Halsey

If I Can't Have Love, I Want Power

2021 (Capitol) | art-pop

And I'm glad I met the devil
'Cause he showed me I was weak
And a little piece of him is in a little piece of me

"Trying to save myself but myself keep slippin’ away", sussurrava per poi urlarlo Trent Reznor in "Into The Void", in quel capolavoro anni 90 che è stato "The Fragile". Ma siamo nel 2021, nella generazione “Nirvana & Legal Marijuana,” nell’epoca della ridefinizione dell'identità che annulla la lotta politica impossibile in partenza, gli anni dei capelli colorati e delle sigarette elettroniche, della depressione di Lana Del Rey e del rap pulito di Kendrick Lamar, dello swag, della poetica delle borse Balenciaga e del neo-femminismo. La disruption rappresentata dalle lyrics di Trent Reznor si fa pop, anzi a tratti pop-rock e subisce una gender transition nell’ultimo lavoro di Halsey.

Sin dai credits si può notare il match assolutamente impari tra il personaggio della songwriter americana nata su Tumblr che si fa dare del "loro" e il duo Atticus Ross/Trent Reznor che co-produce l’intero album. Da un lato la copertina e il video promozionale, grossolano, pop e iperrealista; dall’altro gli effetti video dei singoli brani, gotici, minimal e spettrali come l’estetica Nine Inch Nails alla quale siamo abituati, tra nebbie, foreste e dark-ambient. Questo bizzarro innesto paradossalmente funziona: la personalità di Ashley Nicolette Frangipane, tra frustrazioni e tracotanza si fonde con i capricci virtuosistici di Reznor/Ross in quello che appare una sorta di esercizio stilistico unito a una estrema coerenza nel suo essere ostinatamente ego-riferita.

La amara e seducente “Bells Of Santafe” è come un lavaggio pubblico dei panni sporchi, “Secondhand Thread/ in a Secondhand bed/ with a Second man’s head”, unito a una disillusione esistenziale: “Don’t call me by my name, All of this is temporary”. C’è infatti una trasformazione, una cinica mutazione avvenuta rispetto alla Frangipane di “Nightmare” ("I keep a record of the wreckage of my life/ I gotta recognize the weapon in my mind"), un'avvenuta accettazione e una maggior consapevolezza della propria fragilità tramutata in forza, talvolta in violenza, come nella hyperpop “Girl Is A Gun”, dove una Halsey che fa un po' l’eco a Grimes declama un invitante “So let me show you how to touch my trigger”. Quest’immagine da ape regina dalle ali rotte ritorna nella perturbante e altamente reznoriana “Lilith”.

Tuck a knife with my heart up my sleeve
And fuck like a demon
Do it like nothin'
I am disgustin'
I've been corrupted
And by now I don't need no help to be destructive

La dinamica auto-distruzione/sessualità sfocia nella sofferta "Whispers", un guilty trip dal ritmo lento e cadenzato, un dialogo tra sé e la propria coscienza, mentre “I Am Not A Woman, I Am A God” ci riconduce a una ritmica nervosa e ossessiva che si accompagna alla rabbia e al rifiuto dell’altro, “So I stay right here ‘cause I’m better off alone”, trascinando l’ascoltatore a quello che è il brano forse più riuscito dell’album, “The Lighthouse”, dove Hasley mette subito le cose in chiaro: "From a tender age I was cursed with rage/ Came swinging like a fist inside a batting cage/ Came swinging like a fist inside a batting cage".

Dalla dannazione all’isolamento di un faro sul mare il passo è breve, e le avances amorose di Halsey suonano come delle tetre minacce, accompagnate dal refrain dark che si manifesta a pieno del riff di basso che introduce la voce di Trent Renzor che annuncia una catastrofe imminente. Da tenere presenti, ma non da incorniciare le ballad di apertura e di chiusura “The Tradition”, scritta assieme a Greg Kurstin, gotica e quasi medievale, e la melanconica “Ya’aburnee”, la martellante ed emo break-up song “Easier Than Lying” e “You Asked For This”, dove si incontrano Pink e i Placebo ai limiti del patetismo.

Nel complesso, i tormenti pre e post partum di Halsey si fondono alla cupezza ribelle di Atticus Ross/Trent Reznor; senza dubbio la scelta produttiva dona un’eleganza maggiore e una spiccata riconoscibilità alla fin troppo mainstream Halsey di “Manic”, orbitando tra i generi pur mantenendo una precisa intenzione comunicativa, ovvero l’affermazione della propria solida personalità emergendo dall’abisso della ripetizione di vacui stereotipi. Il risultato è un album di Reznor/Ross feat. Halsey, in quanto il duo con il suo sound dark ambient/elettronica/industrial divora a tratti lo stucchevole pop-rock della songwriter, con grande gioia dei palati più raffinati.

(08/10/2021)

  • Tracklist
  1. The Tradition
  2. Bells in Santa Fe
  3. Easier Than Lying
  4. Lilith
  5. Girls is a Gun
  6. You Asked For this
  7. Darling
  8. 1121
  9. Honey
  10. Whispers
  11. I am Not A Woman, I’m a God
  12. The Lighthous
  13. Ya’aburnee


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