Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 112 - Dicembre 2020

di AA.VV.

01_unclefaUNCLE FAUST - UNCLE FAUST (TiConZero, 2020)
post-rock

Da un’idea di Fabio Cerina (chitarra elettrica), ex Plasma Expander e Bron-Y-Aur, affiancato da Raffaele Pilia, e poi da Corrado Loi e Michele Sarti, quindi ridotti a duo con il solo Pilia (chitarra classica e preparata, sintetizzatore), e poi espansi nuovamente a trio con Antonio Pinna (batteria, percussioni e clarinetto), nascono gli Uncle Faust, base in Sardegna. Il debutto omonimo raccoglie cinque componimenti rifiniti in ben dodici anni di esistenza del complesso. L’antipasto “Minuendo” è un’interessante ricombinazione fusion di bossanova e noise-jazzcore di marca Sst. “Never With The Day” muove da un mantra minimalistico verso una sorta di blues-rock post-Cream pregno di tensione implosa, da cui emerge un assolo di nuovo indianeggiante di chitarra classica che poco a poco sfilaccia il tessuto armonico. L’agonia comunque prosegue fino alla terribilità, ma pure retrocedendo all’impeto primordiale, in “The Blue Rubber Eraser”. Se in questi pezzi la voce “concreta”, filtrata e distorta, di Cerina suonava più come un disturbo casuale, in “Badly Broken Mandarins” diventa assoluta protagonista, usata come un feedback di chitarra in un pinnacolo sopra scalpiccii di table, campanacci e batacchi; l’intensità miracolosamente si preserva quando il brano passa a una farfugliata jam di free-jazz. L’impulso blues, e più che mai licantropico in senso Willie Dixon-iano, ritorna ancora nell’altro pezzo allungato, “Sugar Cables”, per poi portarsi verso un’insistente danza derviscia, e poi trionfare in un remix dei Laddio Bolocko supervisionato da Terry Riley. Tre anni di lavorazione tra incisione, sovraincizione e produzione. Pur con qualche sospesa indecisione nelle conclusioni (si va spesso per puro sfinimento), è un concept trasmesso a forza secondo mutazioni sottili ma cruciali di generi e pratiche armoniche, espresso in un crescendo a due di stordimento e dannazione. Annichilenti le capacità tecniche dei tre, più le comparse di Matteo Muntoni, basso, e Marcello Carro, sax. La prima parte di “Badly Broken Mandarins”, anche video, sta bene col grido “saturnino” con cui Dante chiude il canto XXI del “Paradiso”. Prodotto dalla mitica TiConZero con l’altrettanto mitica Wallace Records (Michele Saran7/10)


02_nerokaNERO KANE - TALES OF FAITH AND LUNACY (Nasoni, 2020)
gothic

Trascorso un impreciso, scalibrato “Lust Soul” (2016), Marco Mezzadri ri-debutta, stavolta con il pieno moniker Nero Kane, a stretto contatto con la vocalist e performer multimediale Samantha Stella, con cui concepisce la performance “Hell23” (2016), poi incisa in un mini omonimo che fa da esteso e cristallino saggio (17 minuti) delle potenzialità free-form della sua chitarra. Sugello della nuova vita è poi “Love In A Dying World” (2018), un album di nuovo basato su un’esperienza extra-musicale a cura di Stella (un film sperimentale on the road). Il successivo “Tales Of Faith And Lunacy” ingloba, facendone ancor più tesoro, voce e carisma della compagna artistica. Mezzadri può così divenire novello Mike Gira silenziosamente vegliato dall’angelo maledetto Jarboe: “Lord Won’t Come”, per slide e organo subliminale a introdurre una processione doom-metal e mancare in psichedelica prostrazione, la quasi corale “Mary Of Silence”. Ma il poliedrico cantautore milanese fa anche meglio quando, a corrente alternata, diventa un John Cale a supportare i salmi catacombali della sua Nico: “Mechthild”, con tristi festoni di arpeggi in gelido crescendo elettronico, “Magdalene” e soprattutto i 10 mesti minuti di “Angelene’s Desert”, il brano che più si fa ricordare per evocazione e semplicità formale, preghiere caduche sospese a metà tra apocalittico sprechgesang e intonazioni da chanteuse decadente. E’ un disco con un’idea semplice, non proprio di primo pelo ma comunque intelligente, a far da fondamenta: l’assenza di qualsiasi percussione. Una distinta produzione carica di riverberi e rimbombi ne fa da camera d’eco, in tutti i sensi, e alle leggere penurie compositive e interpretative sopperisce un sottotesto desertico, da sempre un pallino del chitarrista ma qui soppesato al milligrammo. Co-prodotto con BloodRock Records e Anacortes Records (Michele Saran6,5/10)


