Fluxus

Fluxus

L'orrore della consapevolezza

di Antonio Lo Giudice

La parabola dei torinesi Fluxus, una formazione dalle ottime potenzialità che, per svariati motivi, non è mai riuscita ad andare oltre lo status di underdogs della fiorente scena musicale italiana degli anni Novanta. Lasciando però almeno un oscuro gioiello, intitolato "Vita in un Pacifico Mondo Nuovo"
Si può affermare che il rock italiano degli anni 90 sia invecchiato meglio rispetto a quello coevo statunitense, o, almeno, rispetto alla rappresentativa scena grunge? Il dubbio è lecito per quanti - come chi scrive - oggi si ritrovano ad ascoltare con molto più piacere i dischi dei Csi e degli Afterhours rispetto a quelli di Pearl Jam e Alice In Chains che, per quanto all'epoca siano stati importanti,  mostrano tutti i loro anni, e forse anche qualcuno in più. Soprattutto, a far preferire i 90 nostrani è l'opera dei Fluxus, gruppo torinese autore di un disco d'esordio disperatamente bello e altri tre opere di ottima fattura, prima di scomparire in un'ingiustificata indifferenza.
Non ho mai avuto la fortuna di assistere a uno dei loro concerti, ma pare che sollevassero un muro di suono di dimensioni bibliche. A 16 anni rimasi folgorato dal video di "Cosa hai visto fino ad ora", brano che aggrediva l'ascoltatore, ancora più che con un notevole impatto sonoro, tramite l'intransigente spinta all'autoconsapevolezza che giungeva dal testo e dalla voce bassa e terribilmente chiara di Franz Goria. Oltre ai più famosi, e generalmente ricordati, Marlene Kuntz e Massimo Volume, anche i Fluxus segnarono loro personale strada nel creare uno stile originale e totalmente credibile per accompagnare la lingua italiana alle chitarre distorte, ma con molti meno riconoscimenti.

Ne è la migliore prova il disco di esordio, datato 1994, Vita in un Pacifico Mondo Nuovo dall'anonima copertina con la foto di un amplificatore e la confezione in plastica blu (tutti e quattro i dischi del gruppo hanno una grafica tra l'orrido e l'anonimo): la formazione comprendeva, oltre al già citato Franz Goria alla voce, Luca Pastore al basso, il batterista Roberto Rabellino e ben tre chitarristi, ovvero Adriano Cresto, Roberto Novero e l'ex Nerorgasmo Simone Cinotto.
I brani, tutti accreditati ufficialmente al solo Pastore, unico iscritto alla Siae all'epoca, sono in realtà frutto di un lavoro collettivo, con i testi parimenti divisi tra il bassista e il cantante. Molta critica dell'epoca li accostò, un po' superficialmente, all'heavy metal, a causa del loro sound massiccio e pesante, ben rappresentato dal bombardamento a tappeto della già citata "Cosa hai visto fino ad ora", posta in apertura del disco. In realtà, dal metal - quello anni 70, stile Judas Priest e Black Sabbath con tanto di retrogusto psichedelico da trip salito male - come dall'hardcore, i Fluxus mutuavano il gusto all'impatto diretto e l'assenza di fronzoli alternativistoidi, ma le influenze della loro musica erano notevoli e ben rielaborate.
Nel lungo brano - incubo (oltre che vertice dell'album) "Pelle" vengono rievocati nella Torino del decennio scorso i fantasmi della New York dei Suicide: la loro "Frankie Teardrop" è un claustrofobico viaggio di nove minuti, introdotto da un sinistro arpeggio, alla velocità via via più insostenibile del tempo che ci sfugge tra le dita, mentre riverberi e sibili ci rammentano la necessità di una vita degna di essere vissuta. "Logica di Possesso"è un proiettile punk dal testo disperato e profetico sull'illusione del benessere garantito. "Vedo" e "Sabbia" - due potenziali singoli di buon successo, più cadenzata la prima, mentre la seconda è un funk elettrico incattivito - introducono il capolavoro "Il Tuo Nemico", le cui parole sono tra le più belle e cariche di rabbia mai scritte per una canzone italiana. Nessuna retorica e nessun autocompiacimento, ma solo l'osservazione di come le nostre sicurezze economiche, sociali, affettive siano anche i mattoni del carcere che, giorno per giorno, ci costruiamo senza porci domande scomode. E alla fine, comunque, "quello che resta è paura".
"7/8" è un incubo da catena di montaggio per svegliarsi dal quale non restano che le scelte radicali di "O.C." minacciosa nel suo incedere inesorabile e nella voce filtrata che racconta di attentati dinamitardi. La title track posta alla fine del disco lascia intravedere la speranza che, però, soltanto una forte scelta individuale ci può regalare (il "devi essere tu!" sussurrato alla fine è un monito che non si dimentica).

