Koreless

Agor

2021 (Young) | glitch, post-wonky, abstract electronics

Che la musica elettronica avesse le capacità di farsi bestia strana, obliqua e sfuggente non lo scopriamo certo adesso. Fin dai primi esperimenti del secolo scorso su macchinari ormai antidiluviani, la gamma di possibilità e sfumature offerta dalla manipolazione del digitale ha dimostrato di non avere confini, quanto semmai una continua fame di evoluzione verso un ignoto dove umanità e tecnologia sono sempre più vicine. Lo sviluppo di nuovi software non fa che rendere il campo ancor più vasto e incongruo, costantemente preda di mode, hype, omaggi e percezioni, frullati in un rapido susseguirsi di novità che può dare il mal di testa.

Ha senso quindi parlare di “Agor”, debutto sulla lunga distanza – un decennio intero, a dirla tutta – del producer gallese Lewis Roberts in arte Koreless. Quanto detto sopra trova infatti una spiegazione quasi letterale nei solchi di questo lavoro: stralunati allunghi alla composizione elettronica di James Holden e Terry Riley, scampoli glitch riavvolti in luccicanti cartine d’alluminio hyper-pop, beat disarticolati come wonky andata a male e il ricordo annebbiato di serate sul vecchio dancefloor fuori moda dei compagni d’etichetta SBTRKT e Jamie XX. “Agor” è tanto punto di arrivo quanto punto interrogativo di un processo evolutivo assolutamente personale. Ma raccapezzarvisi dentro è tutt’altra storia.

Se trovate confusionario il modo in cui “White Picket Fence” monta un canto pastorale e un’irrisolta estasi ritmica dentro a un videoclip curato da Fka twigs, allora avete già un’idea su quello che vi aspetta. Come gli impalpabili lavori di Croatian Amor, l’imballabile pista deserta di Actress e gli zig-zag di Hudson Mohawke, “Agor” pesta e poi fugge, evitando attentamente ogni sguardo di troppo. Cos’è “Frozen”? Rintocchi di synth-harp e manipolazioni vocali avvolti assieme in una sorta di lieder alieno, un canto da Arcadia del terzo millennio dove forma e struttura hanno perso d’importanza in favore di un approccio esclusivamente cerebrale. “Black Rainbow” è pura tensione emotiva, ma non fa altro che girare su se stessa con insostenibile paranoia, il finale di “Hance” e “Stranger” rimesta continuamente frantumi di breakbeat e garage alla ricerca di chissà quale nuovo indecifrabile linguaggio.
Il ritmo fa finalmente capolino su “Joy Squad”, mentre “Shellshock” avanza scampoli di un’idea vocale alla Burial che, all’interno di questo ascolto, suona quasi pop. E in un certo senso è già finita qui: in poco più di mezz’ora di esplorazioni, esperimenti e manipolazioni extra-genere, Koreless mette a punto una tavolozza di moderna quanto astratta elettronica tout court.

In lingua gallese, agor significa aperto. E in questa particolare declinazione, “Agor” è sicuramente aperto a interpetazioni: un non-luogo dove non-ritmo e non-composizione vengono sciolti nella fornace di un museo d’arte contemporanea per creare una scultura rigorosamente amorfa, da ammirare con sospetto e pacchi di fantasia per venirne eventualmente a capo.
Tanto capace di guardare al dettaglio più infinitesimale (consigliato l’ascolto in cuffia) quanto di smanettare sul laptop apparentemente senz’arte né parte, Koreless ci lascia così, in bilico sul ciglio della strada in preda esclusiva delle nostre percezioni. Forse è un genio, forse è un pagliaccio, sta di fatto che il nome d’arte prescelto gli calza a pennello: core less, senza nucleo.

(06/01/2022)

  • Tracklist
  1. Yonder
  2. Black Rainbow
  3. Primes
  4. White Picket Fence
  5. Act(s)
  6. Joy Squad
  7. Frozen
  8. Shellshock
  9. Hance
  10. Strangers




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