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Le 20 migliori canzoni di Pat Benatar

di Claudio Fabretti

In occasione del suo meritato ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, avvenuto lo scorso 5 novembre 2022, celebriamo Pat Benatar con una playlist “raccontata” dei suoi 20 brani (per noi) migliori, più una bonus track scelta dai fan. Dal sano hard-rock senza fronzoli degli esordi, alla fine del decennio 70, alle produzioni eighties più orientate verso la new wave e il pop-rock, dalle cavalcate torrenziali dal vivo alle ballate e alle cover insospettabili: una playlist per ricordare come quell’ingresso nella Hall of Fame e quei 4 Grammy portati a casa (come “Miglior interprete rock femminile” dal 1980 al 1983) più le altre 4 nomination (1985, ‘86, ‘88 e ‘89) e gli svariati successi in classifica non siano arrivati per caso.

 

Pat Benatar e Neil Giraldo si esibiscono alla cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame

 

Bonus track

 

We Belong

 

 

A grande richiesta dei fan, inseriamo come unica bonus track della playlist una canzone per la quale il sottoscritto non ha mai avuto una particolare passione, ma che rientra senz'altro nei successi che hanno consolidato la fama della cantante di origini polacche (il cui cognome, però, è rimasto quello del primo marito, Dennis T. Benatar, il fidanzato incontrato alla scuola superiore). Una delicata litania esothic-pop che si trascina sinuosa tra tastiere plasticate e coretti soffusi, con un buon crescendo. Trascinerà al successo l'album "Tropico", con tanto di quinta posizione nella classifica dei singoli negli Usa e immancabile Grammy).

 

20. Treat Me Right

 

 

“Don't want to be no martyr, I know I'm no saint... Open your eyes, maybe you'll see the light”. Eccola la guerrigliera dei sessi, in piena azione nel 1980. Scritta dalla stessa Benatar, una delle hit di “Crimes Of Passion” è un ultimatum a tutta ugola, sotto uno strato di incandescenti feedback. Se Diana Ross con le sue Supremes intimava al suo uomo di fermarsi (“Stop! In The Name Of Love”), la femminista Pat vuole drasticamente porre fine ai tentennamenti tipici della viltà maschile (“You want me to leave, you want me to stay/ You ask me to come back, you turn and walk away/ You wanna be lover, and you wanna be friend”). Refrain facilotto, ma funziona.

 

19. I Don't Want To Be Your Friend (I Want To Be Your Lover)

 

 

Rappresentiamo degnamente anche uno dei dischi del periodo “minore” della rocker statunitense, quando lo showbiz l’aveva precocemente accantonata. Diciassette anni dopo “Treat Me Right”, torna ancora l’avversione ai tipici tira e molla maschili, con una chiara dichiarazione d’intenti accompagnata a sinuose linee melodiche per una ballata che non fa rimpiangere quelle del periodo d’oro. Inciso per la piccola etichetta discografica Cmc, l’album “Innamorata” (1997) ci riconsegna una Benatar dignitosa chanteuse di mezza età, capace di destreggiarsi anche in territori folkeggianti.

 

18. True Love

 

 

La Pat che non t’aspetti, avvolta in seta e guanti di velluto per un'incursione nel jump-blues e nello swing d'antan. Con una svolta drastica nella produzione e negli arrangiamenti: addio alle pompose tastiere degli ultimi dischi, via libera a un approccio più essenziale e diretto, con la complicità dei Roomful Of Blues, una big band con sezione di fiati e un batterista. È il progetto “True Love” (1991), disco di cover cui partecipa ancora il duo Giraldo-Grombacher, sia in fase strumentale, sia in fase di scrittura. E uno dei tre inediti è proprio la vellutata title track (a firma Benatar-Giraldo) con il suo contrabbasso pizzicato e la sua chitarra bluesy ad avvolgere questa imprevedibile frontwoman di una bar band della Chicago anni Quaranta.

