STUFF.

T(h)reats

2021 (Sdban) | nu jazz, fusion, post-rock

L’etichetta Sdban è dal 2014 il faro della fiorente (giuro!) scena jazz-rock belga, e gli STUFF. sono la sua punta di diamante. La loro formula è unica, e si colloca al punto d’incontro tra post-rock, nu jazz, fusion, Idm filo-Squarepusher, Flying Lotus. A meno che già li conosciate, non avete mai ascoltato niente di simile.

Se il loro jazz (chiamiamolo così, per semplicità) non è il più sintetico di sempre, poco ci manca. E il loro terzo album, “T(h)reats”, uscito a inizio maggio, è senz’altro il più spinto sul versante elettronico.
Sono spinti i suoni: rigogliosi, alieni. Il loro tastierista, Joris Caluwaerts, conosce a fondo due fra i sintetizzatori prêt-à-porter più versatili del momento - l’ibrido sample-based/sottrattivo Prophet X, ultimo discendente del glorioso Prophet-6, e il Nord Lead, massimo traguardo della modellazione virtuale dello schema analogico. “Cicogne”, traccia di apertura del disco, ha tessiture timbriche che finora solo gli assai più pacati Portico avevano impiegato con paragonabile efficacia in ambito nu jazz.

È però soprattutto l’apporto di Andrew Claes, il fiatista della band, a lasciare di sasso. Claes è un sassofonista che è stato fulminato sulla via di Damasco dall’incontro coll’EWI - Electronic Wind Instrument, il pioneristico controller midi a fiato commercializzato da AKAI a partire da metà anni Ottanta. Con questo strumento, sul mercato da tempo ma dalle potenzialità ancora largamente inesplorate, Claes traduce l’espressività del sax in frastornanti traiettorie elettroniche, che spesso prendono vita attraverso sintetizzatori virtuali sviluppati da lui medesimo. In “Kwibus”, di cui è disponibile anche un video live, si coglie appieno la simbiosi tra strumentista e strumento: nato come mero rimpiazzo per esercitarsi a casa senza disturbare i vicini, grazie alla dedizione di Claes si è rivelato un pozzo di nuove possibilità creative.
Il livello di coesione sonora di Claes e Caulwaerts è impeccabile: in molti brani è francamente difficile distinguere al primo colpo i synth soffiosi provenienti dalle tastiere dalle linee disorientanti dell’EWI di Claes. E va benissimo così: l’attenzione dell’ascoltatore può andare sul sound nel suo complesso, ed essere rapita da paesaggi, mutazioni e creature astratte che questo evoca.

Si è detto della tavolozza timbrica. Nulla ancora del ritmo, che è l’altro pilastro di “T(h)reats” e dello STUFF.-sound in generale. È qui che le frequentazioni della band in campo Idm, hip-hop e math/post- vengono incontrovertibilmente alla luce. I beat spezzati, frastagliati, anticipati di “Waksi” non lasciano dubbi: della blackness di Thundercat qui non ce n’è un grammo, ma la filiazione funktronica è la medesima. Anche dove a prevalere sono gli svuotamenti (“Finding Mu”, “Loomy”), l’approccio cerebrale e ricombinatorio alla struttura ritmica è palese.
Fatto curioso, proprio questi groove robotici e bizantini sono l’aspetto meno direttamente sintetico della costruzione sonora degli STUFF: Dries Laheye (basso) e Lander Gyselinck (batteria) sono gli unici membri della congrega che siano stabilmente fedeli all'analogico. Il DJ/turntablist Menno Steensels, aka Mix Monster Menno, fa invece frequente ricorso a piatti digitali per proporre i suoi sample, che sono i protagonisti di un altro significativo ribaltamento decostruzionista: invece che tenere il ritmo come consueto, il loro scopo è nella maggior parte dei pezzi quello di arricchire le atmosfere con elementi melodici e ambientali.
Ci si potrebbe domandare, a questo punto, se in mezzo a tutti questi aggrovigliamenti vi sia anche spazio per qualche emozione. Se vi sia un lato percepibilmente umano, insomma. Beh, sì. Eccome. Ascoltate “Honu”: ha un piglio acquatico e misterioso da caverna di qualche videogioco, ma non dite che non ammalia e respira. Oppure “Cumulus”, che tra stop’n’go tastieristici e retaggi lounge infila un improbabile groove di congas: la carica melodica non le manca, ma soprattutto la traccia possiede quella mutevolezza climatica che, in altri contesti, mostra ancora oggi un grandissimo potenziale empatico.

Questa è in fin dei conti la ragione per cui gli STUFF. possono interessare a un pubblico assai più ampio dei fan della fusion più azzimata: perché nonostante gli incastri, nonostante i capovolgimenti (o forse, contiamola giusta, proprio grazie a questi!) la loro musica suona in ogni istante immaginifica e viva. Non una pura chimera di laboratorio - tot parti di Tortoise, tot di Snarky Puppy, agitare bene - ma un gioco creativo che, sostenevano qualche anno fa proprio i membri del gruppo, poteva prender piede assai meglio tra Ghent e Anversa che a Londra o New York. Perché nei piccoli paesi della vecchia Europa, dove le scene sono piccole e pure un poco provinciali, anche steccati del genere e dettami dell’hype risultano meno oppressivi. Può accadere così che cinque musicisti, musicalmente onnivori e di estrazioni diverse, si ascoltino gli uni cogli altri e in mancanza di compari più a tono si mettano a suonare una cosa nuova. Che rifrulla i percorsi un po’ di tutti, è un po’ improvvisata e un poco no, punta tutto sull’elettronica, lo swing non sa cosa sia ma in compenso ha tiro da vendere. Non volete chiamarla jazz? Come vi pare. Io non m’offendo, e la band nemmeno.

(17/05/2021)

  • Tracklist
  1. Cicogne
  2. Waksi
  3. Honu
  4. Cumulus
  5. Finding Mu
  6. OB499
  7. Kwibus
  8. Loomy




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