Quando un gruppo rock britannico può cominciare a pensare di avere qualche speranza di emergere sulla miriade di altri gruppi compatrioti? Probabilmente quando l'Nme ti sbatte in prima pagina, il primo grande passo verso la celebrità è stato compiuto. A maggio 2005 è successo ai quattro ragazzini di Sheffield, etichettati addirittura come “la band più importante della nostra generazione”, sulla copertina del mensile di musica più importante d'Albione. Eppure alle loro spalle hanno solo una raccolta di demo. Niente uscite ufficiali, niente Ep o Lp. Nonostante questo Nme ha deciso di puntare su di loro attribuendo agli
Arctic Monkeys il ruolo di portabandiera dello Yorkshire in risposta al movimento punk-rock, guidato dai
Libertines di
Pete Doherty, che ha preso piede nella Capitale. Come se ciò non bastasse, il “piccolo” Turner è stato già associato al mostro sacro
Paul Weller. Quanti gruppi sarebbero in grado di tenere botta ad accostamenti così ingombranti?
L'
hype nella musica (soprattutto quella britannica) è sempre esistito e continuerà a giocare un ruolo decisivo nello spingere un gruppo sulla cresta dell'onda. Nonostante questo Turner prima di alcune esibizioni si raccomandava con il proprio pubblico di “don't believe the hype”, anche se di fatto i suoi Arctic Monkeys, grazie appunto alla rete e alla diffusione virale dei propri brani, erano riusciti ad attirare l'attenzione dei media e dei fan come non succedeva dai tempi del
britpop, quando i fratelli Gallagher e la coppia
Albarn-
Coxon passavano il tempo a scannarsi sulle prime pagine dei tabloid.
Ma non c'è solo
hype tra i solchi di questo primo loro lavoro sulla lunga distanza, dal titolo di "Whatever People Say I Am, That's What I'm Not" (prodotto dalla lungimirante Domino).
Attingendo ora dalla scuola punk britannica a cavallo tra i 70 e gli 80, quindi dai
Jam del
modfather Paul Weller, ora dal post-punk creato ad hoc per riempire i
dancefloor targato
Franz Ferdinand, e ispirandosi alle composizioni liriche di
rapper come Mike Skinner (in arte
The Streets) il disco di debutto dei quattro di Sheffield riesce a colpire, più che per originalità, per immediatezza ed energia.
La formula vincente è rappresentata da chitarre arroganti (prendere quelle della traccia d'apertura “The View From The Afternoon” e dell'esplosiva “I Bet You Look Good On The Dancefloor”) che accompagnano testi capaci di dipingere squarci di tipica vita della provincia inglese e che vanno a comporre una sorta di
concept-album incentrato sulla vita dei giovani
clubber dell'Inghilterra del Nord (“Dancing Shoes”, “Riot Van”, “When The Sun Goes Down”). Proprio “When The Sun Goes Down”, secondo singolo estratto, contribuisce a trascinare il disco, grazie a un nuovo cocktail ubriacante di chitarre tese e
vocals cantilenanti. A discostarsi dall'umore generale dell’album è invece la più quieta “A Certain Romance”, innervata appena da qualche bagliore di chitarra elettrica.
Ora saranno le prossime prove a dirci se gli Arctic Monkeys sono solo l'ennesima
next big thing di Sua Maestà, destinata a spegnersi nel giro di pochissimo tempo, o una band dal potenziale più interessante, in grado di confermarsi e tenere saldo il controllo sul proprio futuro non lasciandosi divorare dalle spietate macchine tritatutto della stampa e delle
major discografiche.