Saccharine Trust

Saccharine Trust

I funamboli del free-core

intervista di Massimiliano Speri

Autentica "pecora nera" del catalogo SST, i losangeliani Saccharine Trust hanno teorizzato un free-prog-funk-hardcore funambolico, spigoloso e atonale, rinnovando la tradizione carbonara del "punk con assolo" e influenzando in maniera determinante post-hardcore e math-rock. Alla vigilia di un chiacchierato tour europeo, annunciato ma purtroppo mai partito, abbiamo raggiunto via Skype il chitarrista Joe Baiza per capire cosa sia andato storto e ripercorrere l'oscura vicenda di questa leggenda per pochi.

Ciao Joe, grazie per aver accettato l'intervista. Tra gli appassionati c'era molta attesa per questo tour, naufragato, da quanto ho capito, per problemi organizzativi…
Sì, la persona che stava organizzando non ha trovato abbastanza date, quindi abbiamo dovuto mandare tutto a monte.

Ho avuto modo di parlare con lui, e siamo tutti e due persuasi che il problema risieda in una sorta di "paura" che la vostra musica genera nei gestori dei club: non sarà né una serata punk, né una noise, né una jazz-rock, bensì un concerto dei Saccharine Trust, qualcosa che cattura tutte queste sfumature e si spinge molto oltre. Avete mai avuto problemi con la natura ibrida della vostra arte, che ovviamente è fantastica ma può confondere ascoltatori troppo pigri?
Certo, è sempre stato così. I promoter dicono "non so cosa fare con questi qua" e li capisco, nemmeno io sono sicuro che esista un pubblico per i Saccharine Trust! Non l'abbiamo mai saputo, e ancora adesso non lo sappiamo quando suoniamo a Los Angeles: certe volte la gente c'è, altre volte no. C'è interesse per la band, ma i promoter non sanno bene dove piazzarci e come gestire la cosa, forse è stato il caso anche di questo tour ma non ne sono sicuro. Non saprei se parlare di pigrizia, so che molte persone sono disposte a impegnarsi fino a un certo punto e poi si fermano, come a dire "ok, per me può bastare. Sono troppo pazzi, non li capisco". In ogni caso, per chi ci apprezza siamo sicuramente un gruppo divertente da ascoltare dal vivo!

Sarebbe stata la vostra prima apparizione europea in assoluto?
Abbiamo suonato alcune volte in Germania. Nel 2001 registrammo un disco con la Hazelwood, una label di Francoforte. Ero entrato in contatto con loro dopo il primo scioglimento del mio progetto collaterale, gli Universal Congress Of. Il bassista, trasferitosi in Germania, si era imbattuto nei tipi dell'etichetta. Erano davvero entusiasti all'idea di produrre un nuovo album dei Saccharine Trust, così siamo andati lì e l'abbiamo fatto, infilando nel frattempo un paio di spettacoli. Dieci anni fa poi abbiamo suonato in Inghilterra all'edizione dell'ATP organizzata dai Pavement, e dato che eravamo nei paraggi siamo tornati in Germania per un mini-tour di una decina di date, in cui mi esibii sia con i SA che con gli UCO.