 

17. Wuthering Heights (cover)

 

 

Ma se era imprevedibile la versione blues-swing, lo è ancora di meno questa incursione in terreno minato, che vede Benatar cimentarsi nell’insidiosissima ascesa alle cime tempestose (e inarrivabili) di Kate Bush. Poteva sembrare un azzardo, questa cover inclusa in “Crimes Of Passion” (1980), invece la rocker d’origine polacca la porta a casa in scioltezza, innervandola di qualche venatura rock e ripercorrendone quasi gli stessi tratti scoscesi, inclusi vocalizzi e acuti. Chapeau!

 

16. Hit Me With Your Best Shot

 


 

Con “Crimes Of Passion” irrompe sulla scena una Pat guerriera, che non rinuncia però a mostrare il suo volto più sensuale (e, invero, un po’ volgarotto) in “Hit Me With Your Best Shot”: un rockaccio sporco e lascivo, trascinante nel suo corredo di chitarre in fiamme, seppur in sé piuttosto convenzionale: sarà però il suo primo singolo a entrare nella Top Ten, vendendo oltre 4 milioni di copie nei soli Stati Uniti.

 

15. Sex As A Weapon

 

 

Ancora una volta la guerra dei sessi, un tema centrale nel suo repertorio, ma stavolta declinata in un invito a deporre le armi. “Love is more than a one way reflection. Stop using sex as a weapon”, prega Pat nell’acutissimo ritornello-slogan di questo singolo di successo del 1985 (n.10 nelle chart Usa) che, pur senza strafare, ritrova l’energia hard-rock dei tempi d’oro fornendo l’assist a Pat per un’altra interpretazione infervorata delle sue. Peccato per la produzione, un po’ troppo patinata, e per gli arrangiamenti che peccano di alcuni difetti del mainstream rock americano. Ma il pezzo è una bella botta d’adrenalina che rimette a lucido questa innata rockeuse. Il disarmo unilaterale del sesso al tempo della guerra fredda.

 

14. Hell Is For Children (live)

 

 

Il vertice emotivo di “Crimes Of Passion” è invece ispirato a Pat dalla lettura di una serie di articoli sul New York Times che riguardavano abusi sessuali sui bambini negli Stati Uniti. Ne scaturisce un’altra, infuocata performance, che rimarrà uno dei saggi della sua potenza vocale, un tour de force sapientemente condotto tra momenti riflessivi ed esplosioni, ben supportate dai lancinanti solo chitarristici e da una implacabile sezione ritmica. Abbiamo scelto la versione dal vivo di “Live From Earth” del 1983 perché ancora più impetuosa e trascinante.

 

13. Lipstick Lies

 

 

Una piccola chicca inedita all’interno di uno dei dischi più amati, il suddetto “Live From Earth”. Firmato dall’inseparabile compagno/chitarrista Neil Giraldo assieme al batterista Myron Grombacher, è un esuberante numero à-la Blondie di buona fattura, corredato dall’immancabile videoclip fantasioso. Ancora una volta, si parla di inganni e bugie, nascosti dietro le striature scarlatte del rossetto. Un classico sound pop-rock anni 80 che avrebbe potuto attagliarsi anche ad altre habitué femminili di Mtv dell'epoca, come Heart, Belinda Carlisle e Martha Davis dei Motels.

 

12. In The Heat Of The Night

 

 

L’album d’esordio “In The Heat Of The Night” mitiga un’irruenza di scuola punk-rock con le pose sornione di una Debbie Harry (vedi anche la sensualissima copertina). Pat stende al tappeto il pubblico americano, alternando scudisciate e carezze come una consumata mi stress, a cominciare da questa sinuosa title track, che si snoda “notturna” anche nei suoni, ovattati e torbidi, con un basso pulsante e un bell’assolo centrale di chitarra. Il disco approderà al 12º posto e conquisterà il primo di una serie di dischi di platino, imponendo la Benatar come nuova stella del firmamento rock.

