Il primo quarto di secolo è agli sgoccioli ed è già possibile apprezzare alcuni interessanti effetti sulla musica che gira intorno: generi morti e sepolti non trovano pace e si scavano una via verso la superficie; IA e algoritmi dissolvono limiti, disgregano distanze e le scene si svincolano dallo spaziotempo. In certi giorni Ghent somiglia un po’ a Chicago e può capitare di sentire un gruppo di jazzisti belgi evocare gli spiriti dei Tortoise più cerebrali. Ma quando il tempo si rimette in sesto, nuovi dettagli cominciano a emergere e le differenze superano le similitudini rivelando che no, “Thin Air . Mirror Land” non è una semplice copia di “Standards” dai toni più dark. È la tensione prima dell’Urlo. È lo straniamento raffigurato da Edvard Munch nel dipinto “La Tempesta” che ha ispirato i John Ghost in fase creativa, replicato nella copertina da un artista incorporeo: una stazione della metro satura di sguardi vacui e bromidrosi. È quanto “The Quantities” ha da offrire: la colonna sonora di un film in bianco e nero, con una regia vertiginosa tutta dolly, zoom e stacchi agorafobici, atmosfere a metà strada tra “Metropolis” e “Quarto Potere”. O pressappoco.
Non è tanto semplice orientarsi in questa frotta di nomi e numi tutelari che va da Ligeti a Disasterpeace, passando per l’epica a orologeria di Hans Zimmer e le modulazioni mediorientali à-la Maurice Jarre. Che sia proprio questa capacità di svariare con disinvoltura tra le diverse correnti da parte di Jo De Geest e compagnia a costituire il vero punto di svolta di questa terza prova? Dopotutto, uno sguardo alla tavolozza ci dice che gli elementi sono sempre lì dov’erano prima — le costruzioni minimal-polifoniche e una certa vocazione per le complicazioni ritmiche neanche tanto velatamente proggish, per esempio. Semmai la tavolozza si è arricchita di alcune sfumature e scale di grigio più adeguate a dipingere il quadro una quotidianità ogni giorno più alienante, che evoca un immaginario ben lontano dalle atmosfere certamente weird, ma senza dubbio più luminose di “Airships are Organisms”. “The Hedges”, per l’appunto, con i suoi incastri armonici tra ostinati di pianoforte e succinti loop di chitarra, sposta le coordinate dai territori adamantini del minimalismo reichiano ai groove modulari (e decisamente noir) di Nik Bärtsch e dei suoi Ronin. Momento di serendipità: è forse un’eco del Nord quello che si sente nella coda della traccia? Niente di più facile. In fondo, basta dare un’occhiata in cabina di regia (o meglio: di produzione) per ritrovarvi il faccione barbuto di Jørgen Træen, già mastermind dell’album precedente e del mai troppo acclamato “A Living Room Hush” dei Jaga Jazzist. Altri indizi della sua presenza disseminati nella tracklist: marimbe q.b., vibrafoni, glockenspiel e, soprattutto, un certo ethos massimalista proprio dell’incatalogabile ensemble norvegese.
Tra le partiture di “The Dimmed” e “The Flies” si può intuire un tratto comune a un po’ tutta la scaletta, ed è il ribollire magmatico di armonie jazz e groove piroclastici come in un gran guazzabuglio zeuhl. Tratto che diventa poi palese nella conclusiva “Them”, plasmata fra distensioni canterburiane e attimi di sudore freddo. In questi fugaci momenti di transizione tra climax e anticlimax, è possibile percepire la stessa inquietudine che Edvard Munch riversava su tela e che lentamente lo consumava dall’interno, condensata per qualche strano gioco alchemico in fugaci stralci di microtonalità, prima di tornare all’incalzante mappazzone jaga-jazzistico.
I John Ghost sono una band belga composta da Jo De Geest (chitarra), Rob Banken (sassofono contralto, clarinetto basso, flauto), Wim Segers (vibrafono, marimba, percussioni assortite), Karel Cuelenaere (piano, synth, pianoforte elettrico), Lieven Van Pee (basso), Elias Devoldere (batteria, percussioni). “Thin Air . Mirror Land” è il terzo album del gruppo, il secondo pubblicato da Sdban Ultra.
23/12/2023