Yuta Orisaka

Shinri

2021 (Less+ Project) | songwriter, fusion

Se c'è un paese in cui il jazz non è materia per appassionati, ma continua a rivestire un ruolo di rilievo anche a livello mainstream, quello è sicuramente il Giappone. Che si tratti delle sue interpretazioni più rock (i cero sono l'esempio principe in tempi recenti), di fenomeni da classifica quali sono state Mika Nakashima e Juju, di declinazioni nu-/elettroniche o di più suadenti adattamenti autoriali (Ringo Shiina, tra i tanti), ha finito col seguire passo passo l'evoluzione del gusto e delle mode musicali giapponesi, lasciando impresso in ogni occasione il suo marchio inconfondibile. Non è ancora una stella di prim'ordine, ma Yuta Orisaka è l'ennesima dimostrazione di quanto detto, di come il jazz plasmi la sensibilità di autori anche molto giovani, diventando parte integrante di un humus espressivo che non conosce vecchiaia.

Al terzo album in carriera, il musicista di Tottori non potrebbe essere più convinto della scelta fatta. Quasi annullate le influenze folk che pure supportavano i suoi precedenti album (“Heisei” del 2018 è un ottimo recupero), con pochi timidi accenni rock ad affiorare in rari frangenti, in “Shinri” Orisaka sposa un lessico fusion articolato, dai colori tenui, tanto sofisticato nelle scelte ritmiche e nei registri quanto morbido nel trasporto. Questione di equilibri, che l'artista calibra con precisione invidiabile.

In un viaggio che non affronta da solo (il sassofonista/chitarrista Sam Gendel a irrobustire le lentissime scansioni di “Honou” con accorte manipolazioni del suo strumento base; l'autrice coreana Lang Lee per la prelibatezza pianistica “Yunseul”), il musicista delinea con chiarezza la sua via al jazz, la informa di estrosi spunti rock (l'irriverente marcetta “Kokoro”), sbandiera una timida sensualità (le nervature soul a supporto delle sincopi dell'iniziale “Bakuhatsu”), armando ogni brano di una sua specificità. Merito anche di una voce che supera l'abulia di tanti interpreti maschili giapponesi, anche momenti più piani, ordinari, quale ad esempio “Torch”, piano-ballad dalle tinte tenui, si lasciano ricordare.
È chiaro che sviate quasi in scia noise come nel corpo centrale di “Akuma” o gli abbrivi nel solco di Pharoah Sanders di “Shachi” (che poi evolvono in scansioni afro, quasi à-la Shabaka Hutchings) impressionano in maniera istantanea, seducono con la forza di un'estetica che non lascia prigionieri. Anche però frangenti più sottili, smaccatamente arty come “Dabi”, tutta spazzole e finezze in punta di tasti, o il quieto pizzicare di “nyunen”, appena profumata di Brasile, per quanto si lascino scoprire con maggiore lentezza, ammaliano con un potere analogo.

Comunque lo si prenda, “Shinri” è esperienza di classe, opera che esalta con naturalezza la caratura autoriale di Orisaka, ne culla la passione e la sottigliezza col fare di un figlio amorevole. Resta da capire se ci sarà la voglia di osare quel poco in più che basta per estrarre dal cappello un autentico capolavoro: nella sua attesa, un percorso così solido e ben caratterizzato non può che lasciare appagati. Non sarà una stella di prim'ordine, si diceva: la speranza è che con una simile costanza qualitativa possa diventarlo presto.

(17/12/2021)

  • Tracklist
  1. Bakuhatsu
  2. Kokoro
  3. Torch
  4. Akuma
  5. nyunen
  6. Haru
  7. Shachi
  8. Dabi
  9. Honou (ft. Sam Gendel)
  10. Hoshikuzu
  11. kohei
  12. Yunseul (ft. Lang Lee)
  13. Kujira


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