Molti gruppi del roster SST sono diventati band di culto se non addirittura "famose" (a partire dalla sacra triade Black Flag-Minutemen-Husker Du), mentre i Saccharine Trust sono rimasti uno oggetto strano e oscuro, ancora oggi. Credo che la ragione principale sia la differente consistenza della vostra musica, al contempo complessa e folle (qualcuno l'ha definita "anti-rock"), più "adulta" e meno "adolescenziale" rispetto a quella dei gruppi citati. Sei d'accordo?
Non l'ho mai considerata "adulta", nel senso che andrebbe prima capito cosa voglia dire essere adulti… però sì, siamo sempre stati abbastanza anticonvenzionali, avevamo voglia di fare qualcosa di diverso. Quando io e Jack (Brewer, cantante e paroliere, ndr) abbiamo formato la band avevamo idee differenti su cosa sarebbero dovuti essere i Saccharine Trust e abbiamo cercato di combinare le nostre visioni. Questo ha prodotto una musica per un ascoltatore che non ha un'etichetta precisa, non saprei se definirla punk-rock o meno, è semplicemente quello che venne fuori in quel momento. Una musica di certo difficile per i più: sai, ci sono stati vari periodi nella nostra vicenda, ma tutti abbastanza "spinti"… La maggior parte delle persone che ha apprezzato quello che facevamo veniva da ascolti "estremi", gli altri forse si sono solo forzati perché ci hanno visto in apertura dei Black Flag. In quel periodo eravamo attivi da appena un anno, stavamo ancora imparando a suonare, fu un'enorme opportunità aprire quel tour. Quei concerti erano una miscela un po' sgraziata di energia e idee, e forse per chi assisteva non eravamo affatto cool, anzi ci vedevano come dei tipi strani e basta. Anche nei momenti più "duri" non siamo mai stati una vera band hardcore, quindi è stata una lotta sin dall'inizio. Non ho mai pensato a cosa le persone volessero ascoltare, magari adesso ci faccio più caso e cerco un compromesso, ma all'epoca no. Ancora oggi rimaniamo degli emarginati, anche all'interno dei festival revival c'è poco posto per noi. Viviamo a Los Angeles e lì abbiamo un piccolo seguito, anche perché la band attuale è davvero di ottimo livello sul fronte tecnico. Ad alcuni concerti i giovani sembrano interessati, ma ci ascoltano come se stessero in classe al college, sembrano studiarci da lontano e non vedere l'ora di uscire per la ricreazione. Le loro espressioni paiono dire "c’è qualcosa che non riporta qui". No, non è una musica facile, ma mi verrebbe da dire: questo è quello che abbiamo sempre fatto e lo abbiamo fatto al meglio delle nostre possibilità, se non vi piace non è obbligatorio ascoltarlo.

E' questo il motivo per cui hai definito i SA la "pecora nera" del catalogo SST? Com'era il vostro rapporto con i "capi", a partire da Gregg Ginn e Joe Carducci?
Sì, ho sempre avuto l'impressione che ci trattassero come qualcosa di strano e difficile. Il discorso era sempre del tipo "ok, siamo accettati, ma rimaniamo un'altra cosa". In ogni caso devo dire che ho sempre rispettato i tipo dell'etichetta, tutti quanti. Certo, non eravamo come i Minutemen, i Meat Puppets o gli Husker Du, eravamo complicati e meno piacevoli da ascoltare. Spesso ci ritrovavamo messi di lato, magari qualcuno chiamava proponendo un ingaggio per noi e la label rispondeva "guarda, credo che quest'altro gruppo possa fare più al caso tuo". Era tutta una cosa molto locale d'altronde, capita con queste piccole etichette. Quindi sì, eravamo la "pecora nera", ma lo dico scherzando: c'è ironia, non amarezza in questa definizione.

La vostra musica è totalmente spontanea o mescolate le vostre influenze in modo consapevole? Ad esempio, tra le vostre note ho individuato tracce sparse di Captain Beefheart, Red Crayola, Henry Cow, Stooges periodo "Fun House", Pere Ubu, Pop Group… Riconosci questo tipo di ingredienti nella tua ricetta?
Mi piace molta musica differente, quindi di sicuro nelle cose che faccio ci sono molte influenze diverse. E' un processo inconscio: ascolto una cosa e in qualche modo la incorporo, è come se dentro di me dicessi "fammi prendere un pezzo di questo e uno di quest’altro". Non è qualcosa a cui penso, accade naturalmente.

Nella vostra salsa ci sono anche persistenti spezie free-jazz, soprattutto quello radicale di Cecil Taylor o Albert Ayler. Quanto c'è di scritto e quanto di improvvisato in ciò che suonate?
C'è molta scrittura, ma anche una parte di improvvisazione. Nei Saccharine Trust di adesso, che considero la formazione migliore (non a caso quella durata più a lungo), c'è questa idea che dentro le canzoni possa accadere di tutto. E' una forma libera, la musica è attraversata da una vibrazione che è come una chimica aperta. I brani hanno una struttura, ma da un momento all'altro può succedere qualcosa di diverso, che però non distrugge mai del tutto questa struttura. Sappiamo sempre cosa stiamo facendo, e l'improvvisazione si basa su questa sensazione. Quanto a me, sono stato certamente influenzato da musicisti free jazz come Ornette Coleman o l'ultimo John Coltrane, quando ascoltai per la prima volta quella roba pensai "wow, che sound!". Non ero un musicista jazz ma volevo fare mia quell'idea, non era necessario suonare come loro. Come chitarrista ricordo che mi colpì molto James Blood Ulmer, e mi intrigava l'idea di adattare quell'approccio a delle canzoni punk.

