A vent’anni dall’uscita di “Real Life”, l’album che segnò l’esordio solista di Joan As Police Woman, Joan Wasser torna su quelle canzoni con “Real Life Evolution”, un progetto che non si limita a celebrarne l’anniversario ma ne esplora la trasformazione nel tempo. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarla per parlare di memoria, cambiamento, collaborazioni illustri e del modo in cui le canzoni, proprio come le persone, continuano a evolversi.
“Real Life Evolution” non è semplicemente una rilettura di “Real Life”, ma una sua vera e propria reinvenzione. Riascoltando quelle canzoni vent’anni dopo, cosa riconosci come immutato e cosa, invece, senti completamente trasformato dal tempo?
Convivo con queste canzoni da vent’anni. Le ho sempre suonate dal vivo. È un po’ come osservare dei figli crescere: tutto accade nell’arco di molto tempo e, proprio per questo, i cambiamenti sono più difficili da cogliere. Ciò che sento immutato è il desiderio di scrivere una buona canzone, capace di reggersi sulle proprie gambe, lo stesso che ho ancora oggi. Sento anche le influenze musicali che mi circondavano vent’anni fa. E sento un disco che poteva essere soltanto il mio esordio: un’intera vita trascorsa ad amare la musica che finalmente trovava sfogo nella scrittura delle mie canzoni.
Il titolo è particolarmente affascinante. Perché “Evolution” e non “Anniversary”, “Revisited” o “Reimagined”? Queste nuove versioni testimoniano l’evoluzione delle canzoni o la tua evoluzione attraverso di esse?
Entrambe le cose. Le canzoni sono come esseri viventi: crescono e cambiano nel tempo. Evolvono. Certo, si tratta anche di un anniversario. Certo, le ho rivisitate e reimmaginate. Ma più di ogni altra cosa ho permesso loro di evolversi, e ho voluto condividere questa trasformazione naturale.
Il disco riunisce un gruppo straordinario di collaboratori — Krystle Warren, Iggy Pop, Thomas Bartlett, Tony Scherr, Will Graefe e altri ancora. Hai scelto musicisti specifici perché riuscivano a illuminare aspetti delle canzoni che erano rimasti nascosti nelle registrazioni originali?
Forse sì. Per esempio, “Anyone” ha iniziato ad assumere una sorta di atmosfera libera e spontanea alla Van Morrison e, a quel punto, nella mia mente ho sentito Richard Davis, il contrabbassista che suonò con lui in “Astral Weeks“. Ho chiamato il grande Tony Scherr e lui ha registrato una linea di basso meravigliosa.
Passando ai singoli brani, la presenza di Anohni è profondamente intrecciata a “I Defy”. Cosa ti ha portato a coinvolgere Krystle Warren in quella conversazione?
Avevo bisogno di trovare un’artista che fosse sempre rimasta fedele a se stessa. Ci sono pochi esempi migliori di Krystle Warren. La sua voce è straordinaria: intensa, soul, lussuosa… Non esistono parole adeguate per descriverla. Bisogna semplicemente ascoltarla. Sapevo che avrebbe potuto raccogliere quell’eredità e portarla ancora più lontano.
Di recente hai definito “I Defy” un “ostinato atto d’amore”. Vent’anni dopo, questa espressione assume un significato diverso nell’attuale clima sociale e politico rispetto a quando il brano fu scritto?
Trasmette esattamente lo stesso messaggio. L’amore salverà tutti noi.
Perché hai scelto “Anyone” come brano d’apertura? C’era una ragione particolare per cui ti sembrava il punto d’ingresso ideale al disco?
È un ingresso naturale. Ti accarezza. Ti invita ad avvicinarti senza mai essere insistente.
Sono rimasto particolarmente colpito dalla nuova versione di “Christobel”, che ho sempre considerato una gemma nascosta del tuo catalogo e che oggi appare ancora più intensa. Cosa hai scoperto in questa canzone che ti ha portato a mostrarla sotto una nuova luce?
