Il nome di Matthew Bourne non è sconosciuto ai lettori di OndaRock, anche se non risulta sempre agevole seguirne tutte le avventure discografiche, pubblicate nell’arco di un ventennio – alcune condivise con musicisti provenienti da varie aree creative (jazz, elettronica, neoclassica, sperimentale), altre gestite in piena autonomia.
Da dieci anni Bourne è entrato a far parte della famiglia Leaf Label, mettendo a segno una serie di interessanti progetti discografici e collaborando altresì come autore e musicista ai due album di Keeley Forsyth.
Le concrete variazioni e improvvisazioni su temi neoclassici di “Montauk Variations”, la rilettura a più mani (con Antoine Schmitt e Franck Vigroux) dei Kraftwerk di “Radioactivity”, l’avventurosa esplorazione delle infinite possibilità del moog in “Moogmemory”, i profondi e minimali echi dell’incantevole “Isotach” e la collaborazione con i Nightports mettono in luce un’attitudine alla sperimentazione e all’esplorazione che è degna di maggiore attenzione.
“Irrealis” è l’ennesimo progetto apparentemente autarchico, un’altra sfida del musicista inglese, registrato in un’unica sessione e senza sovraincisioni, con il solo ausilio di un pianoforte preparato.
L’album alterna paesaggi sonori alla Erik Satie (“Asaf”), rarefazioni minimal (“Jane”), incursioni nelle trame più cupe del glitch (“Dusan”), armoniche incertezze (“Shri”) e melodie composite (“Alice”) e perfino un incalzante virtuosismo più tipico del jazz d’avanguardia nella pagina conclusiva del disco (“Armando”). Il tutto senza mai mostrare incertezze o incongruenze espressive.
La natura interdisciplinare e apparentemente imprevedibile di Matthew Bourne trova dunque ulteriore conferma in “Irrealis”, opera forse di non semplice fruibilità, eppure priva di tutta quella retorica che contrassegna il confine tra mistificazione e genialità.
27/09/2022