The Cure

Faith (Fiction, 1981)

Per la nuova puntata di OndaRockstar ci siamo reimmersi nelle brume oscure dei Cure di inizio anni 80, dal mondo-foresta senza sbocchi di “Seventeen Seconds” allo sprofondamento nella poesia notturna e intima di “Faith”, il disco che segnò una ulteriore evoluzione della band di Robert Smith verso suoni più sfumati e ritmi cadenzati e diluiti. Il tutto nel racconto sempre appassionato ed emozionante di Giampiero Vigorito.

The Cure

Faith

(Fiction, 1981)

Siamo in luglio, il cielo è bianco e fuori fa caldo. Ho rischiato di piombare nell’imbarazzo piuttosto che in “Faith”, ed è stato molto pericoloso. Troppo desiderio, senza dubbio. Ma anche l’urgenza di disperdersi in estrapolazioni, di riacciuffare la storia dal suo inizio. E ce n’è il motivo: “Three Imaginary Boys” era stata una delle più belle sorprese del ’79, un debutto forse troppo impressionante, certamente vittima di un amalgama apparentemente ingenuo e di un etichettaggio abusivo. Poi alcuni singoli: “Boys Don’t Cry”, ritornello rosa e blu sbuffante di grigio in qualche accordo, lacrime di epilessia felice, e “Jumping Someone Else’s Train”. Infine delle prestazioni sceniche vibranti, elettriche. Entusiasmanti. Un culto ben innescato e l’attesa dell’esplosione.

The Cure - Seventeen SecondsArriva “Seventeen Seconds”, siamo ancora in luglio, e cambia totalmente lo scenano. Perdita del controllo e rischio di un derapage. Il primo ascolto è frustrante e lascia un dubbio tipo Magazine nuovo culto: primo album convulso e indispensabile, il secondo etereo e un po’ stiracchlato. Occorre un’immersione totale per dissipare ogni traccia d’inquietudine. Immersione, allora, è la parola d’ordine, come se il décor immutato e immutabile (casa isolata dalle grandi pietre scure, rumore di passi estranei nei corridoio, una donna riflessa nell’iride) si trovasse trapiantato in un livello più basso, un luogo oscuro e sottomarino. “A Reflection” visualizza metodicamente questa discesa: piano acquoso, un suono ricamato di plancton e di meduse. Sprofondamento. Lo spazio sonoro è arricchito di un elemento supplementare (Matthieu Hartley alle tastiere e sintetizzatori, e il basso passato nelle mani di Simon Gallup) conferma una configurazione nuova: delle piste sporche ed un modo omeopatico di dividere ed incatenare i suoni. Tutto nella dose e nell’equilibrio giusti; sempre basati sulla dualità batteria-chitarra, drumming minimo ma onnipresente e degli accordi a fasci di nervi (di cui sembra costituito lo strumento di Robert Smith) che vi tormentano il cervello. Per Smith, visionario introverso, la vita è come un teatro crudele e fittizio, la relazione sentimentale una chimera di plastica. La distanza regna in un mondo-foresta senza sbocchi. E la sua voce costipata, come se avesse bisogno d’aria, incanta questo suono acidulo che ci racconta i nostri incubi. Claustrofobia e paranoia. Ma un suono più rotondo, geometrico, sinfonico, rispetto a quello ruvido ed incosciente del primo album.

The Cure - FaithPassa un anno esatto. Passano altri suoni e altre immagini. L’alba è fluida e il suo profumo leggero come l’effluvio di una foresta dopo la pioggia. Ed è il terzo album dei Cure, laconicamente battezzato “Faith”. Da terzetto a quartetto, da quartetto ancora a terzetto (fuori le tastiere di Matthieu Hartley), il gruppo di Robert Smith si è finalmente contentato della propulsione a tre cilindri: una formula fatta apposta per lasciare il campo musicale integralmente aperto alle acrobazie gnomiche e fragili del piccolo chitarrista. È tutto quello che si poteva immarginare dopo le infinite colorazioni di “Three Imaginary Boys” e del surrealista “Seventeen Seconds”. Ma la musica di “Faith” gioca ancor di più sui ritmi cadenzati e diluiti, sulle venature emozionali, sui tratti flou e sui pastelli. In “The Holy Hour” il tempo è lancinante, l’armonia completamente esangue, quasi invisibile, e la voce resta lontana, racchiusa in una malinconia crepuscolare.

Suoni sfumati, umori appena raggiunti e fermati, ma solo per un attimo. “Other Voices”, che segue il ritmo acquatico del singolo “Primary”, è uno sbuffo di bruma su una melodia che ricorda “A Saucerful Of Secrets” dei Pink Floyd. Sullo sfondo scorrono le immagini di un film, qualcosa come “L’anno scorso a Marienbad”, un estetismo fuggitivo e totalmente intimo.

Vicino a “The Funeral Party” le celebrazioni ducali degli Spandau Ballet sembrano un umile tentativo di carosello per adolescenti e i Joy Division una semplice gag. In “Faith” sono confluite tutte le brillanti effusioni del primo album, il veleno e le atmosfere ventose del secondo. Ma qui non c’è luce; non c’è vita. Tutto è racchiuso in un abbraccio chiaroscurale in cui si sono appassite le prime ore del giorno.

Ecco, se “Three Imaginary Boys” era il racconto del mattino e “Seventeen Seconds” il fiammeggiante dipinto del tramonto, questo “Faith” è lo sprofondamento in una poesia notturna, intima, tenebrosa. Un profumo fragile e inebriante ci avvolge per tutto il tempo in cui questo disco gira sul piatto. Robert Smith si è rifugiato nell’ombra per piangere. E questo dsco porta ancora su di sé le sue lacrime. È il grande, sovrumano sforzo di lasciarsi condurre da una “fede” disperata e forse irraggiungibile. È il disco del mese nella confezione del mese.

(Rockstar, 1981)

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01/05/2026

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