I fan mi chiedono spesso “Christobel” durante i concerti. Avevo appena imparato a suonare la chitarra quando scrissi quel brano. Poco dopo cambiai completamente modo di suonare e non ero più interessata a tornare a quello stile chitarristico, ma continuavo a voler eseguire la canzone. Così ho dovuto trovare un nuovo modo per presentarla. Il brano era stato scritto in 4/4. Ho composto un ostinato — una frase ripetuta che scorre sotto la canzone — in 5/8 e, immediatamente, tutto si è trasformato.
La vulnerabilità è al centro di “Save Me”. Cosa ha portato Iggy Pop a questo brano? Spesso viene associato all’energia più viscerale, ma nella sua arte c’è anche una straordinaria tenerezza.
Sono completamente d’accordo. Ha una delle voci baritonali più sonore che esistano. Ha portato una vulnerabilità enorme al brano. Nella sua voce si sente tutta la sua vita. Ed è stata una vita davvero intensa. Gli sarò per sempre grata.
E il brano che dà il titolo all’album? Pur mantenendo una struttura lenta e molto vicina all’originale, qui sembra completamente rigenerato senza perdere la propria identità.
Sono molto felice che ti piaccia. Volevo allontanarlo dall’accompagnamento pianistico in stile Kurt Weill che lo caratterizzava. Ma ero rimasta bloccata nel modo in cui l’avevo eseguito per vent’anni. Thomas Bartlett ha aperto una nuova strada sonora. È un maestro della semplicità e del minimalismo. Ho dovuto trattenere le lacrime mentre lo registravamo insieme.
Una domanda un po’ insolita: se la Joan Wasser del 2006 potesse sedersi tra il pubblico e ascoltare oggi “Real Life Evolution”, quale brano la sorprenderebbe di più e perché?
Bella domanda! Probabilmente “Christobel”, perché è quella che è cambiata più radicalmente. Ma anche “We Don’t Own It”. La versione originale era così fragile, quasi spezzata. Questa nuova versione è molto più a suo agio con se stessa. Ha accettato il fatto che non ne siamo proprietari. 🙂
Infine, non vediamo l’ora di rivederti a Roma il prossimo novembre. Eravamo presenti al tuo ultimo concerto nello stesso locale ed è stato davvero memorabile. Cosa possiamo aspettarci questa volta?
Potete aspettarvi un concerto in trio. I musicisti che suonano con me sono talmente sensibili che la musica può diventare vulnerabile e spoglia allo stesso modo di quando mi esibisco da sola al pianoforte. Allo stesso tempo, insieme riusciamo a creare dinamiche che da sola non potrei mai raggiungere. Will Graefe suona la chitarra e canta. Jeremy Gustin suona la batteria e canta. Io suono pianoforte, Wurlitzer, chitarra, basso e, naturalmente, canto. E ci divertiamo molto insieme. Ogni concerto è diverso dall’altro, perché tutto dipende da ciò che è successo quel giorno, dal locale, dal pubblico, dal tempo atmosferico… da qualsiasi cosa. Non vediamo l’ora di tornare in Italia e suonare per voi!
(14 giugno 2026)
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La rabbia si fa bella
di Magda Di Genova
Ci sono tre sofà a La Casa 139, il locale dove Joan as Police Woman suonerà stasera e dove mi è stata fissata l’intervista. Appena arrivo noto che sul primo sofà sta dormendo il bassista del progetto creato da Joan Wasser. Vado al piano di sopra a cercare quelli della promozione e, fortunatamente, mi accorgo prima di buttare giubbotto e borsa sul secondo sofà che c’è sdraiato sopra il batterista. È immobile. Ho paura sia morto e gli faccio il solletico con la sciarpa. Si muove. Molto bene. Entro piano piano nel camerino, giusto per appoggiare le mie cose e noto che, secca secca, sul terzo sofà c’è Joan Wasser che dorme.Esco da lì, mi siedo per terra nell’angolino e cerco di fare il minor rumore possibile.
Dopo diversi minuti Joan esce dal camerino ed ha, ovviamente, tutto l’aspetto di una donna che si è appena alzata dal letto. Solo pochi istanti dopo sono seduta al tavolo insieme a lei per questa intervista. Non ha un capello fuori posto, è truccata alla perfezione, a proprio agio e sorride in maniera rassicurante ed amichevole.
Ho dato un’occhiata alle date del tuo tour e sembra infinito. Come sta andando?
Sta andando benissimo e quando va così bene non vuoi che finisca!
