I Desinteresse, trio olandese nato nel 2022, ritrovano un passato che non hanno mai vissuto ma di cui conoscono ogni crepa. Registrare usando solo macchine, amplificatori e processi analogici non è un vezzo nostalgico: è una dichiarazione di metodo, quasi un voto di povertà estetica.
Sem canta in
neerlandese e non concede traduzioni, la lingua resta opaca come il vetro di una chiesa gotica. Ed è forse qui - in questa intenzionale inaccessibilità - che “Onschuld” trova il suo carattere, perché si tratta di un disco che non racconta ma evoca. Se da un lato le parole si perdono, resta comunque quel misto di lamento e di invocazione che rimanda ai solchi più scarnificati dei
Cure di “
Faith” e “
Pornography”. Riferimento che i Desinteresse dichiarano e maneggiano con fedeltà quasi liturgica.
La
title track mette subito in chiaro le coordinate: basso tagliente, percussioni martellate come in un sotterraneo industriale e un synth che sembra emergere da un archivio di memorie spezzate. Il
pattern si ripete in “Niets Te Zeggen”. Ritmica secca, chitarre cavernose e una linea melodica che conosciamo già, come se fosse stata incisa nella nostra mente quarant’anni addietro. Ed è proprio questo il limite e al tempo stesso il fascino del disco, perché tutto è costruito con grande cura ma nulla sorprende davvero.
La prima vera scossa arriva con “Brekend Glas”, il brano più riuscito. Qui la malinconia si fa peso fisico, con un basso che scava in profondità e con i sintetizzatori che si allargano come una nebbia tossica, mentre la voce di Sem oscilla tra preghiera e collasso. È un pezzo che avrebbe potuto trovare spazio in un
mixtape del 1982 e questo - dipende ovviamente da chi ascolta - può essere un complimento o una resa. Buona anche “Silhouet” (ispirata all’estetica labirintica di “
L’anno scorso a Marienbad” di Alan Resnais), un passaggio che si muove come un ricordo di cui non riusciamo a recuperare il contorno. Più avanti, invece, con le brevi “Zwart Wit” (quasi un tributo a “Seventeen Seconds”) e “Grijze Dromen” (dai tratti
minimal-wave) troviamo uno spirito più arioso che disperato, in attesa della chiusura affidata a “Denkt U?”, una lunga lettera sonora che in qualche modo guarda ai
Joy Division di “
Closer”.
“Onschuld” è un album impeccabile nella sua dedizione alla tradizione, al punto da risultare spesso simile alla materia
Cure. Dalla produzione alla copertina, tutto sembra aderire a un modello già prestabilito. Gli arrangiamenti funzionano, i brani sono curati, ma manca il passo che trasforma una buona citazione in una voce autonoma. Per i conoscitori del genere non c’è sorpresa, il disco riporta fedelmente in vita atmosfere vissute decenni fa. Tuttavia, per chi si affaccia adesso al lato ombroso della
coldwave europea, questo potrebbe diventare un punto d’ingresso solido, sulla scia dello spirito
goth più malinconico.
04/12/2025