Approfondimenti

Yukihiro Takahashi 1952-2023

Una notte sul treno della Yellow Magic Orchestra

di Federico Romagnoli

Yukihiro Takahashi è morto l’11 gennaio 2023, a causa di una polmonite insorta durante la terapia contro il tumore a cervello, già reso pubblico nell’agosto del 2020. La scena musicale giapponese perde così un pioniere e una delle sue più importanti icone. Ripercorriamo i momenti salienti della sua carriera.

 

Takahashi nasce a Tokyo il 6 giugno 1952, da una famiglia benestante che ha generato altre figure di grande rilievo: il fratello, Noboyuki Takahashi, è a sua volta un musicista (ha suonato la chitarra nei Fingers – esponenti della scena group sounds, variazione locale della musica beat – e ha in seguito prodotto successi per artisti folk quali Buzz e Garo), mentre la sorella, Mie Ito, è una nota stilista.
L’ambiente in cui cresce Takahashi è la riprova di quanto possa essere fertile la combinazione fra fermento culturale, condizioni economiche adeguate e mercato in espansione: oltre ai membri della sua famiglia, è stato a stretto contatto sin da giovanissimo con altri nomi che si sono poi affermati. Yumi Arai, forse la più grande cantautrice giapponese di sempre, è stata sua compagna alle scuole medie, mentre il cantautore Motoharu Sano – figura fondamentale del movimento new music – ha frequentato lo stesso istituto superiore.

 

Sempre da adolescente, iniziò a suonare per le feste del quartiere insieme al pianista Masakazu Togo, suo amico. All’inizio degli anni Settanta, Togo forma i Buzz insieme al chitarrista Hiroshi Koide: Takahashi venne coinvolto nel progetto, che prevede del resto il fratello in veste di arrangiatore e produttore. È nei Buzz che compaiono così le sue prime incisioni come batterista.
Se ufficialmente i Buzz sono un duo, Takahashi è presente in quasi tutti i brani dei loro primi tre album (“Buzz” e “Buzz Live!”, del 1973, e “Requiem: The City”, del 1974) e partecipa anche alla fase creativa, firmando diverse canzoni.

 

In quegli stessi anni registra anche i suoi primi album con la Sadistic Mika Band, in cui è stato invitato dal fondatore e chitarrista Kazuhiko Kato (già leader dei popolarissimi ma effimeri Folk Crusaders), conosciuto all’università mentre studia design: figura così in “Sadistic Mika Band” (1973), “黒船” (“Korofune”, 1974) e “Hot! Menu” (1975).
In questo progetto è un membro a tutti gli effetti, tanto che quando Kato e la cantante Mika Fukui mollano, Takahashi convince gli altri a continuare, cambiando nome in Sadistics. Pubblicano due album, “Sadistics” (1977) e “We Are Taking Off” (1978): per la prima volta la voce di Takahashi compare su disco, anche se non ha modo di spiccare (i brani sono occupati per la maggior parte da divagazioni strumentali e le parti cantate sono equamente distribuite fra i vari membri).
Dalla loro diaspora, oltre a quella di Takahashi, sorgeranno anche le carriere in proprio del bassista Tsugutoshi Goto, destinato a diventare uno dei produttori giapponesi più richiesti, e del chitarrista Masayoshi Takanaka, che si imporrà da lì in avanti come uno dei più grandi virtuosi dello strumento.

 

Il 1978 è l’anno di svolta per la carriera di Takahashi: nonostante conoscesse già Haruomi Hosono personalmente, è solo in quell’anno che i due convergono. Hosono chiama Takahashi a suonare la batteria in “Femme fatale”, dall’album “Paraiso”, e Takahashi ricambia affidando a Hosono il basso in “Saravah!”, suo album di debutto come solista.
Nessuno dei due dischi ottiene successo, ma l’assetto per la Yellow Magic Orchestra è praticamente settato, considerando anche che il tastierista Ryuichi Sakamoto, uno dei turnisti più richiesti del momento, è presente nei dischi di entrambi. I tre decidono così di unire la proprie forze, affidando a Takahashi anche le parti vocali, e l’omonimo album di debutto arriva nel novembre di quello stesso anno.
La Yellow Magic Orchestra rimane la pietra miliare nella carriera di Takahashi. Con loro ottiene grande popolarità, esercitando una forte influenza sulla musica pop e più in generale sulla sperimentazione elettronica, sia in Giappone, sia all’infuori. Diversi fra i più grandi classici del trio portano la sua firma: “Le femme chinoise”, “Solid State Survivor”, “Rydeen”,  “Ballet”, “Cue”,  “Light In Darkness”, “Expecting Rivers” e altri ancora.