Sei stanca?
Sono effettivamente un po’ stanca, ma va bene. Mi piace essere in tournée.
Parliamo un po’ del tuo debutto solista, “Real Life”. Com’è nato?
Ho suonato il violino con altri artisti per molto tempo ed ero soddisfatta delle collaborazioni, poi ho cominciato a suonare la chitarra e ho impiegato un po’ ad abituarmi a sentirmi cantare.
Nel momento in cui ho cominciato a cantare, mi sono resa conto che non sapevo proprio cosa volessi dire: per così tanto tempo avevo suonato musica senza parole che non mi ero mai interrogata su quello che potevo scrivere, che potevo dire alla gente.
Ho semplicemente continuato a provare a scrivere delle canzoni sempre migliori e, allo stesso tempo, attraverso la composizione delle canzoni e la stesura delle parole, continuare a tentare di capire quali fossero i miei sentimenti, chi io sia, e più mi ponevo con un atteggiamento onesto, più la gente ne veniva colpita. È stato proprio il riscontro della gente che mi ha spinta verso questa strada. Alla fine avevo abbastanza canzoni delle quali ero soddisfatta da poterle incidere e farne un disco mio.
Quindi non è stato un passo naturale vero e proprio: ho l’impressione che fossi molto determinata a dar vita a un progetto tutto tuo.
Volevo esprimermi in maniera diversa dal suonare semplicemente il violino per gli altri, e cantare è diventato necessario per me.
Suonare per tanti artisti diversi, registrare i loro dischi, prendere parte alle loro tournée, ha aiutato questo lento processo che mi ha portato a esprimermi in prima persona attraverso il canto.
“Real Life” suona esattamente come volevi suonasse?
Non ho mai “deciso” come volevo che il disco suonasse: se c’è una cosa che ho imparato è che non otterrai mai e poi mai il risultato che pensavi di ottenere. Potresti ottenerne uno peggiore o addirittura uno migliore, ma non lo avrai mai esattamente come pensavi. Quindi mi sono sforzata di non immaginare il risultato, in questo modo ho permesso al disco di evolversi nella maniera migliore.
Hai pubblicato un annuncio sul tuo spazio in MySpace perché gli utenti realizzassero il video per il prossimo singolo, “Christobel”. Perché hai scelto di affidarti a estranei che non conoscerai mai, anziché a un regista di video-clip?
Avevamo una sola settimana e non c’era assolutamente modo di pianificare la realizzazione di un video che, comunque, necessita di mesi, credimi.
Volevo anche che il video fosse realizzato da una sola persona e in maniera molto semplice e questo è quello che si è verificato con il video che ho scelto. Sai, ero in tour, non c’era modo di filmare nulla e avevo bisogno di un video entro la settimana.
Però ancora non mi hai spiegato il motivo dell’urgenza.
Perché stava uscendo il singolo e io ero in tournée da marzo. Continuavamo a rimandare e, alla fine, non c’è più stato il tempo per organizzare nulla. Ecco come si ha avuta questa idea e abbiamo, comunque, ottenuto un video bellissimo.
Mi racconti come hai cominciato a suonare? So che hai cominciato a suonare il violino quando eri piccola.
Avevo otto anni. A scuola, con 10 dollari, potevi noleggiare uno strumento musicale per l’intero anno scolastico e poi ho continuato. Al college ho studiato prevalentemente materiale classico.
Caspita! Davvero?! Dieci dollari sono pochissimi!
Sì, ma, sai, era una scuola pubblica, quindi il prezzo deve per forza essere alla portata di tutti.
E il pianoforte?
Da piccola ho preso solo un paio di lezioni, quindi non posso dire che ho imparato allora. Ho cominciato a suonarlo solo cinque anni fa.
Prima di collaborare con altri artisti, hai suonato in vari gruppi rock. Come, saper suonare il violino e avere una formazione classica, ti ha aiutata a suonare musica rock?
Be’, ho studiato musica classica, ma ho sempre ascoltato tanti altri tipi di musica. Quando ero una ragazzina, ascoltavo moltissimo punk e new wave, seguivo moltissimo quelle scene.
