29/04/2009

Bonnie Prince Billy

Estragon, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Bonnie Prince Billy
Forse non ci stancheremo mai di assistere a concerti di questo tipo. Eh sì, perché esistono live-set di qualità e show dal forte odore di karaoke, figli di un’industria che promuove gruppi e situazioni soltanto per vendere oggetti e aggregare persone tutte uguali. L'esibizione di Bonnie "Prince" Billy fa certamente parte della prima categoria: un musicista forte delle sue indubbie qualità di songwriter e di entertainer veramente peculiare.

L'Estragon è affollato stasera, nonostante un clima infame, e le premesse di una serata indimenticabile si palesano con la vera sorpresa di questo set. Fa la sua apparizione sul palco Susanna Wallumrod col suo piccolo pianoforte, norvegese elfo dalle sembianze di giunonica donna dalla voce felpata e carezzevole. Ammettiamo di conoscere molto poco il suo lavoro, ma questa sera ripariamo a questa mancanza, e assistiamo estasiati a una esibizione di quasi un'ora, dove la sua voce, l'ensemble che discretamente l'accompagna e l'atmosfera creatasi sotto forma di aura positiva si uniscono in un tutt'uno che ci stende quasi.
Facciamo fatica a riprenderci da queste composizioni così semplici e dirette, arrangiate con un gusto e una discrezione che ci lasciano esterrefatti. Segnaliamo una versione da brividi di "Jailbreak" dei Thin Lizzy, o il duetto con lo stesso mr. Oldham in una struggente "Without You", resa famosa da Barbra Streisand, o l'omaggio a Nico nella trasfigurata "Janitor Of Lunacy", tutti pezzi inclusi nell'ultimo lavoro, “Flower Of Evil”, uscito a suo nome lo scorso anno per Rune Grammophone. Pezzi alternati alle ballate scritte di suo pugno, inserite nel disco “Sonata Mix Dwarf Cosmos”, tra le quali si distinguono una ancestrale versione di "Born In The Desert", come una Bjork meno invischiata con l'elettronica, una "Stay" da brividi e la messianica "Demon Dance", che addirittura, nella sua circolarità melodica, ricorda certe cose sul versante psych dei Tool, e non vuole essere affatto una provocazione. Come inizio possiamo dirci ampiamente soddisfatti, l'uomo di Louisville ci ha abituati a sorprese di questo genere, possiamo dire con certezza che egli si è sempre circondato di persone di una certa caratura artistica e questa sera ce lo ha dimostrato ancora una volta.

Dopo una breve pausa appare quindi la sagoma di Will Oldham imbracata in una tuta da giardiniere folle, e l'inizio è per forza di cose dedicato ai pezzi dell'ultimo, ennesimo lavoro, “Beware”, in verità un passo indietro nella produzione discografica del nostro. Dobbiamo ammettere, però, che alcuni di questi pezzi acquisiscono dal vivo una loro giusta, irrobustita dimensione rock che sa tanto di un sentito omaggio alle atmosfere di maestri come Crosby, Stills, Nash & Young, o a certo country modificato di un grande autore dimenticato come Gram Parsons. Le perle però sono tutte concentrate negli splendidi affreschi che riempiono dischi come “Ease Down The Road”, “Master And Everyone” o “The Letting Go”, ed è un peccato non aver lambito i territori oscuri di “I See A Darkness”: sarebbe stato un concerto perfetto.
Ma tant'è, quando le nostre orecchie ascoltano, rapite, una "The Seedling" che pare una valanga indie-gospel-rock come neanche i più accaniti sostenitori del genere nato per cantare le lodi al signore si potevano aspettare, allora le cose si mettono seriamente in discussione, come anche nella violentata, irriconoscibile "Ease Down The Road", o nella ballata in duetto con la violinista Cheyenne Mize "Ain't You Wealthy, Ain't You Wise", davvero un esercizio di alta scuola di scrittura, o la tenera "Careless Love".
Ma più di tutte, la canzone che ci ha tramortiti è stata una versione in crescendo di "Even If Love", un lungo ed estenuante tira e molla emotivo che ci ha abbattuti definitivamente.

Il set ha la caratteristica di dosare intelligentemente umori intimisti alternati a fragranze southern-rock in cui fa capolino una sorta di ricerca dal sottile sapore di una psichedelia sommessa, mai sterile e fine a sé stessa, incuneata in una programmatica voglia di riproporre i numerosi pezzi sempre in versioni differenti, e dalla quale si evince un percorso di ricerca non solo sulla forma canzone tout court, ma anche nella sua resa dal vivo. Insomma, il tipo ci sa fare e si vede. Ha praticamente reinventato la canzone d'autore in ambito folk (forse solo un mostro sacro come Townes Van Zandt era riuscito a fare di meglio), ma questa è un'altra storia. Resta un dato incontrovertibile: questa serata è stata speciale. Dimenticavamo quasi, poi, la presenza del drummer Jim White dei grandi Dirty Three, e anche grazie a lui abbiamo assistito a uno dei concerti più belli di quest'anno.
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