Quando Francesca Siano, in arte Francamente, piombò come un fulmine a ciel sereno nell’ingranaggio patinato di X Factor 2024, cantando una versione da pelle d’oca del classico immortale “Wicked Game” di Chris Isaak, in molti, non solo il poker di “sì” dei giudici, colsero in lei la stoffa dell’interprete consapevole e talentuosa, la potenza, anche estetica, del personaggio, la credibilità che rimaneva intatta persino nei passaggi più densi di pathos. Saper stilizzare la sregolatezza rendendola essenzialità introspettiva e accogliere l’ascoltatore nell’abbraccio contagioso della propria autoreferenzialità sono cose tanto connaturate al personaggio da evidenziarsi già nei pochi minuti di un primo passaggio televisivo. Anche in un pezzo non suo. E soprattutto colpiva quella idea di musica come “postura”, come modo di stare al mondo, che fa la quotidianità di Francamente come artista.
Quello che il grande pubblico non poteva conoscere ancora era il talento dell’autrice. Quest’ultimo era emerso, vale la pena ricordarlo, in un ambito più di nicchia, ma anche più genuino, quando Francesca aveva vinto l’edizione 2024 del Festival di SanNolo, manifestazione nata dall’hype intorno a uno dei quartieri più vivaci e gentrificati di Milano, che sempre di più coniuga il proprio originario spirito goliardico e queer con lo status di realtà di riferimento nell’establishment musicale italiano. Nella medesima edizione le fu assegnato il premio tecnico consistente in una produzione di Goedi, aka Diego Montinaro, produttore di larga esperienza, già a fianco di nomi quali, fra gli altri Fabri Fibra e Casino Royale.
“Paracadute”, l’inedito pluripremiato a SanNolo, è una canzone dai versi potenti: “Costruirò un’autostrada veloce/ Con strade di carta, di carne, di sangue/ Che portano al tuo nome/ E con cartelli verdi perché mi piace sperare/ Che tra un istante ci toccheremo/ Nella canzone che ti piace abitare”.
Il topos della lontananza amorosa si fa ambientazione urbana e storia personale, “treno dei desideri” in contromano al destino, profilo di cartelli personificati come nei mondi di un Marcovaldo. Quando a X Factor arriva il momento dell’inedito, la cantautrice prende il sopravvento su tutto. “Fucina”, almeno nella scrittura, si avvicina ancora di più alla qualità di scrittura dell’album di esordio e vede la collaborazione del producer Diego Montinaro/Goedi, destinato a essere una presenza cauta, rispettosa ma determinante anche nel paziente laboratorio a quattro mani che conferisce pregio artigianale ai delicati equilibri di questo primo disco. Si tratta, dunque, di un esordio ma non troppo, che ha tanta gavetta, caparbietà, visione, alti e bassi, attese, paure e sentimenti dietro e dentro di sé.
La cantautrice torinese, trapiantata prima a Berlino e ora di stanza a Milano (ma torna a Torino ogni weekend) ci interpella con un titolo che nel saldarsi all’esperienza fatta nella città-stato di Alexander Platz internazionalizza definitivamente il racconto.
Mettiamola così. La soluzione consiste nel guardare il centro, il mainstream, il potere, la cultura dominante da una posizione privilegiata, proprio in quanto periferica, marginale. Da lì muove infatti il vettore di energia che si permette di essere propositivo e creativo, anche mentre il mondo brucia. Anzi, proprio perché brucia. Sperando che la poesia, la sincerità, la bright side della tenacia possano arginare la voracità di questo incendio tanto più violento quanto più inutile. E’ quanto racconta uno dei picchi emotivi dell’album, “Se potessi”, preghiera laica per una giovane vita, cui promettere futuro, o forse piuttosto assicurare il conforto di un dialogo aperto nell’infinito presente della precarietà del nostro oggi.
“‘Bitte Leben’ – sono le parole dell’autrice – è un invito a tuffarsi in ciò che sembra a noi lontano e straniero, non solo per lingua, ma per abitudine. Incontrare persone che non avremmo mai pensato potessero esserci amiche, fare i lavori più disparati per pagarsi l’affitto. Riconoscere il dolore nella vita di ciascuno di noi, ma non trattarlo come un mostro, come un alieno, bensì come una parte indispensabile che non deve paralizzare, ma diventare qualcosa su cui fare leva”.
In queste canzoni, tutte nuove, tutte bellissime, ritrovi intera la schiettezza, dichiarata già dal moniker, di uno sguardo sul mondo come introspettivo, fra personale e politico. Ci sono tratti di understatement piemontese sposati a un’estetica severa, urban, alla maniera di Berlino, ma anche della Milano zona Stazione Centrale nel video di “5 di mattina”.
È uno dei luoghi propri di questa geografia di personaggi-città e paesaggi d’anima che rende “Bitte Leben” un mondo al contempo nomade e coeso. “Non è però – spiega ancora l’autrice – il movimento capitalista che pattina sulla superficie delle cose, bensì un movimento legato alla natura dell’essere”. Ci sono gli autogrill e i balconi affollati della già citata “5 di mattina”, il cui testo, a differenza del video, racconta i rave improvvisati in una provincia piemontese che, già esperta di divieti e chiusure, rimarrà irraggiungibile ai decreti di qui a sempre. C’è la metafora tardo-imperiale di “Cattedrale”, fra New Order e SZA: il corpo come tempio, conforto, sicurezza, un altro modo di dire desiderio.
Ci sono, in “Sirene sulla luna”, le ambientazioni del festival La Luna e I Calanchi di Aliano, dove la natura aspra e arcaica dei luoghi di Carlo Levi si fonde con riti d’amore e di musica su un arrangiamento funky–wave un po’ Battisti periodo “Una giornata uggiosa”, un po’ Alice prodotta da Angelo Carrara. “Nuda di bossa”, nata da un viaggio in Brasile, trasforma una separazione condivisa in un omaggio alla memoria dei legami, muovendosi verso sonorità di cantautorato cinematico e jazzy.
Con “La casa dei miei nonni” il racconto è di nuovo personale-politico: una spiaggia dell’infanzia diventa il punto di partenza per interrogare i legami familiari e metterne in discussione la presunta sacralità, mentre “Telephone Tango” attraversa Berlino e Milano, saldando identità e movimento, macchine e frammenti di esistenza in coda all’entrata di un club.
“Zagara”, scritta a Palermo, altro vertice del disco, è devozione profana che accosta elettronica anni 80 e fraseggi di fisarmonica in cui eros e folk si fondono nella luce abbacinante di Sicilia. “Non mi importa più” riporta a Torino, portici, tram e bar, ma rallenta il passo in un midtempo bluesy in cui l’elettronica funge da contraltare introspettivo e una chitarra satura vira in direzione psichedelica, la stessa cui tende l’outro, chiudendo il cerchio inaugurato dall’intro.
La ragione di essere per questo diario espressivo in nove tempi e due cornici non è un monito, ma un bisogno ineludibile, tanto più urgente quanto più è difficile percepirne la voce. Bitte Leben.
23/04/2026