Visioni a 33 giri

Hugh Hopper

1984

di Valerio D'Onofrio

Una rivelazione distopica

 

Il capolavoro di George Orwell, "1984", può essere considerato il prototipo di tutta la letteratura distopica moderna, insieme a "Il mondo nuovo" di Aldous Huxley e "Il padrone del mondo" di Robert Hugh Benson. Leggerlo per molti è stata una rivelazione, come anche vedere la visionaria versione cinematografica di Michael Radford di certo non può lasciare indifferenti sia gli appassionati di letteratura tradizionale che gli appassionati del genere fantascientifico. Tra i tantissimi omaggi che vari artisti hanno dedicato all'opera di Orwell non potevano mancare quelli di vari musicisti e tra questi emerge senz'altro il bassista dei Soft Machine, Hugh Hopper, con il suo primo album solista.

 

George Orwell a Canterbury

 

La storia della scena di Canterbury, pur confinata in un tempo ristretto di circa una decina d'anni e in una piccola regione geografica, ha messo in mostra una grande varietà di soluzioni sonore. Tra i tantissimi protagonisti della scena, Hugh Hopper, storico bassista dei Soft Machine, sempre in bilico tra jazz e rock, è autore di una carriera solista ben poco nota, decisamente ai margini persino in un contesto lontano da ogni tipo di notorietà come quello di Canterbury.
All'interno di una discografia vastissima e di una serie di collaborazioni che si fa fatica anche solo a contare, spicca uno degli album più sperimentali e innovativi di Canterbury, il cupo e angosciante “1984” (1973), dedicato proprio agli incubi distopici dell’omonimo romanzo di Orwell.
Hopper è stato l’ultimo dei componenti storici dei Soft Machine a intraprendere una carriera solista, dopo aver suonato in cinque album della band (dal secondo al sesto), in “Rock Bottom” di Robert Wyatt, in “Madcap Laughs” di Syd Barrett e in “Joy Of A Toy” di Kevin Ayers. In quegli anni Hopper ha appreso da Daevid Allen la tecnica di sovraincisione e manipolazione dei nastri magnetici e dei loop, che il funambolo dei Gong aveva a sua volta conosciuto grazie a Terry Riley, con il quale aveva collaborato pochi anni prima.
Con “1984”, Hopper sforna il suo capolavoro fondendo jazz-rock, psichedelia sperimentale (ben rappresentata dai due lunghi brani “Miniluv” e “Miniplenty”) e minimalismo in una sola opera. 

“1984” è anzitutto un grande album di manipolazione sonora, in cui Hopper rallenta e accelera nastri magnetici stravolgendo il suono del basso e dei piatti, fino a renderli quasi irriconoscibili. I suoni alterati da Hopper descrivono perfettamente le atmosfere grigie e opprimenti dei ministeri orwelliani, offrendo quasi una percezione visiva del romanzo di Orwell.
L'obiettivo di Hopper è ottenere dal suo basso suoni inattesi e innovativi. Per questo le corde vengono grattate, graffiate, colpite con gli oggetti più vari; i suoni registrati sono successivamente allungati, rallentati o accelerati, sovraincisi, snaturati. In particolare due brani, “Miniluv” e “Miniplenty”, esplorano spazi assolutamente inediti. Le percussioni minimaliste di John Marshall accompagnano quasi tutto l’album, dando vita a un sottofondo continuo che evoca le architetture plumbee dei ministeri dell’amore, dell’abbondanza e della pace descritti dai brani.

Non sarà però l'unico, Hopper, a dedicare un intero album all'opera-chiave di Orwell. Si cimenteranno nell'impresa anche David Bowie ("Diamond Dogs") e gli Eurythmics (autori proprio della colonna sonora del film di Radford). Uno degli omaggi più riusciti e meno noti è italiano: "Jura" di Marco Malasomma.



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