 

11. Invincible

 

 

L’altra chiamata alla armi di “Seven The Hard Way” (1985), che è anche il tema del film “The Legend of Billie Jean” con Helen Slater. Un singolo irruento, che riporta finalmente Pat Benatar nell’arena rock che le compete, dopo qualche svenevolezza di troppo dell’album precedente. Stavolta indossa i panni di un’eroina invincibile e incazzata (“We've got the right to be angry”), capace di sfoderare nuovi, sopraffini vocalizzi su sciami di lancinanti feedback chitarristici. Sovraprodotta e probabilmente troppo grossier per far ricredere i detrattori, ma per gli altri è un’altra love battlefield tutta da gustare.

10. Looking For A Stranger

 

 

Chi ha detto The Cars? Sembra bizzarro accostare a una rocker mainstream come Pat Benatar le cervellotiche alchimie wave di Ric Ocasek e compagni, eppure qualche eco del pop’n’roll atipico dei bostoniani filtra tra le tastiere tintinnanti e sincopate e tra le scariche elettriche delle chitarre di questa seconda traccia di “Get Nervous”, che la ritrae con scarmigliata acconciatura eighties e sguardo allucinato su sfondo bianco. Del resto, si può parlare di nevrastenia in musica senza suonare wave?

 

9. Heartbreaker

 

 

Sebbene a tratti abbia tentato di farsi contaminare positivamente dalle mode del periodo (new wave e pop elettronico in primis), Pat Benatar resta fieramente ancorata alle sue radici hard-rock, quelle messe in mostra fin dal singolo d’esordio. Duro e irruento, ma non troppo. Perfetto per sfondare in classifica, nell’America del 1979. L’attacco nerboruto del drumming è l’introduzione ideale a questo rock bionico, in cui brilla la voce cristallina di Pat, tanto “pulita” nelle tonalità acute, quanto ruvida e sensuale in quelle più profonde. Un canto così spavaldo da essere esibito perfino a cappella oppure accompagnato solo dal rimbombo della batteria, ma che trova alla fine nelle scorribande chitarristiche di Giraldo il suo più fedele alleato. Il testo, invece, è il primo dei tanti tumulti sentimentali che verranno: “Your love is like a tidal wave, spinning over my head”. Tanto per mettere in chiaro subito le cose.

 

8. 7 Rooms Of Gloom (cover)

 

 

A tutti quelli che tentano da sempre di incasellarla nello stereotipo della pantera rock ad uso e consumo delle arene Usa, Pat ha sempre risposto spiazzando e sorprendendo. In primis con le cover. Dopo la sua imprevedibile versione della celestiale “Wuthering Heights” di Kate Bush, ecco un classico black della gloriosa era Motown targato Four Tops: affidata all’interpretazione struggente di Pat – tra spoken word e vocalizzi spericolati - e alle chitarre ruggenti di Giraldo, la ballata soul delle sette stanze oscure si trasforma in una spettacolare torch-song elettrica. È la chicca che impreziosisce l'album “Seven The Hard Way” e che prelude, in un certo senso, alla temeraria scommessa blues-soul di “True Love” di sei anni dopo.

 

7. We Live For Love (live)

 

 

Altro colpo da ko dell’esordio: un’estasi sensuale, in guanti di velluto che si consuma in una tesa ballata di sussurri e feedback maligni, sapientemente guidata dal canto della Benatar, che denota tutta l’ampiezza del suo range, inclusa un’attitudine “operistica” sconosciuta alla stragrande maggioranza delle cantanti rock. Si rivelerà l’altra hit di “In The Heat Of The Night”, piazzandosi anch'essa tra i primi 30 della classifica Usa. L’abbiamo scelta nell’infuocata versione del “Live From Earth”, che fotografa due anni di un fortunatissimo tour, in grado di confermarla interprete vibrante e performer ad alto tasso di sensualità, grazie anche alle sue mise provocanti e aggressive, affiancata dall’ormai rodatissima band, che dimostra sul palco una potenza di fuoco considerevole.

