Fine Before You Came

Forme complesse

2021 (Legno) | slowcore

In un percorso ormai più che ventennale, i Fine Before You Came hanno educato gli ascoltatori ai propri tempi.

Il loro modus operandi si è cristallizzato fino a farsi marchio di fabbrica: un breve messaggio ad accompagnare l’uscita di un lavoro inedito, solitamente in free download; niente hype, niente self-branding, in definitiva niente che abbia a che fare con i nostri tempi, ansiogeni e voraci - “ma tutto questo agitarsi, alla fine, a che pro?”.
È così che si costruisce una cultura sotterranea, un'alternativa cui può accedere solo chi lo desideri davvero: stabilendo tutte le condizioni, gestendo i passaggi della filiera dal primo all’ultimo. E ogni volta che i Fine Before You Came ritornano, ci ricordano che questo è ancora possibile e auspicabile, soprattutto in un mondo dominato dalle logiche irragionevoli delle piattaforme di streaming.

A dire il vero, in realtà, questa volta una sorta di anteprima c’è stata: intorno alla mezzanotte del 27 febbraio, agli iscritti della newsletter della band è arrivata una mail. Poche righe, al solito grate e prive di inutili formalità; in fondo, il link privato per ascoltare per intero un nuovo disco, “Forme complesse”.
Nessun dettaglio aggiuntivo, lì; solo un player che non presentava distinzioni fra le tracce né la possibilità di metterle in pausa o saltare dall’una all’altra, come da prassi di questa età della frammentazione: di “Forme complesse”, almeno per quel giorno, bisognava necessariamente fruire nei modi rigorosi pensati dagli autori. Poi, a normalizzare le cose, è arrivata la pubblicazione su Bandcamp; niente Spotify o YouTube, però: “We owe you nothing/ you have no control”, dicevano quelli.

A quattro anni esatti di distanza da “Il numero sette”, Marco, Filippo, Jacopo, Marco e Mauro - che “sono e sempre saranno i Fine Before You Came”, come precisa orgogliosamente ogni release - regalano dunque sette brani composti a distanza e registrati fra il settembre scorso e questo febbraio al Bleach Studio Recording di Gittana.
E in questi quattro anni di cose ne sono cambiate molte, nel sound di una band che non smette di evolvere pur muovendosi sempre sul piano cartesiano dell’alt-rock anni Novanta: ma se le coordinate del predecessore si attestavano su un commosso post-rock corale, un po’ macchinoso e già lontanissimo dallo sferragliare post-hardcore d’inizio decennio, con “Forme complesse” il salto è quantico e atterra dalle parti di una lentezza da fermo immagine.

L’apertura è paradigmatica: “Gittana” è melodioso slowcore, neve che si posa piano sul brano più esteso del lotto. Gli accordi squillano ampi, la coda srotola mille rifrazioni e tanta aria così non s’era mai sentita, in un lavoro dei Fine Before You Came - forse in “Quassù c’è quasi tutto”, anche se in quelle due magnifiche tracce, a guardar giù dall’alto di una montagna, si vedeva quasi solo nebbia; qui il freddo è lo stesso, ma il cielo è limpido e si domina la valle.
“Acquaghiaccia” rallenta ancora, stasi raggelata alla codeina; non c’è catarsi nel rumore, qui, solo un garbuglio di arpeggi come crepe sulla superficie di un lago ghiacciato. Nel mormorare il testo - splendido: “Tornavi qui perché dove altro andare?” - non c’è più spazio per le urla bestiali del passato: c’è un coro strillato, sì, ma in secondo piano, come a dire “non più, non qui”. Quella stessa sensazione di fatica che si respira in “Cogoleto”, drone immersa in un’atmosfera tragica che narra lo spaesamento di fronte al dolore degli altri.

A far da spartiacque tra due trittici di canzoni così ben sequenziati arriva poi l’intarsio elettroacustico “Piano impreciso”, deciso outlier della scaletta ma pure il momento più memorabile della raccolta. È per via, credo, del modo delicato e inevitabile in cui il mondo esterno entra nella registrazione - pioggia, parrebbe, come nel meraviglioso “Songs/Instrumentals” di Adrianne Lenker; ed è un mondo senza persone, di strade deserte, di priorità ricalibrate.
Come in una field recording di Adriano Zanni che immortali per caso un gruppo di musicisti alla ricerca degli accordi giusti per raccontare il vuoto imploso di quest’anno, “Piano impreciso” è suono indistinguibile dall’emozione degli esecutori in cui non si scorge un’oncia di messinscena.

La title track è formalmente più rassicurante e avrebbe potuto trovare spazio fra i solchi de “Il numero sette”; potrebbe pure essere il momento più debole di “Forme complesse”, ma è certo che i fan delle prime incarnazioni della band troveranno qui un coro liberatorio, di quelli con cui battere i lividi per mantenerli sempre viola. “Interludio con vento” attacca invece come quei demo dei Red House Painters che si ascoltavano in “Retrospective”, mimandoli pure nell’uso della batteria; e quando pensi che sia finita, ecco una piccola magia in un cambio di passo che è un soffio di voci sovraincise, tamburi pigri e accordi strascicati.
Chiude “Intorno”, e la ritmica raddrizza la barra come avesse visto terra e vi si dirigesse sicura: non mancano passaggi in minore a mantenere viva la tensione drammatica, ma il panorama si schiude in una wave luminosa attorno al racconto della quotidianità di un rapporto importante. E così tutto il peregrinare tra lande desolate e zone rosse trova un giusto finale in quattro parole di speranza: “Non abbiamo ancora perso”.

Passa solo mezz’ora, tra l’inizio e la fine di questo “Forme complesse”, ma i Fine Before You Came non si trattengono mai più del necessario: dicono quel che c’è da dire e quel che gli sta a cuore con gli strumenti che servono, senza abbellimenti o pose. Questa volta l’hanno fatto con un disco bellissimo, cupo e stoico, buttandosi “a capofitto nello spavento” e battendosi con tutte le proprie forze contro un’epoca che non dà certezze.

(05/03/2021)

  • Tracklist
  1. Gittana
  2. Acquaghiaccia
  3. Cogoleto
  4. Piano Impreciso
  5. Forme Complesse
  6. Interludio Con Vento
  7. Intorno
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