RHABDOMANTIC ORCHESTRA - Almagre

2022 (Agogo)
world jazz

Non so se sia così anche per voi, ma per me in genere la musica è divertente oppure suggestiva (magari anche nessuna delle due, eh!). Ci sono ovviamente eccezioni, e “Almagre” della Rhabdomantic Orchestra è un raro esempio. Collettivo guidato dal jazzista e compositore Manuel Volpe, trentaquattrenne di stanza a Torino, l’orchestra ha la capacità di trasportare in un luogo spirituale che è simultaneamente ai quattro angoli del mondo – Mediterraneo e America Latina, Africa e Nordeuropa; allo stesso tempo, però, la sua musica possiede sempre un che di frizzante e focoso, e non risulta solo appagante per la fantasia, ma un vero e proprio spasso.

 

Se già vi state raffigurando un fritto misto di afrobeat e ritmi caraibici, scale minori armoniche, dub e cantato poliglotta tipo Manu Chao (tutti, beninteso, elementi ben in vista nella formula dei Rabdomanti), calmatevi un poco e trovate il tempo di ascoltare una traccia qualsiasi. Il primo pezzo, che dà il titolo all’album, è efficacissimo per lo scopo. Sentite? Si incastra tutto. Anzi: non sembra nemmeno che ci siano più stili da incastrare, pare che quei suoni siano nati l’uno per stare con l’altro. Percussioni e sinuose linee di flauto, ventate avvolgenti di sax e accordi diradati di pianoforte elettrico, basso e chitarra a tratteggiare uno sfondo discreto per la voce suadente di Maria Mallol Moya, cantante colombiana che nel disco si dà ottima prova di sé tanto in castigliano quanto in francese e inglese.

Insieme a Moya e Volpe – che si occupa appunto di basso, parte delle chitarre e parte delle tastiere, un vasto cast di musicisti per un altrettanto ampio organico strumentale: un ulteriore chitarrista, altri due tastieristi, tre fra batteristi e percussionisti, ben quattro sassofonisti e clarinettisti, un flautista, un trombettista. Vederli sul palco dev’essere qualcosa. Magari alle prese con la commistione afrobeat/library music di “Suffer! Suffer!”, o con gli intrecci Farfisa/basso/chitarra/fiati che danno corpo agli ipnotici ostinati di “Rebis”.

Alcuni tratti ricorrenti si impongono come caratterizzanti oltre alla triade voce-chitarra-basso che subito balza all’orecchio in tutta la sua dubbifica malìa. I botta-e-risposta di fiati, senz’altro, che intrigheranno chi in questi anni stravede per Sons Of Kemet, Melt Yourself Down e compagnia; ma anche le lunghe frasi di batteria, che si estendono su più battute e rapiscono l’attenzione come la regolarità sempre nuova di onde e risacche. Poi però ci sono gli aspetti unici, che fanno di ciascun pezzo un viaggio diverso: “Cadenas y amanecer”, per dire, che nel mezzo di una giungla tambureggiante piazza un montuno di piano latino a mo’ di radura per riprender fiato; o “Aini”, col suo clarinetto basso a creare gorghi lenti e densi sotto alla superficie.

“Almagre” è una parola di origine arabo-ispanica che indica il colore rosso che si ottiene dall’ossido di ferro. Un processo alchemico, insomma, come alchemica è la fusione di culture da cui trae vita il termine e la musica che gli si associa. Un cammino che è ricombinazione di elementi, avvincente, sorprendente; ma anche percorso interiore, da vivere nota dopo nota assieme ai musicisti che l’hanno reso possibile.

 
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30/06/2022

Tracklist

  1. 1. Almagre
  2. 2. Aini
  3. 3. Suffer! Suffer!
  4. 4. Emblema
  5. 5. El martir
  6. 6. Cadenas y amenacer
  7. 7. Woland's Dance
  8. 8. Siber
  9. 9. Rebis

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