Maurizio Vaiani è ormai da anni una delle certezze del panorama indipendente italiano. Prima con la sua storica band, i Jenny’s Joke, poi con il suo progetto solista, RosGos (pettirosso in dialetto), il musicista cremasco ha esplorato le più diverse sfaccettature del cantautorato alternativo e approda oggi al terzo disco in proprio, il primo per Beautiful Losers, una delle realtà migliori nella promozione di artisti underground nostrani.
“Circles” arriva a due anni dalle affascinanti peregrinazioni americane di “Lost In The Desert” e vede Maurizio ancora intento a vagare, ma in ambienti ben diversi. Per questo nuovo viaggio, infatti, l’artista lombardo ha scelto di esplorare le profondità dell’inferno dantesco e delle sue pene, volgendo lo sguardo verso il lato più oscuro e
gotico del suo
songwriting, arricchito come mai prima da palpitazioni elettroniche che fanno da sfondo a lingue di fuoco chitarristiche e alla forte voce dell’autore, che si fa ora guida virgiliana solenne e paterna (“Wrath”, “Heresy”), ora sibilante alito luciferino non distante da
Molko (“Lust”, “Gluttony”).
Ciò che da subito risulta d’impatto, oltre alle affascinanti atmosfere che avvolgono il lavoro, è il punto di vista scelto per la narrazione. Inutile infatti ripercorrere didascalicamente vizi e torture, mettendo in scena malignità e orrore quando già ogni giorno siamo esposti a immagini e notizie drammatiche e cruente. A volte il contrappasso sembra essere la legge della vita al di qua più che di quella al di là.
E allora RosGos trasfigura condanne e sofferenze eterne, che diventano in più di un’occasione richieste a cuore aperto dei dannati, degli uomini, che anelano in fondo soprattutto l’amore. “Circles” è un disco che in fin dei conti parla soprattutto del sentimento per eccellenza, lo cerca e lo invoca ovunque, anche dove si pensa non trovi spazio: tra i sospiri delle anime che risiedono in “Limbo”, contraddistinta da ritmi lenti e da un ottimo giro di basso, o nelle magniloquenti aperture melodiche di “Lust”, o ancora nella seducente andatura wave di “Greed”, che ha il passo malizioso di alcune cose dei Cult.
Nume tutelare del lavoro è di certo il compianto
Mark Lanegan, e in particolar modo il suo miliare “
Blues Funeral”, che aleggia sui cori mefistotelici di “Violence”, la più minacciosa e ruvida del lotto, ma anche nella ninnananna che risuona tra ricami acustici e palpitii sintetici di “Treachery”.
Nell’ottimo finale di disco, che vede coinvolti i due pezzi appena citati, svetta il piano imperante di “Fraud”, manifesto di un album che ha il pregio di saperci accogliere nelle tenebre più avvilenti facendoci però sentire coraggiosi come il sommo poeta, alla ricerca di luce, amore e forse redenzione.
30/05/2022