Parlando del tuo modo di suonare, sei sicuramente uno dei pochi guitar hero del punk… L'ho sempre vista come una specie di cellula secessionista: da quando Tom Verlaine ruppe il tabù degli assolo, è nato un piccolo ma tenace commando, con figure pionieristiche come Greg Sage o Gregg Ginn e future icone alternative quali J Mascis, Duane Denison, Doug Martsch e pochi altri. Ti senti in qualche modo parte di questo club esclusivo?
Guarda, per me non è così importante il fatto di essere un chitarrista. Mi considero un non-musicista, nel senso che quando cominciai a suonare, non approcciai la faccenda con l'intenzione di diventare un musicista. Non mi interessavano accordi, scale e altre cose così, ho sempre usato la chitarra per esprimere qualcosa. Quando iniziai con i Saccharine Trust, la chitarra era semplicemente uno strumento per dare corpo alle mie idee, sarebbe anche potuto essere un pianoforte o un sassofono. In questo senso il mio è un approccio artistico in generale più che musicale. Ascolto molta musica chitarristica, ma non emulo nessuno in particolare, a parte forse il già citato James Blood Ulmer, non ho chitarristi di riferimento. Non mi inserisco in nessuna categoria e non me la sentirei di paragonarmi ad altri strumentisti. A Los Angeles ci sono molti chitarristi grandiosi, ma è una cosa a cui faccio più caso adesso rispetto ad allora. Ti ringrazio ovviamente per avermi inserito in questo "club", è molto figo, ma non andrei mai in giro a dire "wow, sono uno di loro!".

Sei uno strumentista autodidatta?
Sì.

Nei Saccharine Trust chi è il compositore principale?
Le musiche a volte sono un lavoro di gruppo, altre volte si basano su contributi individuali. E' capitato ad esempio che Chris, il bassista, abbia composto delle parti di chitarra così complete che non ho dovuto adattarle, le ho suonate così come le aveva pensate lui. Anche in questo siamo sempre stati un gruppo molto aperto, quando si collabora non c'è posto per l'ego dei singoli. Dei testi invece se ne è sempre occupato Jack.

Parliamone di questi testi. Anche se non siete mai stati una band militante in senso stretto, soprattutto nelle primissime canzoni è ravvisabile un messaggio politico. Trovo sempre molto affascinante quando un artista immette un'istanza lirica aggressiva in un formato musicale avventuroso, come facevano i gruppi del Rock In Opposition, o le band punk-funk britanniche dei primi anni 80. Due assalti violenti, uno lirico e uno musicale…
Quando incontrai Jack, era davvero molto dentro questa cosa dei testi, così quando iniziammo a suonare insieme, le parole divennero subito un elemento importante. Le cose che scriveva erano sempre un'espressione molto personale di ciò che avveniva nella sua testa, provenivano da qualche luogo oscuro… Non li definirei politici né in altro modo, erano testi spesso difficili da comprendere anche per me. Gli ho chiesto varie volte "che diavolo significa questo verso, che intendi dire?" e il più delle volte mi sono dovuto accontentare della mia interpretazione. E ti dirò, mi piace questa cosa, in generale apprezzo quando nell'arte viene lasciato spazio all'interpretazione personale.