03_modernstMODERN STARS - SILVER NEEDLES (MiaCameretta, 2020)
psych-rock, garage, wave

“Silver Needles” è il disco d’esordio di questo trio laziale, un lavoro composto da sette tracce perennemente in sospensione fra psichedelia e new-wave, come se il post-punk fosse stato suonato sul palco di Woodstock da una band avant-rock. Psichedelia plumbea che sa farsi oscura e opprimente quanto quella dei corregionali Sonic Jesus (“Jesus Walk Alone”, guarda caso), ma anche colorarsi di visioni lisergiche (in “Space And Time” e “Side By Side” il suono di strumenti tradizionali indiani accompagna l’ascoltatore verso un immaginario molto sixties-psych, alla maniera di Doors e Beatles versante Harrison) oppure optare per il giochino delle dissonanze (“She Comes Now”, ancor più Velvet Underground). Musica perfetta per aprire le porte della percezione, e senza l’ausilio di additivi sintetici. In coda alla scaletta spazio per la cover di “Hey Man” brano degli Spacemen 3 ripescato da “Sound Of Confusion”, 1986: un omaggio che scopre ancor più le carte sulle evidenti influenze del gruppo (Claudio Lancia, 6,5/10)


04_gardGARDA 1990 - VENTI EP (Costello’s, 2020)
emo

Dapprima pseudonimo in proprio del cantautore lo-fi Davide Traina (Bologna) per il debutto “Downtown” (2019), Garda 1990 poco dopo si rivoluziona: dall’inglese all’italiano in veste di (power-)trio emocore a tutti gli effetti con l’aggiunta di una sezione ritmica, il basso di Lorenzo Atti e la batteria di Albrecht Kaufmann. In “Venti” il nuovo assetto svaria molto, anche all’interno di una stessa canzone. Da una “Essere” tanto scampanellante e lamentosa quanto esplosiva e rinforzata da un finale in accelerazione, a una “Bordo”, inno di memoria dilatato da ampie corse chitarristiche, fino a una “Difetti”, sia tellurica che sballata. Ancora di più fa “Martello”, da arpeggio Neil Young a valanga distorta, mentre un qualche venticello elettronico stempera “Difetti”. Nel suo genere è uno dei migliori Ep italici degli ultimi anni. Può vantare una produzione secca e spoglia (qualcosa da eccepire sul missaggio) con spiccata e dirompente genuinità do-it-yourself, e un intrico di canto e controcanto che luccica sia nei riferimenti di rigore (Jawbreaker, Built To Spill) che al di fuori, verso la disperazione tout-court (Black Heart Procession) (Michele Saran6,5/10)


05_nareshrNÀRESH RAN - RE DEI RE MINORE (Toten Schwan, 2020)
ambient-drone

Già fondatore di Dio Drone Records e ideatore del “One Minute Soundtrack” (2019) e altre progettazioni multimediali, il fiorentino Nàresh Ran Ruotolo è pure compositore ambientale le cui sperimentazioni convergono dapprima in “Martyrs Bukkake” (2017), 16 minuti di continuum-stasi che dal sostenuto dell’organo si amplia a fascia sonora sinfonico-corale, un ritualismo pagano di certa psichedelia occulta, con un ultimo crescendo di grida di dannato che appaiono per vie subliminali, e poi nel primo vero album, “Re dei re minore”. Idealmente a “Martyrs Bukkake” si connettono i 12 minuti di “Kutna_Hora”, una innodia/trenodia cosmica come un Klaus Schulze d’umore alleggerito (in compenso più partecipato umanamente, a debordare nel trip lisergico) con notevoli sovratoni di canto gregoriano, verso la fine schiantata in una fosca musique concrete per distorsione formicolante e scoppi industriali in un rogo digitale, e infine annichilita in sinistra contemplazione dello sfacelo. Questo brano rappresenta il coronamento estetico dell’artista. Gli 8 minuti di “Re_minore”, in cui si fa largo il Nàresh Ran poeta, rappresentano invece la tendenza al nuovo. Il poema sussurrato e filtrato, di nuovo di cosmica autocommiserazione ma stavolta esposta a parole, si dipana su un tappeto di distante cavatina pianistica (reminiscente della colonna sonora di “American Beauty” di Thomas Newman) e sitarismi elettronici sempre più forti: la vera (non-)musicalità la rende comunque la parte orale, un’isteria che implode in un nugolo di rifrazioni dei suoi stessi versi, recitati con rabbia crescente, in ultima analisi brevettando anche una forma creativa di monologo. Seguito di un “Notturnale” (2020) concepito nel lockdown e soprattutto della ciclopica devastante performance improvvisata del “Secret Drone Session” (2020), registrato “fuori porta” in zone impervie e poi processato in digitale, prodotto da Riccardo “Rico” Gamondi. Nonostante i brani centrali ridondino (“Veglia” e “A_r”, pastiche di musica glitch più esteriori), queste “concrete cartoline audio di viaggi realmente vissuti nel momento e resi suono” (che peraltro hanno uno stilema costante: un fruscio) sono curate, trattate e rimescolate dal compositore come una materia aurale con un proprio particolare comportamento fisico, un gradiente che ambisce a connettere due ere, il presente con l’ancestrale. Co-prodotto con l’olandese Breathe Plastic Records (Michele Saran6,5/10)


