Approfondimenti

Tasti bianchi e tasti neri

50 canzoni per scoprire gli organi elettronici

di Marco Sgrignoli
L'organo Hammond è senza dubbio la tastiera più celebre della storia del rock, precedente dell'avvento del sintetizzatore. Al secondo posto in un ipotetico contest, probabilmente la spunterebbero il Mellotron o uno tra i due più iconici marchi di pianoforti elettrici: Rhodes e Wurlitzer. A tempo debito, la rassegna Tasti bianchi e tasti neri si occuperà anche di questi ultimi (sul primo, c'è già da tempo un corposo approfondimento da ottanta canzoni).
Meno oggetto di timore reverenziale, ma altrettanto onnipresente nelle registrazioni pop, rock e non solo, è uno stuolo di altri organi elettrici, o per meglio dire elettronici: strumenti nati con l'intento di imitare l'organo a canne tipico di cattedrali e grandi teatri, ma nel tempo sempre più apprezzati dai musicisti per le specificità del loro suono, anche e soprattutto quando questo appariva molto distante da quello di un vero organo da chiesa.
Lowrey, Farfisa, Vox, Bontempi: questi alcuni dei produttori più noti, responsabili di un'invasione di tastiere differenti per fasce di prezzo, versatilità, architettura interna e qualità sonore. Se gli esemplari più ingombranti e costosi rappresentavano ottimi surrogati dell'organo a canne (a cui aggiungevano, in qualche caso, anche funzioni ulteriori), i modelli più economici erano del tutto inadeguati a qualunque tipo di utilizzo professionale. Gran parte di questi strumenti era ed è tuttavia accomunata da un elemento, che è poi quello che li rende complessivamente noti come "organi elettronici": le frequenze associate al suono non sono generate dalla vibrazione di elementi meccanici, ma prodotte direttamente da variazioni regolari della corrente elettrica in opportune componenti circuitali, solo successivamente amplificate e inviate a un altoparlante. I primi ad arrivare sul mercato sono gli organi basati su valvole termoioniche (ingombranti, costose e inaffidabili) e circuiti oscillanti di vario genere. L'avvento dell'elettronica dei semiconduttori apre successivamente la via ai più maneggevoli "organi a transistor", di gran lunga la classe di maggior successo negli ambiti legati al pop.

La corazzata a valvole

71_studio_emsvcs3loweryTra gli organi interamente elettronici, la fascia di prezzo più alta viene occupata a partire dal 1955 dagli strumenti Lowrey, prodotti dall'omonima azienda di Chicago. La generazione del segnale si basa sulle oscillazioni prodotte da un dispositivo elettronico sviluppato negli anni Quaranta, il circuito di Eccles-Jordan, basato su valvole ma estremamente stabile per la sua epoca (l'ideale, dunque, per l'ottenimento di frequenze musicali che mantengano la loro intonazione). Gli organi Lowrey sono destinati inizialmente all’intrattenimento domestico, ma il loro utilizzo si afferma anche in chiese e teatri. Dalla metà degli anni Sessanta hanno trovato impiego anche in ambito pop e rock grazie alla loro gamma timbrica, più ampia e simile a quella di un autentico organo a canne rispetto a quella degli strumenti elettromeccanici come l'Hammond. Dal 1964, l'architettura sostituisce le valvole con transistor, allungando la vita media delle componenti elettroniche e rendendo gli organi Lowrey ulteriormente competitivi (anche sul piano economico) rispetto ai più diffusi Hammond.