 

La band entra in stallo nel 1984, dopo sei album in studio, un Ep e due album dal vivo. Entro quella data Takahashi avrà peraltro pubblicato anche sei dischi come solista e uno a nome Beatniks, progetto condiviso con Keiichi Suzuki (cantante e polistrumentista, già a capo della band new wave Moonriders e futuro compositore di musica per videogiochi). 

La carriera di Takahashi prosegue quindi fittissima alternando dischi come solista, reunion (la Yellow Magic Orchestra torna in attività prima nel 1993 e poi nel 2007; la Sadistic Mika Band nel 1989 e nel 2006), collaborazioni di vario tipo (in coppia con Steve Jansen, batterista dei Japan, escono il singolo “Stay Close” nel 1986 e l’album “Pulse” nel 1997, mentre di nuovo al fianco di Hosono guida gli Sketch Show, fra il 2002 e il 2005) e nuove band, fra le quali i Pupa (2008-2010) e i Metafive (2014-2022).
In tutto questo, sono state tralasciate le centinaia di dischi altrui a cui ha partecipato in veste di autore, arrangiatore e/o turnista: come per gli altri membri della Yellow Magic Orchestra, la sua sola presenza era ritenuta in grado di elevare la qualità di qualunque prodotto.

 

Sull’onda della sua morte, molte stelle della musica giapponese hanno espresso il proprio cordoglio: primo per importanza, per ovvie ragioni, Ryuichi Sakamoto, che ha postato uno schermo grigio in segno di lutto in tutti i suoi account virtuali (si ricorda che anche Sakamoto sta combattendo da anni con un tumore, che sembra sia ormai allo stadio terminale).
A seguire, le cantautrici Akiko Yano e Taeko Onuki, grandi amiche di tutti e tre i membri della Yellow Magic Orchestra, il già citato Motoharu Sano, stella del rock anni Ottanta, il produttore techno Ken Ishii, il cantante art pop Hiroshi Takano, la cantante j-pop Kaela Kimura, Koji Ishikawa della band folk Tama, Sugizo della rock band visual kei Luna Sea, Towa Tei del gruppo house nippo-americano Deee-Lite, Ichiro Yamaguchi dei Sakanaction (forse la band che più di tutte ha portato in classifica l’eredità della Yellow Magic Orchestra nel nuovo millennio), Pierre Nakano degli alfieri post-hardcore Ling Tosite Sigure, Atsushi Yanaka della Tokyo Ska Paradise Orchestra, nonché l’account ufficiale della casa produttrice di strumenti percussivi Tama Drums. Diversi fra gli elencati hanno collaborato con Yukihiro Takahashi nel corso del tempo, a ulteriore riprova del suo eclettismo.
Lo compiangono anche nomi provenienti da altri settori: si sono espressi al riguardo il giornalista Daisuke Tsuda, il fumettista Masayuki Kusumi, le attrici Tina Tamashiro e Rena Nounen, lo scrittore Keiichirou Hirano e il comico Noboyuki Hanawa, solo per citare alcuni fra i più noti.
In sostanza, l’intero spettro della cultura nipponica è rimasto profondamente scosso dall’evento.
L’eco è arrivata anche in Occidente: hanno scritto sui social media o postato immagini al riguardo, fra gli altri, tutti e tre gli ex-membri dei Japan (David Sylvian, Richard Barbieri e Steve Jansen), gli Sparks, Questlove dei Roots, Paul Hartnoll degli Orbital, gli 808 State e il produttore Erol Alkan.

 

Si allega una breve guida all’ascolto per chi volesse approfondire la sua opera senza sapere da dove iniziare, escludendo gli album in studio della Yellow Magic Orchestra, in quanto si spera che ogni appassionato di musica elettronica già li conosca (OndaRock li ha comunque già celebrati anni fa assegnando una pietra miliare a “Solid State Survivor”).