Ho terminato il college e mi sono laureata in musica classica, ma era ovvio che non avrei mai suonato musica classica: volevo suonare un nuovo tipo di musica, quindi ho cominciato ad accettare qualsiasi collaborazione mi venisse proposta, sia che fosse una registrazione che un concerto, giusto per fare una nuova esperienza. Questo mi ha permesso di suonare il mio violino attraverso amplificatori ed effetti vari. È stata un’esperienza grandiosa.
A vent’anni sono entrata a far parte dei Dambuilders e ho suonato con loro per sette anni. È stato molto divertente: abbiamo tenuto concerti in tutto il mondo e venduto tonnellate di dischi. Un’esperienza fantastica.
Joan, una domanda banale: come hai deciso di essere “as Police Woman” per questo progetto?
“Police Woman” è una serie televisiva degli anni 70 con Angie Dickinson. Lei era una poliziotta infiltrata ed era veramente tosta. Mi piaceva molto. Un giorno mi sono tinta i capelli di biondo e la mia amica mi ha detto: “Hey, ti stai trasformando in Angie in Police Woman!” e da allora mi è rimasto.
Come consideri, in questo momento, Joan as Police Woman? È la tua carriera solista, è un progetto parallelo, è un hobby?
È la mia priorità assoluta: non faccio nient’altro.
Joan as Police Woman è tutto quello che faccio con la mia musica, sia che suoni da sola sia che suoni in trio, si tratta sempre di Joan as Police Woman. Tutto quello che viene realizzato da e con la mia musica è sempre Joan as Police Woman.
Per concludere vorrei che tu commentassi una frase che ho trovato sul tuo MySpace.
“Beauty is the new punk rock”.
Mh. Qualcuno forse ti ha già posto questa domanda?
Sì, ma va benissimo, non preoccuparti: sono molto contenta di rispondere!
E io sono contenta di chiedertelo. Mi piace molto questa frase!
Davvero? Mi fa piacere!
Certo, tutti dovrebbero essere belli!
Sono pienamente d’accordo! Assolutamente!
Sai, quando ero una ragazzina, il punk era, per me, dire e fare tutto ciò che si voleva senza preoccuparsi di eventuali ripercussioni. Più tardi mi sono avvicinata alla musica soul e mi sono accorta che, nonostante sia molto diversa dalla musica punk, aveva lo stesso approccio: erano sicuramente cantanti piuttosto “schiette” e oneste quando si trattava dei loro sentimenti, e non si preoccupavano dell’opinione altrui.
Puoi urlare e gridare i tuoi sentimenti, ma non è il modo migliore di attirare l’attenzione. Quello su cui sono concentrata ora è principalmente fare qualcosa di “bello” che possa arrivare al cuore della gente e che sia ben lontano dal gridare e urlare.
Era più facile farlo in passato, ma, fortunatamente, sono uscita da quel periodo. E poi, c’è abbastanza bruttezza in questo mondo e non abbiamo affatto bisogno di nuova bruttezza.
Ho tentato di incidere la cosa più “bella” possibile e spero che questo possa aver avvicinato le persone. Considera anche che la rabbia che provavo all’epoca non mi ha del tutto abbandonata. Ora riesco a incanalarla e trasformarla in qualcosa di positivo e “bello”. Sì, possiamo dire che tutta la rabbia che usavo per suonare punk ora serve per creare qualcosa di “bello”.
(Milano, 27 ottobre 2006)
| Joan As Police Woman (Ep, Reveal, 2004) | 6 | |
| Real Life (Pias, 2006) | 6.5 | |
| To Survive (Reveal, 2008) | 8 | |
| Cover (Sweet Police, 2010) | 7 | |
| The Deep Field (Pias, 2011) | 8 | |
| The Classic (Pias, 2014) | 7.5 | |
| Let It Be You (with Benjamin Lazar Davis, Reveal, 2016) | 7 | |
| Damned Devotion (Play It Again Sam, 2018) | 8 | |
| Cover Two (Sweet Police, 2020) | 6.5 | |
| Live (Sweet Police, 2021) | 6.5 | |
| The Solution Is Restless (with Tony Allen & Dave Okumu, PIAS, 2021) | 7.5 | |
| Lemons, Limes And Orchids (PIAS, 2024) | 7.5 | |
| Real Life Evolution (Reveal, 2026) | 8 |