Le prime incisioni in cui l'organo Lowrey trova diffusione è quello dell'easy listening. Come per l'Hammond e, qualche anno dopo, il sintetizzatore Moog, la rilettura di pezzi di successo attraverso il nuovo strumento si rivela un facile stratagemma per catturare l'interesse degli ascoltatori. In questo campo, le tastiere Lowrey competono anche con gli organi valvolari Baldwin, dotati di una gamma timbrica più marcatamente elettronica. Valgano come confronto le registrazioni per Lowrey di Dick Hyman (pioniere delle tastiere elettroniche che svolgerà un ruolo di primo piano anche della "Moog craze" dei secondi Sessanta) e quelle per Baldwin di Eddie Osborn.
Anche in ambito colto o latamente tale si incontrano sperimentazioni. L'avanguardista Karlheinz Stockhausen lo impiega accanto all'Hammond per la sua cantata "Momente" (1962-1969): nella videoregistrazione proposta, i due organi si distinguono facilmente dalla presenza a sinistra della tastiera di un'ottava a colori invertiti (Hammond) o dalla sua assenza (Lowrey). Sempre tra Sessanta e Settanta, l'organo è sfruttato anche nella musica da film e in quella per le sonorizzazioni (library music), ma è difficile tracciare una mappa indicativa della sua diffusione in questi ambiti perché gli strumenti presenti nelle incisioni sono solo raramente accreditati per nome.

Eddie Osborn — Moon River (1962)
Angelo Francesco Lavagnino — Tristezza nel cuore (1962)


Dick Hyman — Big Ben Bossa
(1963)
Karlheinz Stockhausen — Momente, Europa Version [live @ Colonia, condotto da Pierre Schaeffer] (1966)
Giampiero Boneschi — Lovely Lowrey (1973)

Dalla metà degli anni Sessanta, lo strumento prende moderatamente piede anche in ambito pop/rock. La sua adozione come elemento costitutivo del sound delle formazioni, tuttavia, è limitata dalla scarsa trasportabilità, che rende l'utilizzo in studio decisamente più diffuso di quello dal vivo. Tra i molti organi utilizzati per creare il clima circense di “Being For The Benefit Of Mr. Kite”, l’organo Lowrey suonato da George Martin svolge il ruolo preponderante. Suo è anche il vento rombante di “Born To Be Wild”, che però era rimpiazzato dal vivo con quello di un più trasportabile Hammond. Più di recente, un Lowrey appare come “protagonista” del video di “Fireflies” di Owl City (pezzo in cui, in realtà, non è affatto impiegato!).
Alcune formazioni ritenevano il Lowrey una parte talmente essenziale del proprio sound da portarlo con sé anche sul palco. Garth Hudson, organista dei The Band, è probabilmente il più noto appassionato dello strumento, e Mike Ratledge dei Soft Machine lo utilizza fino alla sua uscita dalla band, nel 1966. Proprio un Lowrey effettato con fuzz è il responsabile del suono alieno che apre “Facelift”, prima traccia di “Third”.
Un organo Lowrey connesso a un sintetizzatore EMS VCS-3 è sfruttato da Pete Townshend degli Who per la celeberrima intro minimalista di “Baba O’Riley”… Ma anche questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta (nel frattempo, ci si accontenti dell'immagine sopra!).

The Beatles – Being for the Benefit of Mr. Kite (1967)
Steppenwolf – Born to be Wild (1968)
Soft Machine – Facelift (1970)


The Band – The Shape I’m In
(1978)

Owl City – Fireflies (2009)

Sebbene la fortuna dell'azienda in ambito pop sia legata soprattutto agli anni Sessanta e Settanta, la produzione di strumenti è proseguita fino ad anni recenti. A inizio anni Ottanta viene lanciata la serie Micro Genie, costituita da tastiere portatili con altoparlante incorporato, alcune delle quali alimentate a pile. Più avanti negli anni, saranno introdotti modelli compatibili col protocollo MIDI. Nel 1988 arriverà l'acquisto da parte della giapponese Kawai, e solo nel 2018 l'annuncio della cessazione della produzione per il gennaio successivo. 

