Un monoscopio di una tv privata, di quelli in stile mosaico policromatico usati per testare la qualità delle trasmissioni dei primi televisori a colori. Un’immagine fissa per ore, accompagnata da una selezione musicale. Con un brano ricorrente e tremendamente contagioso. Impossibile da dimenticare. Una melodia aliena su base elettronica con quel ritmo disco-music scaraventato nello spazio. Nacque così, nella calda estate dell’anno 1977, l’infatuazione di chi scrive per “Magic Fly”. Senza uno Shazam a portata di mano, servirono diverse settimane per scoprire il titolo di quella magia catodica e acquistarne naturalmente il 45 giri, per poterlo usurare in loop sul piatto del giradischi. Ma l’incantesimo si protrasse ben oltre la stanzetta del sottoscritto, all’epoca appena decenne: le piste da ballo di tutto il globo rimasero stregate da quel singolo che sembrava provenire da qualche una galassia remota. “Magic Fly” fu uno dei primi singoli elettronici a entrare nelle classifiche di tutto il mondo e diede l’abbrivio a un intero genere, la space disco, consacrandosi tra le pietre angolari del futuro synth-pop.
Ma chi era il misterioso gruppo che si celava dietro quella hit? Banalmente nominati Space, i pionieri della disco-music cosmica erano una formazione francese che ruotava attorno al tastierista e compositore monegasco Didier Marouani, noto anche con lo pseudonimo di Ecama. Un istrionico musicista uscito da studi di conservatorio ma deciso a sfondare nel campo della popular music. Fu proprio lui a comporre “Magic Fly”, su richiesta dell'astrologa Elisabetta Teissier per un suo programma televisivo, che però non sarebbe mai andato in onda.
Il tempismo fu perfetto: influenzato da gruppi come Kraftwerk e Tangerine Dream, Marouani aveva appena acquistato un sintetizzatore analogico Arp Axxe. "Fu un onore lavorare a quel tema – ricorderà - Appena portai a casa l’Arp e trovai il suono giusto, mi bastarono cinque minuti per comporre ‘Magic Fly’".
La versione iniziale era lenta, quasi classica e austera, probabilmente perfetta per un programma astrologico anni Settanta. Ma quando il progetto televisivo saltò, Marouani si trovò a dover fare i conti con la dura legge del music business. “Il demo non aveva ritmo – ha raccontato ancora il musicista monegasco - Era completamente spaziale: solo la melodia dell’Arp e altri sintetizzatori. Ma sapevo che funzionava”.
L’entusiasmo di Marouani, però, non fu sufficiente a convincere la Polydor: "Non lo pubblicheremo mai. È terribile", il secco responso dei discografici. E come spesso accade, fu un produttore ad avere l’idea giusta… Nella fattispecie, Jean-Philippe Iliesco De Grimaldi, noto come JP. Fu lui a proporre di adattare il pezzo al formato disco, raddoppiando il tempo e aggiungendo una cassa in quattro quarti. Dopo un iniziale scetticismo, Marouani accettò, proponendo anche di nascondere il proprio nome per evitare problemi contrattuali. Nacque così l’idea del gruppo Space. Per mascherare ulteriormente la propria identità, Marouani adottò lo pseudonimo Ecama. Iliesco, nel frattempo, ottenne un accordo con Disques Vogue e le registrazioni iniziarono a Villetaneuse. Le sessioni furono complesse, soprattutto per la costruzione del ritmo metronomico, affidato al batterista Joe Hammer. "Dovevo suonare in modo completamente robotico – ha raccontato – Mi ci vollero quattro giorni interi". Il mix finale fu realizzato in poche ore e risultò il migliore. Fu quello pubblicato su disco.
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Nacque così quel gioiello alieno: uno strumentale per sintetizzatori che si proponeva di fondere temerariamente rock progressivo, space rock e disco music elettronica, ispirandosi nientedimeno che alla “Popcorn” di Gershon Kingsley e alla non meno memorabile “Daddy Cool” dei Boney M. Come una “Oxygène Part IV” di Jean-Michel Jarre (uscita nello stesso anno) catapultata tra le luci stroboscopiche e le mattonelle fluo di un danceflooranni Settanta. E poi c’era quella melodia siderale, degna di una “The Model” (che uscirà un anno dopo): semplice, eppure stupefacente, irresistibile nella sua carica evocativa che trasportava dritti oltre le porte del Cosmo.