C'è anche un alone più ermetico, con tratti quasi biblici…
Sì, affascinano anche me quelle immagini. Hai ascoltato il nostro ultimo album per la Hazelwood, "The Great One Is Dead"? Lì i testi sono davvero eccellenti. Non sono canzoni politiche o d'amore o chessò io, qualunque cosa vogliano dire le trovo fantastiche. Recentemente una piccola etichetta di San Pedro l'ha ristampato in doppio vinile, ci chiesero se volevamo trascrivere i testi all'interno ma Jack disse "No, non ne abbiamo bisogno. Le parole puoi ascoltarle nelle registrazioni", per poi chiedermi: "Piuttosto, perché non fai un disegno per ogni canzone?". Accettai, basandomi sui titoli dei brani e su alcuni versi, e mi resi conto di quante idee ci fossero dentro quei testi, fu davvero molto stimolante. Questo investe anche la musica: ogni brano racconta una storia, e in sottofondo bisogna creare una base convincente per quello che racconta Jack. Ad esempio, se il testo parla di un uomo che cade in un buco, cerchiamo di sottolineare quel passaggio anche musicalmente. Parole e musica seguono lo stesso mood.

Tutti gli album dei Saccharine Trust sfoggiano un artwork molto forte e curato, e non c’è da stupirsi dato che tu sei anche un artista visuale. Quanto è importante questo aspetto?
E' molto importante. Con la SST ci hanno sempre dato molta libertà sulle copertine (purché non fossero lavori troppo dispendiosi), il che era una cosa molto buona. La Hazelwood invece ha un suo disegnatore, quindi non abbiamo ottenuto esattamente ciò che volevamo, ma è andata bene lo stesso. Ho iniziato come artista visuale, volevo diventare un pittore, solo dopo sono stato coinvolto dalla musica, fu un esperimento. Quindi è inevitabile che il mio background artistico abbia influenzato il concept visivo della mia musica.

"Surviving You, Always", da molti ritenuto il vostro apice creativo (e che, a proposito del discorso di prima, ha una copertina semplicemente grandiosa), non è mai stato ristampato: come mai? Pensate di farci un pensierino per il futuro?
Dipende dalla SST, è sotto il loro controllo… Non saprei, forse a Gregg non piace quell'album… Sai, è fantastico che abbia un'etichetta e abbia fatto uscire tanti dischi spettacolari, ma come persona è un tipo difficile, un po' egoista credo. Non so cosa abbia che non va, ma non è uno che ha piacere a condividere le sue cose. Per qualche ragione non ha mai voluto ristampare "Surviving You, Always" in cd, secondo Jack dipende da alcuni problemi tecnici, ma quando ne parlai con Gregg mi rispose solo "no, sarebbe troppo costoso", il che non ha molto senso. E ovviamente non ci ha mai permesso di ristamparlo per conto nostro! E' diventata la nostra lost record... Tra l'altro, secondo me è abbastanza brutto! (ridiamo) E' davvero estremo… forse ha paura di ristamparlo perché è troppo estremo? O perché è troppo bello? Davvero, non ne ho idea! Di sicuro è un disco molto duro, il sound è aggressivo, ed è anche tutto molto vero, non c’è nulla di finto in un lavoro simile. Fu un po' il risultato di girare in tour con i Black Flag, fummo influenzati da quel mondo caotico e selvaggio. Ci sono incisioni dal vivo di quel materiale parecchio buone, altre terribili. Ancora adesso rimane un album maledetto: ultimamente abbiamo suonato a LA con la line up originale ed eravamo tutti perplessi all'idea di ritirare fuori i brani di quel disco, quindi abbiamo deciso di elaborarne una versione più "dolce", con meno dissonanze, suonata più piano.

