DAVID GILMOUR - The Luck And Strange Concerts

2025 (Sony)
rock, songwriter

C’è qualcosa di inevitabilmente commovente nel riascoltare dal vivo la chitarra di David Gilmour. Ogni nota, ogni vibrato, ogni riverbero sembrano portarsi con sé il peso di una storia che non appartiene solo a lui o ai Pink Floyd, ma all’intera memoria collettiva del rock. “The Luck And Strange Concerts”, doppio live e film registrato durante il tour del 2024, assume un rilievo particolare perché potrebbe rivelarsi una sorta di testamento definitivo, specie se saranno confermate le voci secondo le quali si è trattato dell’ultimo tour del chitarrista inglese. In più, il disco si pone inevitabilmente in dialogo-contrapposizione con il contemporaneo “This Is Not A Drill” di Roger Waters, poiché mai la distanza umana e artistica tra i due è apparsa così evidente.

David Gilmour ha attraversato i decenni senza mai tradire sé stesso, mutando pelle ma mai la sua identità. Il suo tocco resta inconfondibile, con le note della sua chitarra che scivolano nell’aria lasciando un senso di eternità. Accade fin dall’inizio: preceduti dai rumori catturati in una ideale campagna alle 5 del mattino (“5 A.M.”) – tra cinguettii di uccelli e un cane che abbaia in lontananza – affiorano i primi scintillanti accordi di una chitarra elettrica che non ha eguali. A seguire “Black Cat” (2:02), che apre il suo ultimo album “Luck And Strange” (2024). Il suono è pulito, bilanciato: si stenta a credere che sia un live, tanto è rifinito, ma che Gilmour sia un perfezionista è storia nota. Il primo brano cantato è proprio la title track “Luck And Strange”, che acquista maggiore vitalità rispetto alla versione in studio, anche grazie alla verve della band allestita per l’occasione: Greg Phillinganes, veterano dalle dita d’oro; Guy Pratt, da decenni fedele basso d’appoggio; e soprattutto una nuova generazione di talenti come Ben Worsley, alter ego chitarristico capace di restituire la densità del suono floydiano. A rendere tutto più umano e familiare, la presenza della figlia Romany, la cui voce in “Between Two Points” (cover del duo pop The Montgolfier Brothers) dialoga con quella del padre come un passaggio di testimone tra generazioni.

Ma, come prevedibile, è quando Gilmour riapre la porta sul passato floydiano che il concerto decolla emotivamente. “Breathe (In The Air)” riporta le lancette indietro al 1973, ma non è una mera replica: la Fender Stratocaster ridisegna i contorni del classico di “The Dark Side Of The Moon” con un fraseggio più contemplativo, quasi malinconico, mentre la voce di Gilmour, ferma e pacata, infonde un senso di consapevolezza. “Time” segue come un’eco inevitabile: un brano che con i suoi versi sulla fugacità dell’esistenza conserva un peso insostenibile: l’assolo, uno dei momenti più intensi dell’intero live, suona come un grido trattenuto, una confessione più che una dimostrazione tecnica. Ripescata direttamente dall’epico (e incompreso da molti, membri della band inclusi) “Atom Heart Mother”, “Fat Old Sun” lascia emergere il Gilmour più lirico: la quiete iniziale, che si scioglie in un’esplosione di luce, con l’assolo lancinante a fermare il tempo. Così anche le cicatrici dolorose lasciate dallo strappo con Waters post-“The Final Cut” sembrano rimarginarsi tra i ricami chitarristici dello strumentale “Marooned”, il brano atmosferico tratto da “The Division Bell” del 1994 che fruttò alla band – ormai orfana del suo leader – l’unico Grammy della sua storia nel 1995. E poi giunge una struggente esecuzione di “Wish You Were Here” ad acuire la nostalgia e l’amarezza per una storia floydiana in cui le crisi e le separazioni (anche quella dal primo leader Syd Barrett) hanno lasciato traumi profondi.

Il live, nel suo insieme, mostra quanto Gilmour sappia ancora reinventarsi senza smarrire la sua essenza. I brani più recenti, da “A Single Spark” a “The Piper’s Call”, si arricchiscono di sfumature inedite; “High Hopes”, ormai un classico del suo repertorio, si allunga come un inno malinconico per tempi incerti con preziosi ricami di slide; “Sorrow” è un monolite sonoro che rilegge “Pulse” con un’intensità più cupa, quasi post-industriale. Il filo conduttore resta sempre la chitarra: quel suono rotondo e tagliente, sospeso tra blues e immensità cosmica, che solo Gilmour sa evocare.

Nella seconda parte dello show, la tensione si attenua e l’atmosfera si fa più intima. Non manca un tributo commosso in memoria di Richard Wright, il tastierista dei Pink Floyd scomparso nel 2008, la cui ombra gentile aleggia su tutto il concerto. “The Great Gig In The Sky” viene reinterpretata senza la drammaticità dell’originale, sospinta dai gorgheggi di Clare Torry, ma con un approccio corale, spirituale, in cui le voci si fondono come un unico respiro, grazie anche all’ottima prova di Louise Marshall, che suona il piano e canta. “A Boat Lies Waiting”, incisa da Gilmour nel 2015 su “Rattle That Lock”, offre invece un toccante ricordo della frase del tastierista con le quattro coriste si uniscono a David in un canto corale.

Il finale è un crescendo emotivo che culmina nell’arrangiamento orchestrale di “Scattered” (con tanto di intermezzo al piano di Rob Gentry), uno degli episodi più intensi del percorso solista di Gilmour, e in una “Comfortably Numb” che, dopo oltre cinquecento esecuzioni in carriera, il chitarrista inglese riesce ancora a trasformare in un evento. L’assolo conclusivo è il climax definitivo dello show: ogni nota è calibrata, ogni pausa pesa quanto un colpo di scena. E il resto è storia.

Se “Live In Gdansk” del 2008 era costruito attorno all’esecuzione integrale di “On An Island”, “The Luck And Strange Concerts” sposta invece l’attenzione sull’eredità dei Pink Floyd (incluse alcune chicche inesplorate) e su una selezione di brani solisti più recenti. Gilmour non si limita a celebrare il passato: lo rimette in circolo, lo rifonde nel presente attraverso il tocco prezioso della sua chitarra. E riesce a lasciare il segno, più che con le sue prove in studio. Forse non ci saranno altri tour, forse questo è davvero il suo congedo live. Ma se così fosse, sarebbe un addio pieno di luce.

28/10/2025

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