Con la febbre della disco-music esplosa in tutto il mondo grazie ai Bee Gees di “Saturday Night Fever”, il fenomeno iniziò a diramarsi in innumerevoli varianti. Dalla nostra premiata italodisco fino alla surreale (ma deliziosa) disco samba di Chocolat’s e affini. Variante cosmica del genere - un po’ dance, un po’ elettro-pop - la space disco sbocciava proprio in quei giorni, ispirata anche dall'immaginario spaziale di successi cinematografici e televisivi come “Guerre stellari” e “Spazio 1999”. Tra effetti sonori da fantascienza (pistole laser, navi spaziali, robot etc.) e costumi sbrilluccicanti, fiorivano star come la sensuale diva cosmica Dee D. Jackson (vi dice qualcosa “Meteor Man”?) e i glitteratissimi Rockets, avvinti nelle loro tutine argentate in lamé e armati di vocoder. A sogghignare dietro i baffi, ancora una volta, il detentore del “suono del futuro” (cit. Brian Eno), ovvero Giorgio Moroder, il primo ad approfondire in maniera seminale il concetto di "spazio" nella musica da ballo degli anni 70, come conferma la sua “Theme From Battlestar Galactica” (1978), considerata la pietra miliare della disco-music fantascientifica (e anche la stessa Dee D. Jackson uscì dal suo laboratorio di Monaco di Baviera).
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In questa euforia cosmica di fine decennio, gli Space da Marsiglia non furono da meno: nascosti dietro caschi da astronauti, misero insieme un paio di talentuosi musicisti (il tastierista Roland Romanelli e il batterista Joe Hammer), un produttore di grande abilità (Jean-Philippe Iliesco) e un frontman-autore di formazione classica (Didier Marouani), dotato di una spiccata attitudine a costruire formidabili hook di sintetizzatore. Come dei Daft Punk ante-litteram. Che infatti prenderanno nota. Sarà proprio grazie a loro che quella stagione si rinnoverà quasi vent’anni dopo, nella nuova epopea del French Touch. Caschi e discoteca: le parole d’ordine ancora una volta alla ribalta in una nuova stagione di balli spaziali.
E dietro caschi e tute da cosmonauti, gli Space si presentarono a Londra per girare il videoclip di “Magic Fly”. Ma più di quelle immagini sgranate e un po’ naif, poté la potenza preveggente del brano, con quell’hook killer e quell’avvolgente sound synth-pop ante-litteram. Il 45 giri fu un grande successo in tutta Europa e riuscì a entrare nelle top 5 di Francia (n.4), Germania (n.1), Austria (n.3) e Svizzera (n.1), divenendo anche disco d'argento nel Regno Unito, dove si fermò al secondo posto solo a causa della scomparsa di Elvis Presley. Riuscì addirittura a sfondare la cortina di ferro, vendendo 764mila copie in Unione Sovietica. In Italia toccò il numero 5 nella classifica di Musica e Dischi e il numero 17 in quella di Tv Sorrisi e Canzoni, in un periodo in cui non esisteva la classifica ufficiale e i risultati potevano variare non poco a seconda delle fonti.
Anticipò tre album di synth music altrettanto “astrale” a nome Space, ma il successo esteriore del gruppo nascondeva contrasti sul controllo tra autore e produttore, tensioni su come portare la popolarità del gruppo a un livello superiore e anni di cause legali. Così, fedeli al loro destino di meteora (in tutti i sensi), gli Space scomparvero presto dall’orizzonte.
Ma nel cuore degli appassionati di queste sonorità “Magic Fly” resterà conficcata come una spada nella roccia, continuando anche a sedurre tante nuove generazioni di cultori elettropop. Diverrà un must nelle scalette di Rusty Egan al leggendario Blitz di Londra e sarà campionata da artisti di ogni genere, da MF DOOM a Talib Kweli, da De La Soul ai Minimalistix. Nel corso degli anni gli Space diverranno perfino celebri in Unione Sovietica e poi Russia. Durante la Guerra Fredda, le sonorità della band francese saranno infatti utilizzate in alcuni programmi radiofonici e televisivi sovietici, dove l'immaginario legato all’esplorazione spaziale trovava un’eco particolare presso il pubblico russo.
Se gli Space sono stati una meteora, insomma, la loro “Magic Fly” rimarrà immortale. E al suo autore, a mo’ di risarcimento morale per l’ingiustificato oblio, sarà dedicato addirittura un asteroide, 275215 Didiermarouani. Perché in fondo è da lì che con ogni probabilità proveniva “Magic Fly”.
(Un ringraziamento a Electronic Sound per le preziose informazioni e le interviste)