L'invasione dei transistor

878c1e7d3da9719075ee45fd816211da1Maneggevoli e a buon mercato, ma poveri sul piano armonico e della dinamica, gli strumenti a transistor impiegano componentistica allo stato solido (semiconduttori) al posto di valvole e circuiti oscillanti di generazione precedente. Trovano presto ampia diffusione presso i consumatori meno esigenti sul piano sonoro. A ritagliarsi un ruolo significativo in contesto jazz, rock e pop sono in particolare gli organi combo, specificamente progettati per le esigenze dei complessini o combo band.
Leader del settore è inizialmente la britannica Vox, che lancia nel 1962 il suo cavallo di battaglia, l’organo a quattro ottave Vox Continental. Per 995 dollari (7000 euro attuali, suppergiù) ci si può portare a casa un bell’oggetto dalla livrea rossa e dal suono squillante, riconoscibilissimo per via della sua tastiera nera con alterazioni bianche.
Nel 1964, è il turno della Farfisa, di Osimo (Ancona), che all’equivalente odierno di 3000 euro mette in commercio il Combo Compact, rapidamente seguito da altri modelli, anche più economici. Gli strumenti Farfisa sono caratterizzati da un suono più esile (che presto però guadagna i suoi ammiratori), e spesso dalla tripartizione nero-grigio-bianca della tastiera.
Quella degli organi combo diventa rapidamente una produzione eminentemente italiana, con una filiera concentrata nell’area di Recanati. Le aziende attive sono decine (tra le principali Crumar, Elka, LOGAN), e alcune si costruiranno nei decenni successivi un credito anche nell’industria dei sintetizzatori. Ulteriore curiosità: dal 1965 anche Vox sposta parte della produzione nelle Marche, presso gli stabilimenti EKO a Montelupone.

Il suono degli organi combo è decisamente piatto: tra i termini più ricorrenti nelle descrizioni si trovano spento, fiacco, tinny (metallico, “di latta”), stridente. L’emissione acustica non distingue tra attacco e prosecuzione della nota (eliminando in gran parte le possibilità percussive) e l’intensità sonora non è calibrata rispetto a quella del tocco. Anziché associare, come gli altri organi elettrici, ogni tasto della tastiera a un oscillatore dedicato, sfruttano elementi circuitali noti come frequency divider per produrre una molteplicità di frequenze a partire da quelle di un numero ristretto di oscillatori (dodici - uno per ogni nota della scala cromatica). L’espediente, che sarà sfruttato in seguito anche dai primi sintetizzatori polifonici, permette di contenere notevolmente complessità, costi e ingombro degli apparecchi. Come gli strumenti Hammond, anche gli organi combo sono generalmente dotati di un sistema di cursori per indicare l’equalizzazione delle armoniche, ma la loro efficacia nel controllare il timbro è piuttosto limitata.
schemaorgueelectronique_600Nonostante gli evidenti limiti espressivi, fin dai primissimi anni le formazioni pop e rock mostrano di apprezzare il suono di questi nuovi strumenti. Già in epoca beat e psichedelica, sia da un lato dell’Oceano che dall’altro, l’organo combo si impone come alternativa più briosa e meno enfatica del sempre un po’ roboante sound Hammond. Un Vox Continental svetta negli arragiamenti di hit come “I’m A Believer” e “House Of The Rising Sun” in versione Animals, mentre il Farfisa fa la sua parte nei successi di Percy Sledge e Them. Celeberrimo poi l’utilizzo da parte di Ray Manzarek dei Doors, che abbina il Vox Continental a un inusuale Rhodes Piano Bass in molti dei brani più iconici della band.

The Animals – House Of The Rising Sun (1964)


Them – Mystic Eyes/Gloria
(1965)
Percy Sledge – When A Man Loves A Woman (1966)
The Doors – Light My Fire (1967)
The Monkees – I’m a Believer (1967)

Nella coda lunga dell’era psichedelica, diverse formazioni scoprono inaspettati potenziali atmosferici nel sound dei combo organ, facendone un elemento centrale di sperimentazioni e stratificazioni. Gli Iron Butterfly fanno toccare al Vox il suo apice in termini di enfasi e afflato demoniaco, mentre Pink Floyd, Mike Oldfield, Tangerine Dream esplorano i territori più spaziali a cui l’immateriale suono Farfisa dà accesso.
Nel 1970 arriva sul mercato il modello Professional Duo, a due manuali, che raccoglie tra i suoi ammiratori più devoti l’ex-Tangerine Dream Klaus Schulze, qui documentato in un’apparizione televisiva molto rappresentativa del carattere avanguardistico della sua musica.