Il disco passa quasi inosservato e il gruppo subisce uno dei primi stravolgimenti di line-up che, in futuro, ne mineranno la stabilità: escono Cinotto e Novero e, al loro posto, fanno il loro ingresso gli ex-Negazione Tax Farano alla chitarra e Marco Mathieu al secondo basso.
Non Esistere
(1996) non è al livello dell'esordio, ma è comunque un lavoro di assoluto valore. Il brani sono molto più brevi e mancano lunghi incubi come "Pelle" e "Il Tuo Nemico". "Veldt" e l'inquietante "Immagine di un Cane Gigantesco" aprono con decisione mantenendo le cooordinate già note (ritmi incalzanti e riff spaccaossa). "Non Esistere", vertice del disco e tra i loro brani migliori in assoluto, è caratterizzato da una meravigliosa anima melodica in mezzo a una tempesta di distorsioni, in stile quasi shoegaze. Le brevi "Noi Galleggiamo nel Vuoto" e "Sono Fuori di Qui" sono brani di matrice hardcore con continui cambi di tempo e un'intensità ipercinetica, mentre il dittico conclusivo formato da "Iconoclasta" (ritmo continuamente spezzato e urla disperate) e l'elaborata strumentale "Preghiera di un Pilota di Caccia Bombardiere" fanno superare a pieni voti la prova del secondo album.
Come nell'esordio, oltre alla personalità della proposta musicale, i punti di forza del gruppo sono i meravigliosi testi che scavano con lucidità dentro alle nevrosi da ingranaggio nel quale, magari inconsapevolmente, tutti finiamo (non esattamente le parole che una quindicenne con pruriti alternativistoidi scriverebbe sul diario; meglio lo snobistico e vagamente romantico rimirarsi l'ombelico di ben più noti paladini indie nostrani) e la voce, carica di una rabbia montante a mala pena trattenuta, ma solo raramente lasciata esplodere, di Franz Goria, forse il miglior cantante della scena rock italiana di quel decennio.

Il disco ottiene ottime critiche e, grazie a un impatto live di altissimo livello, il gruppo comincia ad avere un certo seguito. Tuttavia la sua line-up non trova pace: dopo Non Esistere Marco, Tax e Adriano lasciano il gruppo, torna Simone Cinotto e vi sono i nuovi ingressi di Marcello Marcelli al basso e Massimiliano Bellarosa alla chitarra, con i quali viene registrato il terzo disco Pura Lana Vergine.
Quest'ultima opera segna alcune novità: in primo luogo, il disco viene distribuito come inserto del quotidiano "Il Manifesto" e, coerentemente con questa scelta, il gruppo approfondisce nei testi determinate tematiche sociali in maniera meno soggettiva che in passato (si vedano a riguardo l'attacco al folklore religioso di "Lacrime di Sangue" e al conformismo in "Uomo Ghignante"). Inoltre, il suono si fa più aspro e ostico: i brani sembrano perdere, ma solo in parte, la connotazione metal dei primi due dischi per virare verso il noise, specie negli intermezzi strumentali tra un pezzo e l'altro, anche se viene mantenuto l'impatto dei primi due dischi.
"Giro di Vite" unisce linee melodiche a un ritmo sostenuto con un effetto quasi da vertigine; le succitate "Lacrime di Sangue" e "Uomo Ghignante" sono perfetti brani da concerto, veloci, taglienti e cantati da Franz con un sorprendente registro acuto. La cadenzata - ma con un deciso scarto di ritmo nel finale - "Latte" e "Classe" citano Pier Paolo Pasolini., la prima richiamandosi esplicitamente alla sua vita e alle sue opere, mentre la seconda sembra ispirata ai suoi "Comizi d'Amore". "Le Cose che non cambiano mai" è il brano migliore del disco, monumentale nel suo incedere rumoristico e con un testo che, questa volta, presagisce traumatici (ma necessari) cambiamenti collettivi.
La scelta di marketing del gruppo (coraggiosa, ma suicida, specie in anni in cui la sinistra si vergognava ad essere tale) non paga a livello di successo e passeranno ben quattro anni prima che arrivi alle stampe il seguito di Pura Lana Vergine.