Musicalmente parlando, nella galassia SST i vostri parenti più prossimi erano senz'altro i Minutemen. Tra di voi c'era anche un rapporto personale molto stretto: penso a Mike Watt che suonò il basso su "Worldbroken", o a te e Jack che avete collaborato alla stesura del monumentale capolavoro "Double Nickels On The Dime", o alla copertina di "Buzz Or Howl Under The Influence Of Heat" disegnata da te. Vuoi parlarci di questa bellissima amicizia?
Sì, decisamente un rapporto molto forte. Li incontrai a San Pedro, dovevo vivevo con gli altri membri del gruppo. D. Boon abitava nell'appartamento sopra al mio. Nei primordi dei Saccharine Trust, io e Jack facevamo fatica a trovare altri musicisti con cui suonare, quindi ci limitavamo a provare da soli nel soggiorno di casa mia, con due piccoli amplificatori. Un giorno sentiamo bussare e ci diciamo subito "forse stiamo suonando troppo forte", invece apriamo la porta e ci troviamo davanti D. Boon con un giubbotto militare e i capelli lunghi, e pensiamo "chi diamine è questo corndog (termine che indica letteralmente dei wurstel in pastella di mais infilzati su uno stecco, usato per sfottere i "cafoni" del sud della California, ndr)?!". Ci aveva sentiti suonare e voleva fare due chiacchiere, e quando ci disse che era il chitarrista dei Reactionaries, la sua band pre-Minutemen di allora, lo facemmo subito entrare, perché li avevamo visti dal vivo ed erano grandiosi. Siamo stati ore a parlare, e così siamo diventati grandi amici. Era un ragazzo davvero in gamba, ci siamo fatti tante birre e burritos insieme! In seguito conobbi anche Mike Watt, che era sempre nell'appartamento di D. Boon a gettare le basi per quelli che sarebbero diventati i Minutemen. Mike era un ciclone, aveva un sacco di idee, era un continuo "ora faccio questo, ora faccio quest'altro", davvero una persona determinata. Ci aiutò molto, fu lui a trovarci un bassista dopo vari tentativi andati a vuoto, e fu sempre grazie a lui che facemmo il nostro primo show: ci disse "ho organizzato una festa, e voi ci suonerete", e quando rispondemmo che non eravamo pronti ci prese così tanto in giro che alla fine ci convinse. In quell'occasione nacque anche il nostro nome: ci chiese "com'è che vi chiamate, così lo scrivo nel flyer?", noi gli dicemmo che non ci avevamo ancora pensato e lui ci intimò di trovare un nome alla svelta altrimenti non ci avrebbe fatto suonare! Io e Jack passammo una notte intera a pensarci, e a un certo punto lui parlando di un testo di David Bowie ("The Bewlay Brothers", ndr) mi chiese "Joe, secondo te cosa vuol dire 'fiducia zuccherosa'?", io non avevo capito di cosa stesse parlando e risposi "eh? sarebbe questo il nome per la band?" e lui "in realtà non ci avevo pensato, ma per me va bene"… Mike fu un contatto preziosissimo, e lo è ancora adesso. In generale ci fu sempre un bellissimo rapporto con tutta la scena di San Pedro, da cui provenivamo anche noi.

Avere fan eccellenti come Sonic Youth, Melvins e soprattutto Nirvana vi ha aiutato a diventare un nome più familiare tra i non esperti?
Sì, soprattutto i Sonic Youth ci hanno aiutato molto. E' sempre carino quando un gruppo molto conosciuto ci menziona! Ci invitarono anche all'edizione curata da loro dell'ATP, nel 2002. "Surviving You, Always" se non sbaglio è citato da Kurt Cobain nei suoi diari (l'album in questione è in realtà "Paganicons", ndr). Sono tutte cose che ci hanno permesso di arrivare a molti nuovi ascoltatori. Ciò non toglie che stiamo ancora lottando per emergere! (ridiamo) La verità è che ho sempre pensato ai Saccharine Trust come a una famiglia di collaboratori più che a un gruppo di gente che vuole fare carriera. Questo paradossalmente permette alla band di non morire mai: abbiamo tutti i nostri i lavori e le nostre vite, possiamo non vederci per mesi, poi ci propongono uno show e come se nulla fosse andiamo a suonare. E' qualcosa che sta lì in silenzio e ogni tanto rispunta fuori, senza stress. Abbiamo in repertorio tantissime canzoni che non abbiamo ancora registrato, spero di riuscire a farle uscire prima o poi.