Iron Butterfly – In A Gadda Da Vida (1968)

Pink Floyd – Astronomy Domine
[live @ ORTF2] (1968)
Klaus Schulze [live @ tv francese] (1973)
Mike Oldfield – Tubular Bells [live @ BBC] (1973)
Tangerine Dream – Atem [live @ ORF] (1973)

Anche in versanti sperimentali meno incentrati sul rock gli organi combo trovano i loro estimatori. Nel 1971, Keith Jarrett utilizza dal vivo con Miles Davis uno dei tanti emuli delle due ditte principali, il Fender Contempo. C’è chi racconta poi che l’anno prima, durante le sessioni di “A Tribute To Jack Johnson”, Davis avesse costretto Herbie Hancock, che passava di lì, a suonare un Farfisa trovato in studio, senza che il pianista avesse messo le mani prima di allora su uno strumento del genere (o in programma una jam col trombettista!).
I minimalisti apprezzarono molto questi strumenti per via del loro suono "astratto": sia Steve Reich che Philip Glass compongono per Farfisa nel corso degli anni Settanta, e la sospensione trascendentale di Terry Riley si lega magnificamente al timbro anodino dell’organo a transistor. Il filmato qui proposto lo immortala in una sua performance con lo Yamaha YC-45D (dove la “C” sta appunto per combo), uno strumento “deluxe” dal timbro più variegato e dal sensibile rumore d’attacco. Proprio un organo Farfisa, infine, è tra i (pochissimi) protagonisti della sorprendente hit single dell’avanguardista Laurie Anderson, “O Superman”.

Steve Reich – Four Organs (1970)
Miles Davis e Keith Jarrett [live @ Philarmonie Berlino] (1971)
Philip Glass – Music In 12 Parts [live, dall'intervista-documentario "Music With Roots In The Aether"] (1976)Terry Riley – Shri Camel [live @ Holland Festival] (1977)
Laurie Anderson – O Superman (1982)

Col procedere degli anni Settanta, l’utilizzo in campo strettamente pop si affievolisce (con eccezioni importanti, ad esempio l’impiego appaiato col piano in “Crocodile Rock” di Elton John), ma l’avvento della new wave conduce a un rapido ritorno in auge. Senz’altro i fattori economici giocano la loro parte: un organo serio costa un occhio della testa, e band che partono suonando dove capita hanno ogni vantaggio a puntare su strumenti non solo più a buon mercato, ma anche più maneggevoli. D’altra parte, il sound secco, scheletrico e senza fronzoli degli organi combo è perfetto per il taglio back-to-basics che diversi artisti vogliono dare alla loro musica. Il Vox diventa assieme al vestiario mod un marchio di fabbrica dello ska 2 Tone, mentre il Farfisa è ripreso spesso da formazioni più arty (Talking Heads, Blondie).

Elton John – Crocodile Rock (1972)
The Specials – A Message to You (1979)

Madness – One Step Beyond (1979)

Blondie – Heart of Glass (1979)
Gaznevada – Tij-u-wan (1980)

Quello dell’organo combo può anche essere un suono freddo, straniante, in fin dei conti un po’ ridicolo. Proprio a cavallo tra Settanta e Ottanta, una serie di band fa della spigolosità caricaturale (deragliante in quello che oggi forse sarebbe chiamato cringe) un proprio tratto distintivo, e non è strano che trovi negli organi a transistor i puntelli tastieristici ideali per il loro sound. Da qualche tempo, ha fatto capolino sull’internet il termine Zolo per far riferimento a questo limbo tra prog scalcagnato, new wave eccentrica e pop petulante, e scorrendo una lista di candidati alla hall of fame del non-genere ci si imbatte in una sfilza di patiti del combo sound.
In area ancora Rock in Opposition, Aksak Maboul, Samla Mammas Manna, Etron Fou Leloublan ricorsero al Farfisa, che gioca un ruolo importante anche nell’art-pop postmoderno degli ex-10cc Godley & Creme. Intersecando la new wave, riecco il Farfisa con B-52’s e i Family Fodder; i primi Xtc si affidano invece a un altro organo italiano, il Crumar Group 49 (che nei loro primi video appare scoperchiato). I They Might Be Giants puntarono sul timbro giocattoloso del Farfisa per le loro prime performance dal vivo, e anche lo stortissimo punk/prog dei Cardiacs ha sfruttato ampiamente il Vox Continental per creare il suo mood tra il clownesco e lo schizoide

