Il mio rapporto con le Last Dinner Party in questi due anni è stato piuttosto contrastato. Sono passato da una fase di amore incondizionato, quando avevano pubblicato giusto un paio di singoli e alcuni filmati delle prime esibizioni londinesi già raccoglievano numerose visualizzazioni su YouTube, al tiepido riscontro di quelle canzoni fissate per sempre su “Prelude To Ecstasy” (preferivo le versioni live). Poi ho iniziato ad apprezzare l’album d’esordio, ma quando ho avuto l’occasione di vederle davvero su un palco, non ho percepito quello che mi attendevo. Sta di fatto che “From The Pyre”, la loro opera seconda, è uno dei dischi più attesi di quest’ultimo trimestre 2025, sulla scia dei tanti riconoscimenti raccolti, a partire dai due Brit Awards consecutivi – nel 2024 come Rising Star e nel 2025 come Best New Artist – e dalla nomination al Mercury Prize.
Se siete stati dei grandi fan di “Prelude To Ecstasy”, beh, sappiate che “From The Pyre” disegna una parabola piuttosto differente: il baroque-pop che ha contrassegnato le prime canzoni delle Last Dinner Party si fa più elaborato, più strutturato (un evidente esempio sono i continui cambi di passo che contrassegnano “This Is The Killer Speaking”), anche meno “facile”, evolvendo verso una forma di glam orchestrale, alternando soluzioni drammatiche a vigorosi accenti indie-rock. Archi e pianoforti convivono con assoli di chitarra e cori che non celano una certa venerazione per “Bohemian Rhapsody”: occhio al prologo di “Second Best”, ma anche agli intrecci vocali nella prima parte di “Woman Is A Tree”. In questo meccanismo di crescita compositiva, una traccia praticamente perfetta come “Rifle” dimostra la ferma intenzione di non ricorrere a furbe scorciatoie per raggiungere un successo di più vaste dimensioni.
Gli anni Settanta sono molto presenti nella scrittura del quintetto inglese, basti seguire gli sviluppi di “Count The Ways”, ma i riferimenti stilistici sono molteplici, e dopo una parte iniziale orientata a una personale rilettura in chiave contemporanea di Queen e T-Rex, verso il finale il disco tende ad assumere un’andatura più dimessa, più riflessiva, più “dark”, specie in corrispondenza di “Sail Away” (dove è il pianoforte a prendersi il centro della scena), seguita da “The Scythe”, nella quale Abigail Morris medita sul concetto di mortalità, cantando della scomparsa del padre. Il mood melodrammatico si alleggerisce nell’epilogo affidato all’approccio più indie di “Inferno”.
Al momento continuo a preferire la spontaneità e l’urgenza di “Prelude To Ecstasy”, ma accidenti se “From The Pyre” non rappresenta la dimostrazione di forza da parte di una band che sbandiera con orgoglio compattezza e concretezza, come in pochi si sarebbero aspettati a un livello così alto.