti cesellati. Una veste inedita per una formula consolidata, come dichiara Moffat.
Dig us up and hold us high
raise our carcass to the sky
wrap us up in sequin skin
and we can dance again in sin
L'album incarna lo scivoloso equilibrio tra apollineo e dionisiaco, tra un suono di sintesi e un suono di intimità, richiamandoci sulla terra dall'aldilà. Allo stesso modo l'espressività del cantato di Moffat oscilla tra il distacco emotivo e la caduta vertiginosa nella passione carnale.
Apre inquieta e madida "The Turning Of Our Bones", traghettando i nostri corpi inermi in "Another Clockword Day", brano emblematico della raffinatezza del songwriting della band, in cui Moffat si muove con disinvoltura tra la poesia vibrante dello spoken-word e il quieto refrain cantato. Splendido l'ingresso della fisarmonica in dialogo con i fiati, morbido come un arrangiamento dei Tindersticks, mentre Moffat scorre le fotografie del suo protagonista, come Phil Elverum in "Microphones in 2020".

"As Days Get Dark" si snoda tra groove disco e ballad, tra il ritornello magnetico e ossessivo di "Bluebird" ("I don't want your love, I need your love/ give me your love, don't love me/ I don't want your love, I need your love/ don't love me") e l'incedere netto e fatale di "Tears On Tour". Echi wave attraversano "Kebabylon" e "Fable Of The Urban Fox", tra archi usciti da "Disintegration" dei Cure (Fiction, 1989) e schegge di ottoni free-jazz - così come "Here Comes Comus!", tra languori dark e lascivia pop anni 80 ("What has the night to do with sleep?/ There is no secret she won't keep/ it's only sinful in the sunlight anyway").

Nel pre-finale la splendida "Sleeper" si chiude su "Just Enough", due canzoni che incarnano il rapporto tra passato e presente nella versione contemporanea della musica degli Arab Strap:
Now this is my last chance to turn and go home
only seconds left before the doors close
I stand in the doorway, my bag left behind
I search for light; a whistle blows
Tanti piccoli dettagli, preziosi, da osservare da vicino senza perdere di vista l'immagine complessiva. Undici brani diretti come non mai, fisici, asciutti, intriganti e compatti, in un album che non ha alcuna caduta di tono. Gli Arab Strap sono davvero tornati e col loro carisma ci tengono voluttuosamente ancorati alle radici e alla terra.

(08/03/2021)

  • Tracklist
  1. The Turning Of Our Bones
  2. Another Clockwork Day
  3. Compersion Pt. 1
  4. Bluebird
  5. Kebabylon
  6. Tears On Tour
  7. Hear Comes Comus!
  8. Fable Of The Urban Fox
  9. I Was Once A Weak Man
  10. Sleeper
  11. Just Enough


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