PAN AMERICAN - Fly The Ocean In Silver Plane

2026 (Kranky)
ambient, slowcore
7.5

Non ci sono più dubbi sul percorso che vuole intraprendere Mark Nelson; dopo “Quiet City” più che un’evoluzione artistica, è un lento cambiamento di stato. Ogni uscita dell’ormai ventennale progetto Pan American coincide infatti con una maggiore rarefazione, musicale e poetica, rispetto alla precedente, e con una più intima, cristallina malinconia che riesce sempre a meravigliare chi ascolta.

Costruiti intorno al tema del viaggio, descritto come riflesso del cambiamento inevitabile, i dieci nuovi brani indagano la forma del lutto e dell’addio, ma anche del mistero della vita che ritorna, nella nostalgia del ricordo e nella meraviglia dei nuovi orizzonti. La consapevolezza del tempo trascorso, e la sua negazione operata dalle impersonali e sospese atmosfere degli aeroporti, si uniscono in un paradosso tanto doloroso quanto leggero, che ha principale esito nel disincanto per l’irrimediabilità dell’esistere e delle sue direzioni.

La chitarra di Mark Nelson scandisce arpeggi aeriformi, dilatati in riverberi infiniti, poggiati su lievi ritmi percussivi, tappeti elettronici, sintetizzatori e campionature che uniscono con eleganza e disinvoltura analogico e digitale; le incursioni del violino di Mallory Linehan (aka Chelsea Bridge), gli slide e le voci smarrite nella nebbia sonora amplificano un sentimento generale di triste fascino.

L’apertura di “Silver Plane, Now Boarding”, unisce ampi delay e field recording; l’orchestrazione avvolge un tema delicato, adombrato da un sentimento di attesa. “Death Cleaning” fa riaffiorare, da una densa sovrapposizione di armonie, tappeti e percussioni elettroniche, mormorato, un verso semplice ed essenziale: you can go now. “Entrance To Afterlife” e la successiva “Silver Tramway (In Snow)”, dalle suggestioni cittadine e notturne, sviluppano una dub minimale e affascinante, reminiscenza di “360 Business/360 Bypass”. “Desert Under The Bridge” si acquieta invece tra atmosfere più raccolte spiccatamente ambient.

Gli echi chiarissimi dei synth sui soffusi ritmi tribali di “Heaven’s Waiting” richiamano i più spensierati episodi dei Popol Vuh per gli incipit di Werner Herzog alla conquista dell’inutile, sorvolando panorami naturali primordiali.

La bellissima e struggente “Honeyman-Scott” è invece un delicato tema di amore e di addio, che fa della sospensione la forma dolce e terribile della malinconia; le chitarre e l’elettronica si sfiorano con estrema leggerezza tra arpeggi, slide e distanti beat elettronici, in una triste e trasognata architettura à-la “The Sound Of Someone You Love Who’s Going Away And It Doesn’t Matter” della Penguin Café Orchestra.

Le sonorità subacquee di “Taxi to the Terminal Gate” galleggiano sulla risacca del mare in field recording e aprono alla conclusione del viaggio. I riverberi solitari e il flanger dilatato di “A Window In The Strings” modellano la nostalgia in una nuova densa consapevolezza, che la voce della Linehan in “Golden Gate, Silver City”, accompagna idealmente insieme ai titoli di coda; il volo di ritorno, su questo aereo d’argento, prigioniero del proprio paradosso, sta per atterrare.

Un disco limpido, cristallino come l’aria di quelle mattine fredde d’inverno, così pura e così dolorosa da respirare; elegante come il volto della madre di Mark Nelson ritratto in copertina, pronta a partire per un viaggio, così giovane, impaziente e allo stesso tempo spaventata dalla sterminata vastità dell’esistenza.

14/04/2026

Tracklist

  1. 1. Silver Plane, Now Boarding
  2. 2. Death Cleaning
  3. 3. Entrance to Afterlife
  4. 4. Desert Under Bridge
  5. 5. Heaven's Waiting Room
  6. 6. Silver Tramway (in Snow)
  7. 7. Honeyman-Scott
  8. 8. Taxi to the Terminal
  9. 9. A Window in the Strings
  10. 10. Golden Gate, Silver City

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