Ora vorrei parlare del tuo progetto parallelo, gli Universal Congress Of, che considero una band molto interessante, anche se decisamente differente...
Come ti ho detto, mi è sempre interessato il jazz, e ho cercato di portarlo ancora di più dentro alla musica degli ultimi Saccharine Trust, soprattutto nell'album "We Became Snakes", con Steve Moss al sassofono. Col senno di poi fu un passo un po' brusco, ma conteneva i semi per qualcos'altro. Quella formazione si sciolse poco dopo, e fu l'occasione per sviluppare la mia idea punk-jazz con altri musicisti. Tutto partì dal fatto che io e il batterista Jason Kahn abitavamo nello stesso condominio e abbiamo iniziato a discutere di suonare brani di Ornette Coleman con l'attitudine del punk, quello spirito del tipo "so a malapena suonare, ma voglio farlo lo stesso!". Era un modo irriverente di affrontare quella musica, il contrario di quello che si fa nei jazz college. Fu un periodo eccitante per me, erano musicisti sulla mia stessa lunghezza d'onda, c'era molta libertà. Incidemmo un paio di album per la SST e suonammo molto negli Stati Uniti, spesso in posti assurdi come Richmond o Salt Lake City. Nel 1989 abbiamo suonato anche in Europa. Ci scrissero un articolo su Spex, una rivista alternativa tedesca molto influente all'epoca, non so se ne hai mai sentito parlare. Questo creò molto interesse intorno a noi. Purtroppo la line-up originale si sciolse proprio in quel momento, ma ripartimmo poco dopo con altri musicisti e un'altra etichetta. Adesso mi sto concentrando su una musica basata su assolo improvvisati, che non è affatto facile per me! A LA suono con quattro o cinque gruppi differenti, cerco di tenermi attivo. Credo che la musica che uno ha in mente sia più importante delle singole individualità, se ho voglia di fare qualcosa di diverso o ho una canzone che non è molto attinente col sound di una band, semplicemente ne formo un'altra, senza pretendere di avere un'unica situazione che esaurisca tutto ciò che ho da dire. E' una cosa che ho capito tardi però, se avessi avuto un side project come gli UCO durante i primi anni dei Saccharine Trust sarebbe stato tutto diverso, e forse non si sarebbero sciolti. Adesso sento di avere più possibilità e di potermi esprimere meglio.

I Saccharine Trust sono stati un potente esempio di coraggio e coerenza, due virtù piuttosto rare. Vedi un'altra band con un'attitudine simile tra le nuove leve? Cosa pensi dell'attuale scena alternativa?
Posso parlarti della situazione a Los Angeles. Non seguo moltissimo la nuova scena, ma dove vivo ci sono diversi gruppi che sono fantastici, non molto noti, ma composti da musicisti eccellenti. Si percepiscono un clima creativo, un sentimento e un'attitudine positivi. Faccio sempre scoperte da questo punto di vista, cose strane al confine tra rock e jazz. C'è il gruppo del figlio di un mio amico, i Mr. Me, sono davvero bravi! Spesso ragazzi giovani che non conosco mi chiedono di suonare alle loro serate e io ci vado sempre volentieri, così facendo scopro molte cose originali. A Echo Park, il quartiere in cui vivo, fanno un festival estivo di tre giorni chiamato "Echo Park Rising", con tutti i locali che propongono musica dal vivo e palchi anche per strada, si ascolta un sacco di buona roba semplicemente passeggiando. Insomma, c'è speranza, e immagino sia così un po' ovunque. Forse è merito anche di internet, che aiuta le persone a creare contatti e condividere ciò che fanno.

Ok, abbiamo finito. Che dire, grazie infinite per il tuo tempo. Quanto al tour, mi hanno detto che è in agenda un secondo tentativo in primavera, spero davvero che le cose vadano meglio, così potrò finalmente vedervi dal vivo!
Grazie a te, è stata una bella chiacchierata. Speriamo di incontrarci presto!

Chris Stein, bassista dell'ultima line-up, è morto di cancro un mese dopo la realizzazione di questa intervista, che dedichiamo a lui.

Discografia

Pagaincons (SST, Ep, 1981) 

Surviving You, Always (SST, 1984) 
 Worldbroken (SST, live, 1985) 
 The Sacramental Element (SST, compilation, 1986) 

We Became Snakes (SST, 1986) 
 Past Lives (SST, live, 1989) 
 The Great One Is Dead (Hazlewood, 2001) 
 Minutemen / Saccharine Trust (Water Under The Bridge, Ep complilation, 2011) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 "I Am Right" (1981) 
 "A Human Certainty" (1981) 
 "The Giver Takes" (1984) 
"Our Discovery" (1984) 
 "Peace Frog" (1984) 
 "Longing For Ether" (1986) 
 "Neruda's Wave" (2001) 
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.