Questione di tocco

intervista di Marco Bercella

Alfieri del nuovo catalogo della meritoria etichetta nostrana Die Schachtel, con la loro personale e italianissima rilettura delle avanguardie storiche, gli Å si sono imposti all’attenzione della critica specializzata. Ciò che sorprende, però, è l’attenzione ricevuta dal pubblico dell’universo indipendente, specie in un momento in cui si assiste al progressivo inaridimento creativo del cosiddetto filone post-rock, e a imperare sono tendenze più inclini alla forma-canzone. Probabilmente è il fresco approccio a fare la differenza, come se ai maestri si siano carpiti i codici intonsi, spontaneamente rimescolati alla ricerca, riuscita, di nuove soluzioni. Questione di tocco, come ci fa notare il chitarrista Andrea Faccioli, che fa del primo album omonimo del trio trentino-veneto un incoraggiante segnale di vita per il sonnacchioso (e non sono per colpa dei musicisti, ma questo è un altro discorso) panorama italico. Un progetto solido, che oltre al gruppo (Andrea Faccioli alle chitarre, Paolo Marocchio batteria e percussioni, e Stefano Roveda al piano: tutti intercambiabili, o quasi, nonché muniti di molti altri strumenti) vede coinvolti in prima persona i due guru dell’etichetta, Fabio Carboni e Bruno Stucchi, e il chitarrista Xabier Iriondo, già negli Afterhours, ma anche attivo manipolatore sonoro. Un progetto particolare, del quale Onda Rock ha parlato coi diretti interessati.

Questa è un’intervista obbligatoria, giacché siete stati la grande sorpresa del 2006 per la nostra redazione e per i nostri lettori. Quinto posto nella classifica di fine anno dei redattori, e sedicesimo in quella dei lettori della webzine. Un botto pazzesco per una proposta di nicchia, per giunta italiana...
Andrea
:. Non ho parole, davvero!

Ci parlate del vostro background artistico? Da dove venite, come vi siete conosciuti?
Paolo: Proveniamo tutti dal Nord Italia, viviamo tra le province di Verona e Trento. Dal 2000 Å è cresciuta lentamente e in piena libertà, senza che le idee prendessero il sopravvento sul suono. In pratica si è trattato unicamente di un incontro fra suoni. E poi sono state le nostre esperienze musicali e personali a far respirare Å nelle esibizioni pubbliche, o tra le pareti di uno studio. L’incontro creativo assorbe e ripropone tre differenti espressioni individuali in un unico risultato sonoro che ha assunto una sua forma, spesso difficilmente identificabile.
Il nostro background? Io sto lavorando da anni a un progetto di world-music, ho suonato samba, rock, reggae, tango, chitarra, basso, cello, batteria. Andrea è un chitarrista che ha suonato in diverse band indie e in teatro, mentre Stefano è un violinista classico professionista, nel senso che con i concerti e con l’insegnamento ci campa, e anche lui insieme ad Andrea ha suonato l’indie-rock.

In che misura vi sentite influenzati, e da chi? Il kraut, un certo post-rock versante intimista, ma anche musica concreta, il minimalismo, Cilio, magari Satie. Vi riconoscete in questi nomi, o in questi movimenti?
Paolo: Influenzato da tutto, dal meteo, dagli astri, dalla canzonetta del momento, dalla mia quotidianità che è ricchissima di musica.
Andrea: l’incontro con Cilio è stata una gioia per l’udito e il cuore. Per il resto abbiamo certo un trascorso kraut, dai Faust ai Neu! fino ai Can, il minimalismo di Reich e compagnia. Ma la musica credo non sia solo fatta di contaminazioni o influenze, ma soprattutto di tocco. E ognuno di noi ha portato il suo tocco, il suo gusto, questo credo che renda efficace il risultato finale... credo!

Parlatemi un po’ del disco. Trovo che le citazioni contenute siano state solo un pretesto per creare un vostro sound, che vive di vita propria...
Andrea: involontariamente ti ho risposto prima.

La domanda sui titoli delle singole tracce è d’obbligo. E’ un’idea un po’ singolare quella di prendere una novella di Mark Haddon e spalmarla pezzo per pezzo per identificare i brani. Come vi è venuta?
Andrea: l’idea è venuta a Fabio Carboni, ed è assolutamente geniale! Il problema di dare dei titoli, soprattutto a brani del genere, è stato per noi uno scoglio durissimo da valicare, e infatti non ce l’abbiamo fatta. Poi lui è uscito con questa idea ed è stato subito un successo!

Com’è avvenuto il contatto con l’etichetta Die Schachtel? Un marchio d’élite fra le etichette nostrane, che però svolgeva esclusivamente un lavoro di recupero delle avanguardie del passato...
Andrea
: il contatto è avvenuto grazie all’ascolto di Luciano Cilio. Dopo aver acquistato il disco direttamente da loro, abbiamo cominciato a scriverci via e-mail e da qui è uscito che noi si suonava musica improvvisata etc. Noi non sapevamo che loro stessero cercando gruppi per dar vita a un catalogo (Die Schachtel Zeit) fatto esclusivamente di nuove proposte. Ci hanno chiesto del materiale da esaminare, e da lì a un mese abbiamo registrato il disco.

