Nine Inch Nails

The Downward Spiral

1994 (Interscope) | industrial

Se c'è un disco che ha saputo rappresentare con la massima sincerità il lato più oscuro e nascosto del suo tempo, questo è di sicuro "The Downward Spiral", forse l'album più importante di tutti gli anni Novanta, di certo una delle massime espressioni dell'industrial-rock.

Trent Reznor, "one man band" dei Nine Inch Nails, giunge al suo capolavoro dopo un album ("Pretty Hate Machine") e un Ep ("Broken") di buon livello ma fin troppo derivativi dei maestri del genere, primi fra tutti Ministry e Skinny Puppy. Ma quelle erano in realtà solo delle prove: è con quest'opera che Reznor svela tutta la reale portata del suo progetto, dimostrandosi artista di caratura decisamente superiore rispetto sia ai suoi ispiratori che ai suoi contemporanei.

I suoni esplosivi e martellanti del rock industriale sono per Reznor non il fine, ma il mezzo per giungere a uno stile totalmente personale, creando un'opera che riassume e surclassa due decenni di musica della distruzione e al tempo stesso diventa il contenitore ideale per le personali paranoie e frustrazioni: e come è proprio solo dei grandi artisti, i suoi sentimenti personali si fanno universali. Ecco allora che il monumentale concept ideato e realizzato da Reznor si è imposto all'istante come la più attendibile espressione della confusione mentale e della rabbia incontenibile contenuta negli anni Novanta della violenza dilagante, del crollo dei valori e dei riferimenti, del sensazionalismo gratuito. Ed è nella location più consona che si potesse immaginare, la famigerata villa di Beverly Hills nella quale seguaci di Charles Manson trucidarono quattro persone tra cui l'attrice Sharon Tate, che Reznor decide di dar voce e libertà al lato più instabile e psicotico della sua mente, dando vita al suo alter-ego, "Mr.Self Destruct", che è anche l'incarnazione della coscienza "macchiata" di tutta un'epoca, e seguendolo lungo la "spirale discendente" della follia, della violenza e, appunto, dell'auto-annientamento.

Reznor scrive, arrangia ed esegue tutti i brani praticamente da solo: lo aiutano due maghi del suono come Flood e Alan Moulder, amici fidati come Chris Vrenna, Danny Lohner e Charlie Clouser e ospiti d'eccezione come Stephen Perkins (Jane's Addiction) e Adrian Belew (King Crimson).

"Mr Self Destruct" presenta quello che sarà lo schema ricorrente di molti brani: Reznor accumula beat martellanti, sfibranti e disordinati e vi sovrappone chitarre abrasive e ultra-distorte, con la voce che alterna un registro sensuale e minaccioso a urla disumane: in questo primo brano in particolare è strabiliante come tanto squilibrio psichico riesca a trovare una momentanea valvola di sfogo in un ritornello di prodigiosa brutalità. "Piggy" è una subdola pausa che dietro la calma apparente di un languido ritmo dub nasconde in realtà pulsioni violente e perverse: la tensione costruita stavolta cresce senza riuscire mai a esplodere, ma il finale fatto di percussività sconnesse e moltiplicate riporta subito al clima di instabilità che sarà il motivo conduttore del disco. I toni maniacali infatti tornano subito in primo piano a sfigurare la base synth-pop di "Heresy", grandiosa invettiva blasfema ("your god is dead and no one cares / if there's a hell, i'll see you there") che perfeziona la già memorabile "Sin" (su Pretty Hate Machine") e mette con le spalle al muro l'ipocrisia dei perbenisti: la stessa ipocrisia che viene svelata nella carica furibonda di "March Of The Pigs", dichiaratamente ispirato fin dal titolo proprio dal massacro di Beverly Hills. "Closer" si inabissa nelle più viscide fantasie sessuali dello psicotico protagonista: l'elettronica ammassa una sopra l'altra cadenze funky, dub, industriali e robotiche alla Kraftwerk, e di nuovo la tensione cresce fino a diventare soffocante, insostenibile, eppure senza riuscire mai a liberarsi.

"Ruiner" è un altro geniale alternarsi di sonorità completamente in contraddizione tra di loro, che si scontrano e si intrecciano rappresentando nel modo più efficace il protagonista che qui è colto per la prima volta con lo sguardo rivolto verso sé stesso, come in un ultimo residuo di lucidità, preludio a quello straordinario capolavoro di "montaggio" sonoro che è "The Becoming", con urla infernali a fare da sfondo e da ritmo insieme ai vertiginosi beat industriali, e accompagnando la "trasformazione" di Mr.Self Destruct, ormai imprigionato in un meccanismo che lo priva di emozioni e sentimenti mentre quanto resta della sua umanità lotta disperatamente per liberarsi ("it won't give up, it wants me dead, goddamn this noise inside my head"). "I Do Not Want This" è pura schizofrenia messa in musica, ambientata in un paesaggio spoglio e squallido, marchiata a fuoco dal fenomenale drumming di Stephen Perkins.

Tutta la tensione fin qui accumulata riesce finalmente a esplodere nello strepitoso delirio sadomaso di "Big Man With A Gun", un minuto e mezzo di pura adrenalina, dimostrazione di come Reznor sia capace di trasformare anche il sound più turpe in arte carica di significato. La fantasia omicida di questo brano sfuma inaspettatamente nell'abisso informe dello strumentale "A Warm Place", cover non dichiarata di "Cyrstal Japan" del suo idolo David Bowie e prima vera pausa di riflessione, o meglio di rassegnazione, che si evolve nella nera catarsi dell'eccezionale "Eraser", dove il protagonista ormai ridotto a uomo-macchina elenca i suoi desideri ("need you, dream you… fuck you, use you, break you… lose me, hate me, smash me, erase me, kill me, kill me, kill me…"): la percussività implacabile, l'elettronica e le dissonanze, la devastante deflagrazione finale, fanno di questo brano la sintesi perfetta dell'intera opera.

La statura compositiva di Reznor emerge con prepotenza dalla partitura solenne e sinfonica della lunga "Reptile"; le sue altrettanto grandi capacità di manipolazione e trasfigurazione sonora si esaltano nella title-track, brano totalmente destrutturato, segno ultimo della follia che ha ormai distrutto il protagonista. E a conclusione di un percorso tanto crudo e sanguinario, soltanto un genio poteva piazzare un brano come "Hurt", una toccante ballata acustica sottilmente "contraffatta", carica di dolore assoluto, incurabile.

Nessuno come Trent Reznor era mai riuscito a unire la violenza anti-sociale all'introspezione più profonda: con lui le figure del distruttore sociopatico e del cantautore fragile ed emotivo si incontrano e diventano una cosa sola, permettendo così a un'intera e confusa generazione di riconoscersi, perdersi e ritrovarsi nella catartica esperienza che è l'ascolto di questo album straordinario. Anche per questo "The Downward Spiral" è a tutti gli effetti uno spartiacque, un punto d'arrivo e di partenza, una data nella storia del rock.

(03/11/2006)

  • Tracklist
  1. Mr Self Destruct
  2. Piggy
  3. Heresy
  4. March Of The Pigs
  5. Closer
  6. Ruiner
  7. The Becoming
  8. I Do Not Want This
  9. Big Man With A Gun
  10. A Warm Place
  11. Eraser
  12. Reptile
  13. The Downward Spiral
  14. Hurt
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