Ryan Adams

Big Colors

2021 (Pax Americana) | singer-songwriter, americana

La cancel culture non molla la sua soffocante presa su Ryan Adams che, dopo due anni e oltre di stop forzato, ha visto il suo “Wednesdays” dello scorso anno ingiustamente ignorato da una stampa (in special modo quella anglofona) che, in assenza di una condanna da parte di una corte, ha deciso di far da sé – ad oggi le accuse di molestie sessuali mosse a Ryan Adams da una minorenne e dalla collega Phoebe Bridgers rimangono difatti tali. E così anche questo nuovo “Big Colors” incontra stroncature o noncuranza da parte dei media.
Anche le canzoni di questo disco, come quelle del predecessore, sono state scritte prima dello scoppio dello scandalo e sarebbero dovute uscire nel 2019 – nei piani del cantautore addirittura prima di quelle che invece le hanno precedute. Ad ascoltare i due dischi ci si può fare un’idea di perché Adams, dopo gli sfortunati eventi, abbia cambiato i suoi piani.

Scheletrico e contrito, “Wednesdays” suona come una confessione, aprendo agli ascoltatori le porte dell’intimità dolente e colpita del suo autore. Era il disco perfetto per tornare in scena in punta di piedi, senza far segreto di alcuna sensazione. La delusione, il dolore, e qualche ambiguo senso di colpa. 
Elettrico e scioccante, con numerosi rimandi a Tom Petty e allo Springsteen anni 80 (entrambi riferimenti costanti dell’Adams recente), “Big Colors” è invece un ritorno alla normalità. Alla vita. La cancel culture non molla la stretta? Bene, non la molla nemmeno Ryan. Pronto a consegnare ai suoi sostenitori che non lo hanno abbandonato un altro pugno di canzoni ben scritte, emozionanti, da cantare a squarciagola.
L’album numero di 18 del cantautore americano non è però un disco totalmente positivo e solare. Certamente segnato da una preponderante voglia di ripartire, cela però qualche ombra e un filo di mestizia. Quel che ne viene fuori è un suono all’incrocio tra il succitato “Wednesdays” è l’euforia elettrica del disco omonimo del 2014.

“Big Colors” è un fluire di chitarre plastiche e di immagini raccontate come la voce narrante di un film della Hollywood anni 80, mentre “Do Not Disturb” è animata da un groove degli stessi anni e, pur bella zelante, non nasconde un po’ di uggia. Sono l’introduzione perfetta a una “It’s So Quiet, It’s Loud” che, dal ritornello agli arrangiamenti d’archi che lo seguono, è confezionata come un micidiale classico d’altri tempi.
È però nella successiva “Fuck The Rain”, una ballata dal taglio altrettanto classico, che lo spettinato cantautore fuga ogni dubbio sulla sua voglia di ricominciare. Tra ricami di chitarra acustica e piano esorcizza: “Fuck the rain/ All that pain/ Don't/Everything is fine/ Can you stop?/ Can I be alive?”. Seguono una sfavillante “Manchester” e una “What I Am” che il Boss in persona avrebbe incluso volentieri nei suoi dischi pop di metà carriera.

La rocambolesca e sferzante “Power” apre il lato B con qualche problema di originalità e di inutilità ai fini dell’economia del disco, finendo per suonare come un punk datato ed estemporaneo. Anche le lente “Showtime” e, soprattutto, “In It For The Pleasure” non decollano come vorrebbero e abbassano forse un po’ eccessivamente i giri del motore.
Salvano però la facciata alla grande altri due ritornelli killer, che troviamo nella romantica “I Surrender” e nella ruspante “Middle Of The Line”.
Nel 2019 sarebbero dovuti uscire non due, quelli che abbiamo già ascoltato, bensì tre dischi di Ryan Adams. Se la tabella di marcia dei recuperi procede a questo ritmo, prima della fine dell’anno potremmo ritrovarci per le orecchie un ulteriore disco del cantautore. Non ce ne voglia la stampa avversa, ma per noi sarebbe una gran festa.

(30/06/2021)

  • Tracklist
  1. Big Colors
  2. Do Not Disturb
  3. It’s So Quiet, It’s Loud
  4. Fuck the Rain
  5. Manchester
  6. What Am I
  7. Power
  8. I Surrender
  9. Showtime
  10. In It for the Pleasure
  11. Middle of the Line
  12. Summer Rain


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