Aksak Maboul – (Mit 1) Saure Gurke (Aus 1 Urwald Gelockt) (1977)
Family Fodder – Playing Golf (With My Flesh Crawling) (1979)

Xtc – This Is Pop? (1978)
The B-52’s – Rock Lobster (1980)

Cardiacs – RES (1984)

Per l’universo indie, cresciuto prima a ristampe in cd e poi a mp3 e streaming, il ronzio del combo organ è doppiamente nostalgico: da un lato è un segnale in codice per rimandare all’epoca pioneristica del minimalismo elettronico, agli anni Sessanta, al kraut e al post-punk; dall’altro, è una madeleine che in modo subliminale richiama episodi biografici, legati a un’infanzia in cui il basso costo degli strumenti a transistor li aveva diffusi ovunque tra aule di scuola, teatrini, intrattenimenti di paese. Farfisa e Vox sono dunque oggetti totemici sia per gli instancabili ravanatori elettronici, che si pongono in continuità con le sperimentazioni delle origini, sia per creazioni da cameretta meno ambiziose ma più confortevoli. Giocando con suonicchi, glitch, campionatori, e spesso accontentandosi di emulazioni software degli strumenti d’epoca, gli artisti indietronici e folktronici coniano un’estetica di luminosità, malinconia e piccole cose, nella quale il brusio smussato del Farfisa risulta del tutto a suo agio. Da qualche parte tra le due polarità, stanno altri utilizzatori, come indie-rocker in cerca di ponti emotivi con il pubblico o patiti del vintage come gli Stereolab (sempre in cerca, questi ultimi, della miglior combinazione di strumenti storici per la creazione di un ammaliante pot pourri fra space age pop e nostalgie settantiane).

Spiritualized [live @ MTV] (1992)
Stereolab – Farfisa (1995)
Death Cab For Cutie – President Of What? (1998)
Lali Puna – Lowdown (2001)

Keith Fullerton Whitman – Stereo Music For Farfisa Compact Duo Deluxe, Drum Kit (2005)

Talvolta, la ripresa del suono combo sfocia in proposte di stampo più espressamente pop, e in qualche caso perfino in successi mainstream ancora ricordati. In casi come questo, è spesso l’atmosfera retro immediatamente evocata dai timbri a giustificarne la scelta: che si tratti di one hit wonder o di band capaci di costruire sul loro organo un sound ricco e versatile, il gusto sixties revival è palese sia nel riff di “Jerk It Out” che nel caleidoscopico Madchester degli Inspiral Carpets. Il passatismo fatto e finito è la cifra espressiva anche dei britannici The Coral, che singolarmente scelgono di ripescare dall’oblio ancora un altro concorrente dei produttori più rinomati: il Philicorda, commercializzato da Philips già nel 1961, un anno prima del Vox Continental. Se molti adolescenti anni Novanta hanno avuto esperienza (magari inconsapevole) del Farfisa sound è grazie a “Common People” dei Pulp, che il video associato al pezzo ambienta in una balera 60's-70's – probabilmente il posto più indicato per incontrare un organo di quel tipo, in effetti. Il groove di “Common People” farà i suoi proseliti, e ancora oggi chi lo imita ha l’accortezza di includere un tocco di organo combo nel proprio mix sonoro.

Inspiral Carpets – This Is How it Feels (1990)

Pulp – Common People (1995)

The Coral – Dreaming of You (2002)
Ceasars Palace – Jerk It Out (2003)
Baustelle – Amanda Lear (2017)

Il rinnovato interesse per le sonorità degli organi a transistor non ha purtroppo salvato la filiera marchigiana dalle chiusure e conversioni rese necessarie da decenni di contrazione del mercato. Delle aziende citate nel testo, Vox ha smesso di produrre in Italia già negli anni Settanta (vendendo poi il marchio alla giapponese Korg nel 1992), Farfisa ha chiuso la sua divisione musicale nel 1998, Crumar ha chiuso i battenti nel 1987 - ma dal 2008 il brand è di nuovo presente nel mercato degli strumenti elettronici e digitali, grazie a un rilancio da parte di imprenditori italiani.

