CLUB DOGO - Club Dogo

2024 (Universal/island)
hip-hop, street rap

Torno a grande richiesta perché il rap oggi fa schifo

Club Dogo is for the people

Cocaina in bella mostra in copertina, con il logo del cane a tre teste: i Club Dogo tornano sulla scena dopo un decennio e lo fanno nel modo più sfrontato. A ottobre 2023 hanno già annunciato dieci date al forum di Assago, tutte esaurite, e in questi giorni è stata confermato anche un live a San Siro: l’hype è alle stelle e per i gli aficionados, che in questo caso prendono il nome di dogofieri, l’ottavo album della carriera, chiamato semplicemente “Club Dogo”, è un evento di quelli che colorano il grigiore di gennaio.

Per chi non c’era, i Club Dogo sono stati tra i gruppi fondamentali della rinascita dell’hip-hop italiano a inizio millennio. Un trio formato da due rapper, Jake La Furia e Guè Pequeno, e un produttore, Don Joe, che trova le sue radici in un altro tassello fondamentale del rap nostrano di un quarto di secolo fa, il progetto Sacre Scuole, che coinvolgeva anche un giovane Dargen D’Amico. Da quelle radici i Club Dogo si emancipano raccontando una Milano che unisce criminalità e modernità, sottoscala e grattacieli, seguendo una narrazione stradaiola che non disdegna di integrare elementi estranei al rap italiano dei Novanta.

Nel corso di sette album, dal fondamentale “Mi Fist” (2003) al dimenticabile “Non siamo più quelli di Mi Fist” (2014), la parabola dei Club Dogo è stata sovrapponibile, in buona parte, a quella di un rap italiano che dall’underground ritorna al mainstream, anche a costo di mischiarsi con la sensibilità pop (ve la ricordate “P.E.S.” con Giuliano Palma, del 2012?). La traiettoria dei Club Dogo, però, sembrava essersi naturalmente conclusa, anche alla luce dell’emersione di una nuova scuola di hip-hop italiano, un po’ grossolamente bollata tutta come trap, che ha reso velocemente obsoleto quel linguaggio un po’ cyber e un po’ gangsta.

Jake La Furia ha, nel frattempo, pubblicato tre album solisti dai quali è difficile salvare una manciata di brani, oltre a uno collaborativo e più efficace con Emis Killa (“17”, del 2020) mentre Guè Pequeno è diventato solo Guè e ha pubblicato in tutto otto album solisti e uno in coppia con Marracash, affermandosi come uno dei rapper di maggiore successo in Italia e uno dei pochi della sua generazione a rimanere in sella anche nel pieno dell’avvento della trap. Don Joe ha portato avanti una carriera come producer il cui apice rimane il joint album con Shablo, “Thori & Rocce”, risalente però al lontano 2011.

Il ritorno alla ragione sociale Club Dogo, quindi, sembra l’ideale per riattizzare l’attenzione su Jake La Furia e Don Joe, sorpassati da tanti giovinastri, mentre per Guè Pequeno l’intera operazione reunion sembra buona giusto per risolvere il problema di dover pubblicare qualcosa dopo “Madreperla“, un album che abbiamo accolto tiepidamente ma che non ha mancato di ottenere ottimi consensi in termini di streaming.

Gli undici brani in scaletta sono un regalo per i fan, come dimostrano le numerose citazioni, ma anche un victory lap che i Dogo si godono ora che la loro idea di rap di strada è tornata di moda attraverso i vari Rondodasosa, Simba La Rue, Shiva. L’opener “C’era una volta in Italia” è un’ideale presentazione di questo ritorno, da una parte “inno alla marmaglia”, e quindi tributo al proprio pubblico, e dall’altro l’autocelebrazione ora che “siamo diventati icon“. I beat di Don Joe ripercorrono l’intera carriera del trio, dagli elementi più tradizionali, come “In Sbatti” e soprattutto l’ossessiva “Tu non sei lei”, alle contaminazioni in levare come “Mafia del boom bap” e “King Of The Jungle”, ma commuovono soprattutto quando guardano alla propria storia in “Nato per questo”, con il sodale Marracash che vola altissimo (“Mangio ancora i miei figli come il quadro di Goya” ma anche “questa vita assurda/ Si regge su due leggi semplici/ Con gli sbirri non ricordi, con gli amici non dimentichi”).

Meno convincente, per quanto comprensibile per calarsi nella contemporaneità, il momento di aggiornamento alla trap “Milly”, con l’immancabile Sfera Ebbasta, e il pop-rap di “Soli a Milano” con Elodie, che potrebbero comunque spingere in alto i numeri su Spotify.

“Club Dogo” non è la dimostrazione che sono tornati quelli di “Mi Fist”, come frettolosamente qualcuno chiosa sui social, ma la conseguenza di un cambiamento nella scena italiana che, dopo anni di rinnovamento, è in una fase di stanca ideale per guardarsi indietro e ripensare alla propria storia. Chiaramente ci sono stati altri prima dei Club Dogo, dagli Assalti Frontali ai Sangue Misto, ma l’influenza del trio milanese è stata palesata da un decennio scarso di racconti basati in larga parte sulle strade, la criminalità, le contraddizioni, le asperità e anche le opportunità della metropoli meneghina. I Club Dogo sono i capostipiti di un modo di raccontare Milano e la sua vita tra business e criminalità. Questo album mette a fuoco la loro influenza sui giovani rapper, facendo perno sul mestiere di tre che, a tutti gli effetti, sono veterani della scena. Non sarà un nuovo pugno in faccia, come nel 2003, ma è quanto basta per uscirne non dico sorpresi ma quantomeno soddisfatti.

Togliete i piedi dal tavolo, i capi sono tornati a casa

15/01/2024

Tracklist

  1. 1. C'era una volta in Italia
  2. 2. Mafia del Boom Bap
  3. 3. Nato per questo (feat. Marracash)
  4. 4. Malafede
  5. 5. King of the Jungle
  6. 6. Milly (feat. Sfera Ebbasta)
  7. 7. In Sbatti
  8. 8. Soli a Milano (feat. Elodie)
  9. 9. Tu non sei lei
  10. 10. Frate
  11. 11. Indelebili

CLUB DOGO sul web