 

buzzBuzz: “Requiem The City” (1974)
I Buzz partono sotto i migliori auspici dal punto di vista commerciale: “ケンとメリー〜愛と風のように〜” (“Ken to Mary -Ai to kaze no youni-”), il loro primo singolo, grazie anche all’abbinamento con uno spot pubblicitario della Nissan, raggiunge subito la top 20 di Oricon.
Dopo quella fiammata, tuttavia, l’interesse nei loro confronti scema velocemente e gli album finiscono in fretta nel dimenticatoio. Ancora oggi non è affatto semplice rimediarli (alcuni non sono mai ristampati in cd e altri soltanto in edizione limitata).
“Requiem The City”, seconda prova in studio, rappresenta l’ultimo apporto significativo di Takahashi alla loro produzione: suona la batteria in dieci brani su undici e ne firma sei. In seguito rimarrà fra i loro collaboratori, ma con una posizione nettamente più defilata, anche contando i suoi impegni in altri progetti.
“Tokyo samba”, unico brano in cui Takahashi compone la musica da solo, è il suo primo capolavoro: un eclettico folk rock corale che riesce a sposare perfettamente il proprio carattere nipponico a influenze che spaziano dalla West Coast al Brasile. L’intero album ondeggia fra folk rock, pop e atmosfere eteree, colorato anche dagli eccellenti arrangiamenti del fratello di Takahashi, il già citato Noboyuki, abile nel creare coltri d’archi da camera, così come tappeti di Mellotron o di organo elettrico.

 

sadistic_mika_bandSadistic Mika Band: “黒船” (“Kurofune”, 1974)
Uno dei dieci dischi fondamentali della musica giapponese sia per Rolling Stone Japan, sia per Music Magazine, e per quanto queste classifiche lascino il tempo che trovano, rimane un dato indicativo sul livello di mitizzazione che circonda l’album.
Takahashi cofirma in questo caso soltanto la jam in tre parti che intitola l’album, ma il suo apporto risulta fondamentale, essendo tre quarti di scaletta incentrati sulla sua spinta ritmica, che si tratti di jazz-rock strumentale (“何かが海をやってくる”/“Nanika ga umi wo yatte kuru”), inni glam-rock (“タイムマシンにおねがい”/“Time Machine ni onegai”) o funk rock corali (“どんたく”/“Dontaku” e “塀までひとっとび”/“Hei made hi tottobi”). Batterista di elevato livello tecnico (in questo album è più evidente che in quelli della Yellow Magic Orchestra), si adatta benissimo all’attitudine art rock e mutevole della band.
Registrato a Londra e prodotto da Chris Thomas, frutta alla band un’apparizione al “The Old Grey Whistle Test” e un tour locale come spalla dei Roxy Music. In Giappone non ottiene lì per lì il successo sperato, fermandosi al numero 38 in classifica, ma il suo culto, come si accennava, ha attraversato indenne i decenni.

 

Yellow Magic Orchestra: “Live At Greek Theater 1979” (1997)
yellow_magic_orchestraRegistrato a Los Angeles nell’agosto del 1979, ma tenuto in archivio per diciotto anni, è lungo poco più di mezz’ora, ma gli basta per essere uno dei dischi dal vivo più importanti della band.
Se non ha la completezza di repertorio del doppio “After Service” (1984), mostra un lato poco noto della Yellow Magic Orchestra: quello di live band capace di suonare jam al livello dei gruppi rock più blasonati.
Il suono si piazza fra electropop e space disco, ma nei tratti in cui viene lasciato spazio all’ospite d’onore, il chitarrista Kazumi Watanabe, emergono forti sentori jazz fusion, che contribuiscono a rende il disco un unicum.
N.B. La copertina contiene un evidente refuso: "greak" anziché "greek".

 

Yukihiro Takahashi: “Neuromantic” (1981)
yukihiro_takahashiNon stupisce che la Yellow Magic Orchestra si sia avvicinata ai britannici Japan, durante quel periodo. Ascoltando la voce di Takahashi in questo album, la sua vicinanza con quella di David Sylvian risulta a tratti impressionante, forse anche per l’effetto di essersi abbeverati presso fonti comuni, quali David Bowie e Bryan Ferry.
Non a caso, il disco vede la partecipazione di due membri dei Roxy Music (Phil Manzanera alla chitarra e Andy Mackay al sassofono), oltre ai due colleghi della Yellow Magic Orchestra.
L’album, che si muove fra art rock elettronico e new romantic, viene generalmente considerato il migliore di Takahashi in proprio. Ha inoltre il merito di non essere marchiato dalla presenza di riletture di brani stranieri, come è successo per anni a quasi tutti i suoi dischi in proprio (“Saravah!” si apriva addirittura con un’improbabile cover di “Nel blu dipinto di blu”, cantata in italiano).