Coda: i famigerati chord organ

Forse non li avete mai chiamati così, ma se avete messo piede in un qualche teatrino, scantinato scolastico, angolo polveroso con cimeli degli anni passati, c'è una buona probabilità che ne abbiate visto qualche esemplare. E magari sondato con mano anche la (scarsa) qualità musicale.
I chord organ devono il nome alla presenza oltre all'ordinaria tastiera anche di una pulsantiera dedicata appositamente alla selezione di semplici accordi: in questo modo, anche musicisti poco esperti avrebbero potuto suonare un elementare accompagnamento, premendo solo un tasto alla volta (in genere con la mano sinistra). Introdotto nel 1950 dalla Hammond con un'architettura valvolare, nei decenni successivi il design si diffonde in una vasta gamma di varianti sia a livello di interfaccia che di generazione del suono. Molti i produttori che realizzano i propri modelli, consevando alcuni tratti comuni: per tutta la durata della loro fortuna, i chord organ restano strumenti a buon mercato, destinati a un uso non professionale, dotati di una tastiera limitata e poca o pochissima versatilità timbrica. Oltre alla serie S della Hammond, pioniere della categoria, vi furono chord organ prodotti da Wurlitzer, Farfisa, GTR, Magnus. Il successo di vendite dura grosso modo fino all'avvento delle tastiere digitali economiche, alla fine degli anni Ottanta.
I più diffusi tra gli strumenti di questa categoria (gli organi Bontempi in Italia, i Magnus nel mondo anglosassone) non sono tecnicamente organi elettronici, perché il suono è prodotto da ance, fatte vibrare dall'aria soffiata da un piccolo motore. Molto probabilmente è di apparecchi questo tipo che i lettori italiani avranno maggiore esperienza.

 




Per quanto si tratti sostanzialmente di strumenti giocattolo, chord organ sono stati occasionalmente utilizzati anche da musicisti pop, in genere per conferire alle registrazioni un tono scherzoso, stralunato o particolarmente amatoriale. In "Memory Of A Free Festival", sul suo secondo Lp, David Bowie utilizza un organo Rosedale Electric. Naturale che, qualche tempo più tardi, il mondo che ha per riferimento il lo-fi abbia rivalutato questo genere di strumenti, a partire dall'outsider Daniel Johnston (ora visto come nume tutelare del filone) che vede la tastiera rumorosa e l'insopprimibile delay dell'emissione sonora di un modello particolarmente cheap come elementi da valorizzare. Ciclicamente, dunque, il suono risbuca in incisioni di band alternative americane, songwriter indipendenti, artisti folktronici. In tempi recenti, chord organ sono stati impiegati con una certa frequenza anche dai post-rocker californiani Tarentel

David Bowie — Memory Of A Free Festival (1970)
Daniel Johnston — Chord Organ Blues (1983)

Elliott Smith — Coming Up Roses (1995)
Yann Tiersen — La lettre d'explication (2001)
Tarentel — Paper White (2005)

Due curiosità finali su questi strumenti amati e odiati. La prima è per i beatlesiani: "Blue Jay Way" viene composta da George Harrison nel 1967 utilizzando un Hammond S, mentre si trova a Los Angeles; nella registrazione per "Magical Mystery Tour", realizzata agli Abbey Road Studios, sfrutterà tuttavia un più lussuoso Hammond B3.
L'utilizzo da parte dei Residents di un Hammond S è invece, come circa ogni aspetto relativo alla band più enigmatica del rock, questione più insidiosa. Conferme dirette non ce ne sono, ma il sito di riferimento della community residenstiana Meet The Residents Wiki dà come attestato l'impiego tra il 1972 e il 1987 di uno strumento con accordatura modificata per massimizzarne la spookiness. L'organo sarebbe stato donato a un collaboratore della band, con tanto di certificato di appartenenza, e passato di proprietà fino a un appassionato che nel 2012, desiderando rivenderlo, avrebbe inserito su YouTube un video illustrativo delle sue particolarità sonore. Accertare l'affidabilità di passaggi e certificati descritti è difficoltoso, ma il filmato è di per sé interessante nel mostrare un esemplare di chord organ con caratteristiche armoniche fuori dall'ordinario.

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