 

6. Anxiety

 

 

Si diceva del disco wave sull’orlo di una crisi di nervi.... Nelle interviste che precedono “Get Nervous”, la cantante newyorkese fa sapere che non ha alcuna voglia di finire ingabbiata negli stereotipi da hard-rocker, aggiungendo che ora preferisce tastiere melodiche di stampo wave alle chitarre metalliche e hard. Il cambio di rotta è suggellato anche da questo spiazzante ibrido hard-wave: quasi una pantomima isterica alla Lene Lovich, giocata su strati di tastiere luccicanti, con chitarre più contenute ad assecondare un cantato, al solito, magistrale. Sarà accompagnato da un esilarante videoclip, in quello stile grottesco alla Cars-Tom Petty tipico di un periodo degli anni 80, con tanto di temibili infermiere corpulente, strambi medici, nani in camice (il mitico attore Peter Hayden Dinklage) e torture mediche assortite per cercare di guarire una scapigliatissima Pat dalla sua parossistica ansia.

 

5. Fire And Ice

 

 

Alla Benatar sulla cresta dell’onda dell’anno 1981 restava ancora da conquistare la vetta assoluta delle classifiche. Compito portato a termine dal terzo album, “Precious Time”, che resterà anche l’unico della sua discografia ad aver conosciuto l’ebbrezza del primato, oltre che il primo a spopolare anche sull’altra sponda dell’Atlantico (n. 30 nelle Uk Chart). A trascinarlo al successo sarà soprattutto questa altra irruenta scorribanda hard-rock, con basso pulsante sugli scudi, a supportare la strepitosa interpretazione vocale e l’apertura melodica del refrain: le varrà il secondo Grammy Award, sempre nella categoria Best Female Rock Vocal Performance, nel 1981.

 

4. Promises In The Dark (live)

 

 

Ancor più trascinante, però, è quest’altro tipico numero alla Benatar, in cui la rocker americana riferisce di promesse al buio e di una strisciante paura che paralizza (“You desperately search for a way to conquer the fear/ No line of attack has been planned to fight back the tears”). Una insinuante cavalcata rock che parte pianissimo, con l’intro sussurrata in punta di voce, e si infiamma nel ritornello, con chitarre ruggenti e un drumming tempestoso ad assecondare il climax. Dal vivo diventerà un cavallo di battaglia, incendiando letteralmente la platea. Con esiti quasi leggendari nel fatidico “Live From Earth”, dal quale ancora una volta andiamo ad attingere per questa versione al cardiopalmo in cui gli acuti frantumano le pareti.

 

3. Painted Desert

 

 

Ma anche le rocker hanno un cuore e sanno concedersi alle languide atmosfere delle canzoni sentimentali. L’esperimento riesce alla perfezione in questo (quasi) unico lampo del più soft (e moscio) “Tropico” (1984): una stupenda ballata introdotta dagli insistiti arpeggi acustici del prologo strumentale, e guidata con maestria dai vocalizzi di Pat che vaga nel deserto tra le sue sinuose curve melodiche: “Walkin' in the sundown, I search in vain/ Waitin' on the wind that whispers out your name/ Through concrete canyons, echoing a world of other faces/ No direction looks like home, where is my oasis? … I'm lost in a painted desert/ In a painted desert without you”. Un numero d’alta classe, che testimonia come la carriera della rocker newyorkese si sarebbe potuta tranquillamente evolvere anche sul versante della canzone d’autore, a patto che fosse riuscita a trovare le giuste penne.