Nel disco omonimo (il primo con una grafica accettabile), la formazione si presenta ridotta all'osso: titolari del progetto ormai sono i soli Rabellino, Pastore e Goria, con questi ultimi due a dividersi il ruolo di chitarrista- seppur con la collaborazione, in alcuni brani, di Tax Farano alle sei corde e Roy Paci, prima del successo mainstream, alla tromba.
Fluxus
lascia alquanto spiazzati: non è assolutamente un brutto disco, ma il gruppo pare aver rinunciato alla sua cifra stilistica, abbassando notevolmente il ritmo ed eliminando l'aggressività di natura hardcore che li aveva fino a quel momento caratterizzati. Si tratta di un'opera indie italiana abbastanza "tipica", riscattata, però, dall'ottima penna del terzetto, che si dimostra sempre capace di comporre brani di altissimo livello, a partire dall'iniziali superbe "Nessuno si accorge di niente" e "Non c'è più niente di me", a dimostrazione che, pur cambiando la forma, la sostanza resta immutata. Tuttavia, già da questo inizio, è facile notare come la precedente tensione verso una qualunque reazione sembra sostituita dalla presa atto di una resa inevitabile.
Fa capolino un certo gusto per l'elettronica, soprattutto in "Strana Forma di Vita" e in "Talidomide"- quest'ultimo va eletto brano migliore del disco, parimenti melodico, incalzante e arricchito da un arrangiamento elaborato. "Una splendida giornata di luna" è una ballata elettrica dall'atmosfera rarefatta che lascia il segno. La lenta "Radiografie" (scelta infelicemente come primo singolo) si fa ricordare più per il testo che per la musica, mentre la conclusiva strumentale "Attraversando Managua" è un divertissement in stile colonna sonora.

Neanche con quest'ultimo lavoro il gruppo riceverà le meritate attenzioni e, l'anno successivo, i tre prenderanno direzioni separate. A noi rimane la storia di una formazione dalle ottime potenzialità che, per svariati motivi, non è mai riuscita ad andare oltre lo status di underdogs della fiorente scena musicale italiana degli anni 90. E, ovviamente, resta quell'oscuro capolavoro di Vita in un pacifico mondo nuovo che solo in pochi, a suo tempo, hanno riconosciuto come tale.

Fluxus

L'orrore della consapevolezza

di Antonio Lo Giudice

La parabola dei torinesi Fluxus, una formazione dalle ottime potenzialità che, per svariati motivi, non è mai riuscita ad andare oltre lo status di underdogs della fiorente scena musicale italiana degli anni Novanta. Lasciando però almeno un oscuro gioiello, intitolato "Vita in un Pacifico Mondo Nuovo"
Fluxus
Discografia
Vita in un Pacifico Mondo Nuovo (No Way Records, 1994)

8

 Non esistere (Free Db's, 1996)

7

 Pura lana vergine (Il Manifesto, 1998)

7

 Fluxus (Furious Party, 2002)

6,5

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Recensioni

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Tutto da rifare, un omaggio ai Fluxus

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