Una carriera ultratrentennale e oltre una quarantina di album sono un bagaglio enorme, ma per un artista come Will Oldham sono solo una lunga serie di appunti e riflessioni che vanno di pari passo con una vita vissuta in costante ricerca di storie da raccontare.
Con melodie tanto semplici quanto arcaiche e misteriose, il musicista americano ha attraversato indenne il passaggio da country-singer eversivo sotto le tante denominazioni di Palace (Brothers, Songs, Contribution, Music) a poeta noir e maledetto (gli indimenticabili “I See A Darkness” e “Master And Everyone”) e ora, diradata la nebbia, ha abbracciato il verbo country di Nashville, forte di una maturità vocale messa a dura prova nel precedente album ”The Purple Bird”.
Il ritorno alle radici e all’arcaico linguaggio folk trova ulteriore compendio in “We Are Toghether Again”, album realizzato in uno studio di Louisville con il fido produttore e ingegnere del suono Jim Marlowe. Dieci brani, dei quali alcuni scartati dal precedente “The Purple Bird” in quanto non ritenuti contestuali. Dieci canzoni tanto fragili e delicate quanto raffinate.
Ai sempre descrittivi e poetici testi il musicista statunitense accosta melodie dal tono sommesso e acerbo, che solo raramente trovano il conforto di soluzioni strumentali dal fascino immediato, “(Everybody Got A) Friend Named Joe”.
Sono i dettagli il vero punto di forza di un disco che solo a un ascolto distratto apparirà lievemente monocromatico: a volte sono i fiati responsabili di un lieve cambio di ritmo (“Vietnam Sunshine”), più spesso è l’intreccio tra le voci che seduce l’ascoltatore conciliando esigue strutture strumentali con magniloquenze baroque-folk (“Strange Trouble” e ”Life In A Scary Horses”).
E’ un musicista estremamente curioso e attento, l’autore di “We Are Toghether Again”. La presenza tra le vocalist di Sally Timms dei Mekons e di Catherine Irwin dei Freakwater non è casuale: l’orecchio di Will Oldham è attento da sempre a linguaggi diversi, basta scorrere l’elenco delle collaborazioni (dai Trembling Bells ai Bitchin Bajas, dai Tortoise a Matt Sweeney) per capirlo, e non sorprende che per il sontuoso arrangiamento chamber-folk di “Hey Little” abbia dichiarato di essersi ispirato a “Dear Jessie” di Madonna.
Il folto numero di collaboratori che accompagna Will Oldham in questo nuovo album – tra gli altri Thomas Deakin, Chris Bush, Erin Hill, Nuala Kennedy, Ned Oldham, Chris Cupp, Jacob Duncan – è un ulteriore segnale della cura con la quale è stato elaborato e, nonostante non aggiungano nulla di nuovo a quanto già detto in una lunga carriera, queste canzoni offrono tanta bellezza, malinconia e speranza che è impossibile non poter apprezzare.
16/05/2026