 

2. Love Is A Battlefield

 

 

Un brano piuttosto distante dal suo stile, eppure efficacissimo, a conferma ancora una volta della poliedricità di una interprete che forse avrebbe potuto rendere ancora di più se avesse abbandonato più spesso la sua comfort zone. Lo fece nel 1983, istigata da un abile cesellatore di hit come Holly Knight, che firma il pezzo assieme insieme a Mike Chapman. Il tema è il solito, quello dell’amore-campo di battaglia in cui uomini e donne si scontrano quotidianamente, ma il respiro è quello romanticamente epico del decennio: “We are young, heartache to heartache we stand/ No promises, no demands/ Love Is A Battlefield”. E, musicalmente, la canzone è una bomba. Sarà per la produzione, raffinatamente avvolgente in pieno stile eighties, sarà per il refrain-killer o per l’ennesima prodezza vocale, incorniciata in una morbida intelaiatura dance-pop. Metterà d’accordo tutti: fan della prim’ora, cultori di sonorità sintetiche 80 e generici appassionati di pop-rock. Merito anche di un fortunato videoclip, in cui Pat, splendida trentenne, retrocede ad adolescente in fuga da casa e sprofondata in un laido night-club per uomini, nel quale capeggia una ribellione femminile con tanto di ballo di gruppo à-la Michael Jackson. Si rivelerà anche il suo massimo successo, conquistando la vetta della Billboard's Mainstream Rock Tracks e della chart australiana, il n.5 della Billboard Hot 100 e il n.17 anche in Uk. Inevitabile, quindi, il quarto Grammy consecutivo per la Best Female Rock Vocal Performance nel 1983.

 

1. Shadows Of The Night

 

 

L’apoteosi rock tra le ombre della notte. Nel disco della svolta new wave (“Get Nervous”, 1982) un singolo al fulmicotone che non rinuncia certo alle asperità hard degli esordi, ma le ammanta con arrangiamenti più ricchi e magniloquenti. Perfetta la costruzione: un’apertura ad effetto, che ti spara in faccia subito il ritornello solo-voce, poi quel muro poderoso di chitarre e il drumming che alza il ritmo, quindi il bridge, declamato con piglio epico, acuendo allo spasimo il pathos, con le fatidiche tastiere che reggono il gioco, fino al ritorno trionfale del ritornello, ora sostenuto da tutti gli strumenti e seguito dall’immancabile solo chitarristico di Giraldo. L’enfasi sul suono non è lontana da certe coeve produzioni di Jim Steinman, l’uomo che farà la fortuna dell’alter ego britannica della Benatar, Bonnie Tyler. È la canzone perfetta, quella che amalgama in modo ideale lo spirito autenticamente rock di Pat e la sua evoluzione più melodica degli anni Ottanta. Volerà al n.13 delle chart Usa e le varrà un nuovo Grammy per la miglior performance vocale rock del 1982.
E noi vogliamo continuare a ricordarla così, come la musa rock del decennio 80 che ha irretito una generazione con la sua promessa d’amore eterno: “We’re running with the shadows of the night/ So baby, take my hand, you'll be all right/ Surrender all your dreams to me tonight/ They'll come true in the end”.



Streaming

 

 

In The Heat Of The Night (Chrysalis, 1979)

7,5

 Crimes Of Passion (Chrysalis, 1980)

 6,5

Precious Time (Chrysalis, 1981)

7

Get Nervous (Chrysalis, 1982)

8

Live From Earth (live + inediti, Chrysalis, 1983)

 8

 Tropico (Chrysalis, Festival Records, 1984)

5,5

Seven The Hard Way (Chrysalis, 1985)

7

 Wide Awake In Dreamland (Chrysalis, 1988)

5

 Best Shots (antologia, Chrysalis, 1989) 
 True Love (Chrysalis, 1991)

 6,5

 Gravity's Rainbow (Chrysalis, 1993)

4

 Innamorata (Cmc International Records, 1997)

6

 Synchronistic Wanderings (3xcd, antologia, Chrysalis, 1999) 
 Pat Benatar - Neil Giraldo - Live (Summer Vacation Tour Soundtrack) (live, Gold Circle Records, 2002) 
 Go (Bel Chiasso Records, 2003)

5

 Greatest Hits (antologia, Capitol, 2005) 
Pat Benatar Ultimate Collection (antologia, Capitol/Emi, 2008) 
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