06_nicmarsNIC MARSÉL - NESSUNA UTILITÀ PRATICA (Viceversa, 2020)
songwriter

Nicola Cereda, mente degli storici milanesi Circo Fantasma, si reinventa una carriera più compitamente autoriale a nome Nic Marsél con “Nessuna Utilità Pratica”. Primariamente il cantautore e chitarrista va di ballad lente ma minacciose di folk scuro via via intensificate anche da innesti di elettronica industrial, “Qualcosa in più”, “Pulsar Blues”, “La mia pianura” e la più leggera “Luce gialla”, mentre “Un treno” si spinge nei territori degli stornelli celtici, e qualche eco di balli popolari emerge nella deliziosa “Depressione padana”. Vi è anche qualche riuscito riferimento all’era d’oro del rock: “Dottor N.U.P.”, con un possente riff Rolling Stones-iano, e “Palomba”, impiantata nel jingle-jangle ipnotico Byrds-iano con una propulsione ritmica niente male. Ciclo di canzoni del tutto personale (riflessioni, aneddoti, immagini) spartito tra un Cereda cantautore che si fa apprezzare serenamente, senza grandi guizzi, e un Cereda arrangiatore che, in compenso, ha le intuizioni più giuste, quasi sopra le righe, a dare lo sprint. Un esempio: “Una canzone urgente”, praticamente una “Svalutation” di Celentano ri-arrangiata da un compositore new age. Voce e portamento blues, qualche amarognola correzione alla Paolo Conte a far da collante in un ecclettismo lieto. Regia discreta ma invigorente di Pasquale “Paz” Defina dei Volwo (Michele Saran6/10)


07_laikaflLAIKA FLEE! - SORTE (autoprod., 2020)
alt-rock

Base a Terni, Federico Madolini (chitarra), Thomas El Honsali (basso e voce) e Alessandro Medori (batteria e cori) formano il trio dei Laika Flee! debuttando poi con il corto ma discretamente intenso “Sorte”. Giovanni “Giangi” Natalini e Alex Sciamannini alla produzione compiono un apprezzabile lavoro di contrasti e chiaroscuri per isolare e caratterizzare le loro intenzioni spesso eccessivamente dirompenti, a partire dalla dimostrazione di abilità acrobatica “Addio”, fino a una “Buio” che comincia con una quasi-musique concrete di grilli accompagnata da tamburi misteriosi per poi iscriversi al filone del (post-)rock italiano declamato, ma passando per ballate tenebrose come “Rimpianti” e “Supereroi”, questa arricchita da un refrain corale supportato da distorsioni telluriche. Strumentalmente questi tre giovani delle periferie di Terni s’impongono come una piccola potenza con due armi spiegate: un sincero senso del groove e una spiccata tendenza a un ferino shoegaze (prodezza la sola “Fuggi”, ma anche la lenta e modulata valanga noise-rock “Al largo delle Antille”). Come compositori si donano anche benino all’imprevedibilità. Nella vocalità, testi compresi, però si accontentano di stereotipi che tendono a compromettere l’intero impianto del progetto, come dimostra il quasi decurtabile trittico di coda (“Cosa Vuoi?”, “Non sei la sola”, “Andrà tutto bene”) (Michele Saran6/10)