 

Yukihiro Takahashi & Steve Jansen: “Stay Close” (1986)
takahashi__jansenMeno noto delle iconiche collaborazioni fra Sylvian e Sakamoto, questo maxi-singolo vede i batteristi delle rispettive band unire le forze, spartendosi equamente anche il microfono. Somigliando anche la voce di Jansen a quella di Sylvian (i due sono fratelli, com’è noto), si viene a creare un perfetto amalgama con Takahashi e in più di un tratto non si percepisce alcuno stacco fra le rispettive parti.
“Stay Close” è una cavalcata new romantic di otto minuti, segnata da un ritmo meccanico, dall’ampio uso del sax (impiegato sia per sottolineare la ritmica, sia come strumento solista) e da un riff profumato di musica tradizionale giapponese. Sul secondo lato trovano invece spazio “Betsu-Ni”, brano più pacato vicino alle atmosfere del sophisti-pop, e una ripresa strumentale di “Stay Close”.

 

Sadistic Mica Band: “天晴” (“Appare”, 1989)
sadistic_mica_bandLa "c" al posto della "k", nell’intestazione, non è un errore (Mika Fukui non partecipò, infatti, a questa reunion, a causa di forti dissapori di carattere sentimentale avuti in passato con Kato).

Pur trattandosi del ritorno di una band che durante la sua prima incarnazione non aveva incontrato i favori del grande pubblico, l’album ottiene un notevole successo, raggiungendo il numero 3 di Oricon e vendendo 236mila copie durante il 1989: va comunque tenuto in conto che nel frattempo due suoi membri, ossia Takahashi e Takanaka, sono diventati delle star.
Metà della scaletta è firmata e cantata da Takahashi, incluso il singolo di lancio, “Boys & Girls”. La band non rinuncia comunque a una voce femminile, affidata alla giovane Karen Kirishima, in seguito nota attrice, mentre lo stile, nettamente più levigato che in passato, si muove fra sophisti-pop, synth-pop e smooth jazz, variando sensibilmente il dosaggio dei generi in questione a seconda del brano. È uno dei dischi più radiofonici della carriera di Takahashi, ma non per questo meno avventuroso di altri.

 

Metafive: “Meta” (2016)
metafiveDagli anni Novanta in poi la musica di Takahashi diventa oggetto per addetti ai lavori, e solo le reunion dei suoi gruppi storici sembrano risvegliare l’interesse generale. Poi nel 2014 accade qualcosa di inatteso: dopo aver assemblato una band di alto profilo per farsi accompagnare in tournée, si rende conto del potenziale e decide di trasformarlo in un progetto a tempo pieno.
Il nome cambia così da Yukihiro Takahashi & Metafive a Metafive: la capacità di lasciare spazio ai propri compagni è del resto da sempre una delle caratteristiche più apprezzate dell’artista. La formazione parla da sé: oltre a Takahashi (voce, batteria e tastiere), ne fanno parte Leo Imai dei Kimonos (voce e chitarra), Towa Tei dei Deee-Lite (tastiere), Yoshinori Sunahara dei Denki Groove (tastiere), Cornelius (chitarra) e Tomohiko Gondo (fiati e tastiere, meno noto degli altri ma già al fianco di Takahashi nei Pupa).
La voce muscolare di Imai e quella più raffinata di Takahashi in parte armonizzano e in parte si alternano, guidando brani che si muovono fra alternative dance, house, lounge e art pop, risultando ora ipnotici e malinconici, ora dinamici e isterici.
I Metafive si sono ufficialmente sciolti nel 2022, in parte a causa dei problemi di salute di Takahashi, in parte a causa di uno scandalo che ha travolto Cornelius, accusato di bullismo da diversi ex-compagni di scuola.

Streaming

Buzz: “Requiem The City” (1974)

Sadistic Mika Band: “黒船” (“Kurofune”, 1974)

Yellow Magic Orchestra: “Live At Greek Theater 1979” (1997)

Yukihiro Takahashi: “Neuromantic” (1981)

Yukihiro Takahashi & Steve Jansen: “Stay Close” (maxi-singolo, 1986)

Sadistic Mica Band: “天晴” (“Appare”, 1989)
[L'album integrale non è purtroppo disponibile, il link riporta al relativo singolo di lancio, “Boys & Girls”]

Metafive: “Meta” (2016)

Yellow Magic Orchestra su OndaRock
Recensioni

YELLOW MAGIC ORCHESTRA

Solid State Survivor

(1979 - Alfa Records)
L'elettronica profumata d'Oriente nel capolavoro della band di Sakamoto