THE RIGHT MOVES - The End Of The Empire

2009 (Ultramarine)
psych-impro-rock

Partiti da una formula impro-rock riuscita ma non abbastanza originale da lasciare il segno in tempi di generica indolenza nei confronti di tutto ciò che può dirsi anche solo lontanamente codificato, i The Right Moves perdono il valido trombettista Peter Evans e, riducendosi a trio, trovano una strada che è loro e soltanto loro, quella di una musica fatta di stridori ed escoriazioni impro che si elevano a magniloquenti sinfonie di accecante e irrequieta psichedelia ambientale dallo spazio profondo. E’ bastato prendere tre ottimi ed esplosivi musicisti, già affiatati tra loro, e costringerli a trovare un baricentro comune, senza forzare sconvolgimenti, ma anche imponendo un equilibrio ferreo.

Il chitarrista Ninni Morgia (ex-La Otracina e White Tornado, ambasciatore italiano nella New York underground), il batterista Kevin Shea (Talibam!, People, ex Storm & Stress e mille altre cose) e il bassista Stuart Popejoy (impegnato nell’entità prog-metal Bassoon) hanno trovato una formula di psych-rock sfumato e futuribile che ne fa una sorta di Fushitsusha più inclini alle dissoluzioni di Sonny Sharrock e del Miles Davis di “Bitches Brew”, che non alla frastornazione rock di Velvet Underground e Blue Cheer.

Il leader dell’operazione è Morgia, che qui giunge al culmine della sua poetica, omaggiando maestri iconoclasti come i già citati Haino e Sharrock senza cedere in comunicativa, merito forse anche dell’esperienza nei La Otracina, il cui suono space-oriented riecheggia nelle lunghe dilatazioni, quasi floydiane, dell’iniziale “Meet You At The Black Sands”, ma la vera specialità è quella di riempire l’intero spettro sonoro di calde e finissime piogge di elettricità come in “When We Were American”. Qui emerge in tutta la sua importanza anche il lavoro di Popejoy, che lungi dal suonare qualcosa che somigli a sequenze di note, garantisce corpo e spessore alla musica ed è capace di rendere il suo basso tanto pachidermico (nelle figurazioni metal che sottendono il brano) quanto evanescente.

Ma quello che più colpisce è forse il rigore col quale Kevin Shea trattiene la sua foga. Intendiamoci, l’incontenibile batterista colpisce in ogni dove, come sempre, ma misura l’impeto e non cerca derive escapiste e destrutturanti, mettendosi anzi al servizio delle narrazioni post-apocalittiche affidate alla sei corde di Morgia. Shea lavora molto coi piatti, e il suo furente arrovellarsi sui componenti della batteria, inciampando e rialzandosi di continuo, è perfettamente funzionale all’incedere epico e terremotato di questo rock psichedelico urbano, tutto fremiti e vortici, con solo qualche sparuta oasi di calma piattissima. La miscela del trio è addirittura superlativa su “Yes, They Can”, con Morgia rumorista e allo zenith dell’effettistica, e gli altri a ruota, intrappolati in una gabbia di continue frenate e ripartenze.

Lontanissimi da ogni banale deriva drone-rock a cui si è assoggettata fin troppa parte di una scena neo-psichedelica ormai costretta a vie di fuga che paiono autentiche ritirate, i The Right Moves dimostrano che la maturità musicale conquistata sul campo è la migliore delle ricette per la longevità artistica e anche per le creazioni più fresche.

18/05/2009

Tracklist

  1. 1. Meet You At The Black Sands
  2. 2. When We Were American
  3. 3. Cleaning Up The Desk
  4. 4. Yes, They Can
  5. 5. Living Underground
  6. 6. Fast Mood
  7. 7. Social Power Jumboree
  8. 8. We Will All Have Beards

THE RIGHT MOVES sul web