08_massimopiMASSIMO PINCA - CANONI E RICERCARI (Nbb, 2020)
fusion

Dopo aver cominciato come leader d’ensemble in “Frères de Voyage” (2015) e “Owen’s Poem” (2017), Massimo Pinca passa dal contrabbasso al basso elettrico e all’elettronica (loop station) per realizzare un album completamente in solitaria: “Canoni e ricercari”. La svolta però si limita alla forma, mentre prosegue - qui approfondendosi a lettere ancor più chiare e con modi se possibile ancor più puntualmente filologici - il suo ibrido tra barocco antico e cool-jazz. Come da titolo l’opera si ripartisce tra “Canoni”, la parte del rigore, d’una austerità da corale barocco, e “Ricercari”, la parte dell’invenzione, punteggiature in slap e sovraincisioni via via più popolate di duplicati e riverberi. Le due sono intervallate e sfumate una nell’altra in forma-suite. Sopra a queste basi Pinca improvvisa poi diteggiando, di fatto confondendo e impastando quelli che sono due lati della medaglia conoscitiva: la “randomness” stocastica dei “Ricercari” contrapposta a stretto giro alla nettezza del “digit” dei “Canoni”. Altra dicotomia sta in un forse non così consapevole legame tra ere, la tradizione del “gusto italiano” di Frescobaldi impiantata in quella del post-rock Louisville e Chicago di Pajo (i Tortoise di “A Survey”). Purtroppo Pinca, leccese ma rilocato in quel di Ginevra, docente di conservatorio e membro del collettivo Fanfareduloup Orchestra, da cotanti solenni semi non fa generare frutti polposi. Poche le vere intuizioni artistiche personali: a volte sembra voglia l’ipnosi (“Ricercare I”), a volte una vaga epica Clapton-iana (“Canone III”), a volte la compita compostezza (“Canone V”). Registrato dal vivo nel 2018 (Michele Saran5,5/10)


09_viadellirVIADELLIRONIA - LE RADICI SUL SOFFITTO (Hukapan Dischi, 2020)
alt-rock

La power-ballad distorta, fosca e vibrante di “Bernhardt” (a mani basse il pezzo migliore), i due funk-pop “Le radici sul soffitto” e “Ho la febbre”, e il power-pop vecchio stile e infiorettato di testi intellettuali di “La mia stanza”, sono il vessillo delle Viadellironia del primo “Le radici sul soffitto”. Debutto tutto al femminile per un quartetto del bresciano (Maria Mirani, voce e chitarra, Giada Lembo, basso, Greta Frera, chitarre e tastiere, e Marialaura Savoldi batteria), supportato da due Elii, la produzione di Cesareo, anche qua e là a chitarra (l’assolo di “Canzone introduttiva”) e tamburello, e una comparsata di Mangoni (“Architetto”), oltre a un cameo canoro di Edda, di verbosi argomenti metafisici un po’ alla Battiato spesso risolti in puerili rime forzose, e coniugato stemperando un blando foxcore con la morbidezza vintage dei vetusti girl-group. Primi dieci minuti di ben confezionate canzoni di pseudo-denuncia. Scatto di copertina del postmoderno autodidatta Riccardo “Dorothy Bhawl” Tonoletti (Michele Saran5,5/10)


10_exwy.EXWYFE - BUTTER (Cane Nero Dischi, 2020)
synth-pop

Emanuele Ferretti, nativo di Correggio ma trasferito a Milano, anche disegnatore (studi a Bologna) e sostenitore della causa LGBTQ, esordisce a nome Exwyfe, una collaborazione con il navigato Giacomo Carlone alla produzione, con “Butter”, un concept sul disagio urbano e suburbano delle nuove generazioni social e metrosexual. A parte forse qualche singolo anticipatore dell’album (il soul-pop tecnologico di “Skinny”, la quasi-trap e quasi-breakbeat di “Schoolgirl”) e qualche altro pezzo appena più ecclettico (“Attack Of Lovers”), l’elettropop italico di matrice anglofila/anglofona ha fatto di molto meglio (Michele Saran4,5/10)

Playlist
UNCLE FAUST - UNCLE FAUST (TiConZero, 2020)
NERO KANE - TALES OF FAITH AND LUNACY (Nasoni, 2020)
MODERN STARS - SILVER NEEDLES (MiaCameretta, 2020)
GARDA 1990 - VENTI EP (Costello’s, 2020)
NÀRESH RAN - RE DEI RE MINORE (Toten Schwan, 2020)
NIC MARSÉL - NESSUNA UTILITÀ PRATICA (Viceversa, 2020)
LAIKA FLEE! - SORTE (autoprod., 2020)
MASSIMO PINCA - CANONI E RICERCARI (Nbb, 2020)
VIADELLIRONIA - LE RADICI SUL SOFFITTO (Hukapan Dischi, 2020)
EXWYFE - BUTTER (Cane Nero Dischi, 2020)
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