Vi sentite più a vostro agio fra le mura di uno studio, oppure nella dimensione live? Chi vi ha sentito dal vivo dice che siete persino più affascinanti che non in studio…
Andrea
: sono due ambienti molto diversi, lo studio è come un parco giochi: posizioni tutto il materiale suonabile in una stanza e cominci a giocare. Il live è più una visita guidata, sei, tra virgolette, più schiavo di tempistica e materiale. Per rendere la cosa efficace devi porti dei limiti, ma con questo non vuol dire che sia meno divertente, anzi.

Veniamo alla scelta del nome della band. Converrete che dal punto di vista del marketing, Å non è molto immediato. Anche trovarvi su Google è un bel casino insomma, ci avete pensato? Come siete arrivati a questo nome?
Andrea
: per questo probabilmente siamo il gruppo più odiato dai giornalisti... e non solo!
Il nome è uscito sempre dalla Die Schachtel: in principio, quando si suonava nelle cantine o in qualche piccola manifestazione, il nome era Cuboaa, che fra l’altro è il nostro "url" su myspace); il nome però non era molto efficace e non rendeva molto l’idea del nostro suono. Å secondo me ha la giusta dose di originalità e di "mistero": sembra quasi un simbolo esoterico. E poi ha un sacco di significati più o meno filosofico-mistici: è l’ultimo paese abitato prima dei ghiacci del Polo Nord, è l’ultima lettera dell’alfabeto norvegese (per noi è la prima), è la più piccola unità di misura (un miliardesimo di millimetro, o una cosa del genere). Quindi... funziona!

Qual è l’approccio con il mercato per un gruppo che può definirsi sperimentale? Ma poi, vi definireste davvero sperimentali?
Andrea: noi non ci definiamo, sono gli altri che ci definiscono, alla faccia della retorica. A quanto pare stiamo vendendo più del previsto, considerando il settore musicale di nicchia, e questo ci rende super orgogliosi.

Qual è il gruppo o il genere che ascoltate attitudinalmente più lontano dalla musica che fate? Siete attenti a quanto accade intorno a voi, oppure siete degli ascoltatori distratti, che pensano quasi solo a suonare?
Andrea
: ah beh, noi si ascolta tante cosine: Paolo Conte, musica africana, cinese, giapponese, pakistana, Mozart, De Gregori, De André, e i singoli più venduti del momento...

Ditemi la vostra idea sul peer to peer. E’ un potente mezzo di diffusione musicale, oppure un mostro che toglie risorse economiche agli artisti e che uccide la musica?
Paolo
: Quello che accadrà alla musica come prodotto, quello che accadrà alla musica come attività creativa, quello che accadrà alla musica come fruizione, è a parer mio inimmaginabile. Il peer to peer è solamente una delle tante possibilità che internet offre e che sta modificando un sistema industrial/creativo impostato sulla vendita di prodotti fonografici in forma fisica. L'industria globale dell'intrattenimento è in perenne evoluzione e non c'è da preoccuparsi per essa. Per i musicisti mi sembra che le possibilità per farsi conoscere e per creare siano aumentate in maniera impensabile, sempre grazie alla rete. Forse i musicisti cosiddetti "emergenti" dovrebbero pensare di fare concerti piuttosto che sperare nei "mitici contratti discografici". Citando il signor Bowie: "E’ giunto il momento che i musicisti tornino a guadagnarsi il pane con i concerti..".

Che strade prenderà la vostra musica? La critica che ha avuto accesso al vostro disco vi ha incensato, e questo è un fatto. Non vi viene la tentazione di cercare una platea più vasta, magari con un’altra etichetta, e di rendere più accondiscendente il vostro sound?
Andrea: di cambiare etichetta, per ora, non se ne parla proprio. E’ raro vedere un’attenzione, una dedizione così forti da parte di persone esterne al gruppo come Fabio e Bruno. Con loro si lavora benissimo e con onestà intellettuale, e poi è bellissimo vedere la loro collaborazione, anche per la scelta dei titoli, o per il nome del progetto. Quindi possiamo dire che Å è fatta di sei elementi: noi tre, Fabio, Bruno e la mano santa di Xabier Iriondo.
Per il futuro sound, tutto è in divenire. Il fare musica è un pensiero libero, il cercare di essere accondiscendenti vorrebbe dire schiavizzarsi, e per fortuna siamo liberi di pensare e continueremo a farlo.

Qual è il vostro rapporto con le altre forme artistiche? Vi interessate alla pittura, alla fotografia, o al cinema?
Andrea
: inevitabilmente le forme d’arte si contaminano e si fondono, quindi più o meno abbiamo interessi un po’ tutti e tre in diversi ambiti artistici.

E ora, domanda d’obbligo: diteci i cinque dischi fondamentali per gli Å.
Andrea: Un concerto qualsiasi per piano solo di Keith Jarrett; Luciano Cilio - Dell’Universo Assente; Fabrizio De André - Anime Salve; Nick Drake - Pink Moon; John Cage: Sonatas And Interludes For Prepared Piano.
Stefano: Steve Reich - Music for 18 Musicians; Nick Drake - Pink Moon; John Coltrane - Ascension; W. A. Mozart - Requiem; J.S. Bach - Passione Secondo Giovanni.
Paolo: Savina Yannatou - Songs Of The Mediterranean; Ojos de Brujo - Vengue; Jeff Buckley - Grace; Police: Outlandos d'Amour; Elisa - Lotus.

Discografia
Å (Die Schachtel, 2006)

7,5

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