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Procol Harum

A Whiter Shade Of Pale

di Valerio D'Onofrio e Marco Sgrignoli
Procol Harum - "A Whiter Shade Of Pale" 
(7'', Deram, 1967)


Sono passati pochi giorni dalla scomparsa di Gary Brooker, voce e membro fondatore dei Procol Harum, e la commozione per questo triste evento non è ancora del tutto svanita. Vedere oggi i suoi video giovanili, quello di “A Whiter Shade Of Pale” in particolare, non può che provocare un forte sentimento di nostalgia per una stagione d’oro finita sebbene non dimenticata. Ma passato lo struggimento, viene subito il momento di riflettere su quello che ha rappresentato la musica di Gary Brooker e della sua band. Era la seconda metà degli anni Sessanta, epoca di una grande esplosione di creatività giovanile che elaborava i frutti del blues e del rock'n'roll del decennio precedente, tracciando un punto di partenza da cui è nato praticamente tutto il rock degli anni a venire. È l’epoca del beat, del garage, ma soprattutto del neonato rock psichedelico con le sue varianti britanniche e americane dove avanguardia (Velvet Underground, Red Krayola), jazz (Soft Machine), folk (Byrds) sperimentazione barocca (Beatles, Zombies, Beach Boys) destavano l’interesse di nuove generazioni di musicisti, pronte a creare nuove, inaudite forme di arte.

È proprio in questi anni che, prima dei King Crimson, alcuni tentano la strada dell’ambizioso crossover tra rock e musica classica. Artisti giovanissimi, provenienti o meno da scuole di musica e conservatori, tracciano un filo conduttore tra i loro studi e il suono che inondava le radio europee e statunitensi. Tra questi i Nice di Keith Emerson e i Procol Harum di Gary Brooker, Matthew Fisher e Keith Reid sono stati considerati i pionieri assoluti di quello che è passato alla storia come proto-progressive, cioè l'insieme delle tendenze progressive, ancora in fase embrionale, registrate prima del big bang comunemente associato a “In The Court Of Crimson King”. Se da una parte i Nice erano segnati dalla personalità strabordante di Emerson, i Procol Harum codificarono l’elemento sinfonico barocco applicato al classico formato della canzone pop. In questo senso il loro primo singolo, “A Whiter Shade Of Pale”, ispirato alla musica di Bach, è l’esempio più noto, e come tale il più calzante.

Il brano esce come 45 giri il 12 maggio 1967 e debutta nella classifica britannica il 25 del mese, al ventunesimo posto. La settimana successiva è al quarto - sotto a Tremeloes, Kinks e The Mamas & The Papas; quella dopo ancora balza al primo. Ci rimarrà sei settimane, per poi cedere il passo a “All You Need Is Love”.
L’immaginario collettivo ha fatto del pezzo un’icona, fin dai primissimi attimi della sua intro. L’attacco di organo Hammond ricalca la progressione dell’aria dalla terza Suite Orchestrale di Johann Sebastian Bach (BWV 1068, celebre anche nel riarrangiamento noto come “Aria sulla quarta corda”) ed è fra gli istanti più riconoscibili di sempre del pop. Pochi episodi strumentali riescono come quei pochi secondi a evocare immediatamente un’atmosfera che è anche un’emozione e che è anche un’epoca: suona una nota, e il tono è già incomprensibilmente splendente e malinconico, larger than life, “finale” come in genere anche le ballad più struggenti riescono a essere solo nel vivo del bridge. Molto del merito va - oltre che a Bach, sia chiaro! - al timbro cristallino dell’organo del tastierista Matthew Fisher, il cui esatto mix è stato a lungo un mistero per gli appassionati. Meno vistosa, ma cruciale per il risultato è anche l’azzeccata parte di batteria, leggera e jazzy, ma capace di completare coi suoi accenti netti il passo della splendida discesa che è la linea di basso. Do - tam - si - tam - la – tam - sol… Piede destro, piede sinistro: come nel video la band, la musica giunge verso di noi al ralenti, ma inarrestabile e sempre più grandiosa.

