Leon Duncan

Fuck A Rosetta Stone For My Brainwaves

2021 (Nyege Nyege) | post-club, abstract-electronica

C'è tanta cattiveria in giro, e tanta musica che a suo modo cerca di dare un'interpretazione, una spiegazione a un simile concentrato di violenza. C'è poi musica che tale cattiveria la osserva, la studia e la attraversa, un rituale senza catarsi o chiarimento, provvisto però di una totale accettazione del lato più ferino, turbinoso di se stessi. È un viaggio nell'imponderabile, insomma, e soprattutto nella massima libertà creativa; viaggio di cui diverse etichette hanno saputo farsi carico, ma che la Nyege Nyege e la label sorella Hakuna Kulala hanno privilegiato lungo tutto il loro arco pubblicativo. In una cassetta rosa, per neanche mezz'ora di contenuti, il concetto di affrancamento, di riscatto da qualsivoglia limitazione dovuta a genere, contesto, attitudine, viene portato a compimento: frutto della ricerca del beatmaker e musicista Leon Duncan, "Fuck A Rosetta Stone For My Brainwaves" (rileggete bene il titolo, poi ancora un'altra volta) è un prepotente invito a saltare nel vuoto, la più veemente rinuncia a far piazza pulita dei riferimenti e lasciarsi pervadere dall'ignoto. Si fa presto a uscirne rigenerati.

Si fa altrettanto presto a intravedere filigrane conosciute, echi di strutture che hanno rimandi concreti, tangibili. Altrettanto rapidamente però tali appigli scompaiono, diventano fantasmi che volteggiano a mezz'aria, gli ectoplasmi di Caretaker fuggiti in Africa, pronti a richiamare lontane scorribande per le strade di Nairobi, per le foreste dell'Uganda. Si balla, insomma? Al massimo possiamo evocare il ricordo, percepire l'eco di feste stipate chissà in quale anfratto della memoria.
Non provate comunque a scorgere un inizio, quantomeno una conclusione: colte sempre in medias res, le astrazioni ideate da Duncan possono al massimo trasferirsi nel momento, ritrarre estremizzazioni di generi tutt'altro che accomodanti (il percussivismo singeli di "Rucio", tutto in sfumare) oppure ipotizzare distorsioni di rave dalle coordinate spazio-temporali indefinite (il tamburellare distante di "Babur", appena colto da nervature hard-drum).
In un simile slacciarsi dal contesto, gli schizzi del progetto respirano però una determinazione del tutto difforme, mandano avanti un linguaggio per il quale non esiste ancora un tramite, una qualsivoglia stele di Rosetta a decifrarne i contenuti.

"AI Took Err Jebs", inizio che è un autentico manifesto, manda all'autoscontro cinque algoritmi diversi per un esito d'inclemente oscurità. È footwork spolpata? È bass-music spettrale? Si tratta di gqom lasciato echeggiare in chissà quale caverna? Inutile tentare di trovare una spiegazione, Duncan ghignerà beffardo e andrà avanti, a circoscrivere nuovi stati allucinati ("Digital Drug" è un processo di ipnosi deviata, appena solcato da qualche accenno di chitarra), a mimare gli effetti di una tensione senza sfogo (gli sciami impazziti di "Acute Psychosis").

Frutto di pochissimi mezzi, ma di un polso e una visione che trascendono qualsiasi limitazione, Leon Duncan concepisce sin dalla prima prova un codice sferzante, solo in apparenza frutto di un lungo delirio, figlio invece di una mente ben presente, che non si lascia deragliare dal brusio circostante. Dove gente come Actress, Klein e Secret Boyfriend ha intuito il percorso senza arrivare a conclusione, dove anche i compagni di squadra non hanno saputo spingersi, questi ventotto minuti danno senso al verbo "osare". Per pochissimi? Probabilmente sì, ma l'esaltazione che se ne ottiene è impagabile.

(29/12/2021)

  • Tracklist
  1. AI Took Err Jobs
  2. Ching
  3. Rucio
  4. Babur
  5. Nintendo Dub
  6. Digital Drug
  7. Plugged In Kalimba Blues
  8. Portable Anxiety
  9. Acute Psychosis


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