Entra la voce. Il testo di Keith Reid (membro ufficiale della band proprio in qualità di paroliere) è con l’Hammond l’altro protagonista che ha reso il pezzo indimenticabile. “We skipped the light fandango…”: “we” chi? Quale fandango, in quale situazione? Di che diavolo si sta parlando? Fin dalla prima strofa, il significato è un mistero, che nasconde tutto il contesto e lascia all’ascoltatore soltanto guizzi e indizi. Due amanti? Il ballo di un ricevimento? Più si procede, più le ipotesi svaniscono: “Turned cartwheels ‘cross the floor/ I was feeling kinda seasick/ The crowd called out for more” (“route acrobatiche sul pavimento, un po’ di mal di mare, l’equipaggio chiamò il bis”). Accenni marinareschi si mescolano a sprazzi di festeggiamenti, e lungo la strofa il clima si fa via via più onirico, con stanze che ronzano e soffitti che volano via: ambientazioni ed eventi che si fondono, si confondono, lasciando dietro di sé quel senso di inebriante frastornamento che hanno tanto i sogni quanto gli enigmi più imprendibili.
Il ritornello: “And so it was that later/ As the miller told his tale/ That her face at first just ghostly/ Turned a whiter shade of pale”. Imperscrutabile, ma non c’è bisogno di capire: come per l'altro rebus che sarà "Hotel California", basta farsi trascinare dalle immagini, dalle evocazioni dei termini. L’ora tarda, forse oltre la mezzanotte che suole rimutare le carrozze in zucche; il racconto di un mugnaio che forse rimanda a Chaucer e forse è solo l’ennesimo setting contraddittorio; l’esplicito ossimoro del volto già spettrale che muta (beninteso, sempre senza una chiara ragione!) in quella “ancor più bianca sfumatura di pallido” immortalata nel titolo.

L’intro ritorna con un ponte strumentale; poi ancora frammenti e apparizioni. Il mare e la costa, mitologie antiche di dei, sirene e vestali, carte da gioco, una clessidra - anzi, la clessidra: perché niente sa sottintendere mondi interi quanto un determinativo affibbiato a ciò che non si è mai menzionato prima. A ogni ritornello, l'Hammond come un'onda si gonfia della vibrazione del Leslie e si placa proprio sul titolo: quasi un'eco dei continui accenni marittimi che costellano il testo.
Giunge la fine, in fade out, come la risacca o la marea che si ritira.

Per la sua purezza, il suo mistero, la sua aura grondante nostalgia, "A Whiter Shade Of Pale" è un pezzo che ha sempre fatto piangere. Ora, a ridosso della morte del suo autore più in vista, riesce a farlo per una ragione in più. E chi, musicista o semplice appassionato, deve alla magia di quell'organo e di quel testo indecifrabile la scoperta di un intero universo, non ha in fondo che una parola per esprimere il suo cordoglio: grazie.

We skipped the light fandango
turned cartwheels 'cross the floor
I was feeling kinda seasick
but the crowd called out for more
The room was humming harder
as the ceiling flew away
When we called out for another drink
the waiter brought a tray
And so it was that later
as the miller told his tale
that her face, at first just ghostly,
turned a whiter shade of pale
She said, 'There is no reason
and the truth is plain to see.'
But I wandered through my playing cards
and would not let her be
one of sixteen vestal virgins
who were leaving for the coast
and although my eyes were open
they might have just as well've been closed
She said, 'I'm home on shore leave,'
though in truth we were at sea
so I took her by the looking glass
and forced her to agree
saying, 'You must be the mermaid
who took Neptune for a ride.'
But she smiled at me so sadly
that my anger straightway died
If music be the food of love
then laughter is its queen
and likewise if behind is in front
then dirt in truth is clean
My mouth by then like cardboard
seemed to slip straight through my head
So we crash-dived straightway quickly
and attacked the ocean bed

 
Playlist
Autori: Gary Brooker, Keith Reid, Matthew Fisher
Produttore: Denny Cordell
Etichetta: Deram
Pubblicazione:
Durata: 4:03

Musicisti:
Gary Brooker – voce, pianoforte
Matthew Fisher – organo Hammond M-102
Ray Royer – chitarra
David Knights – basso
Bill Eyden – batteria

 
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