Recensire un disco è già di per sè una cosa non facile.
Figuriamoci recensire un'allucinazione. Già, perché "The Emotional Plague" è
un'allucinazione, un viaggio in una dimensione "altra", dove le coordinate
abituali della realtà vengono completamente deformate. E' un disco che devasta,
perché altera tutte le normali convinzioni e convenzioni sulla melodia, il
ritmo, il suono. Questi tre ragazzi di Boston non si sono mai presi troppo sul
serio riguardo la loro arte (e il nome ne è un palese esempio), non si sono mai
resi conto di ciò che stavano effettivamente realizzando. Proprio
l'inconsapevolezza, è una delle caratteristiche maggiori della genialità,
termine che in musica (e non solo) va distillato con grande attenzione, e che
riferito ai Supreme Dicks non risulta affatto esagerato. Il genio è colui che
vede oltre, che scruta ciò che gli altri non riconoscono, che osserva il mondo
da una differente prospettiva. Loro lo hanno fatto, attraverso un modo unico di
suonare. Ma dov'è effettivamente la loro particolarità? Cosa li distingue così
nettamente dal resto del panorama? A differenziarli è l'approccio tecnico con
gli strumenti, che vengono suonati come distrattamente, in maniera abulica,
svogliata, spesso scordati.
Queste indicazioni lascerebbero presagire un'appartenenza al
post-rock più rallentato dei Red House Painters o dei Low, ed invece non è così. Perché a
separare definitivamente il loro folle programma dal resto della compagnia ci
pensa l'atmosfera. Già, perché questo è un disco che vive di atmosfere,
disegnate dal loro metodo stralunato di sviluppo armonico. Spesso le partiture
sono completamente assenti, gli strumenti sembrano andare ognuno per proprio
conto, come in preda a uno stato febbrile ed etilico, sovrapponendosi in modo
apparentemente casuale, dando vita a un paesaggio dove tutto sembra deformato,
ovattato. Il ritmo è quasi del tutto assente, e quando compare è più
un'insolente palpitazione metafisica che non un effettivo asse portante. La
chitarra, elemento principe del loro sound, richiama alla mente i tocchi
impressionistici dei Durutti Column come anche le plettrate trattenute di tutto
il post-rock "implosivo", come ad esempio quello dei Codeine. Il suono è senza dubbio di
chiara matrice psichedelica, col suo distendersi dilatato e liquido che
contribuisce in maniera fondamentale a ricreare quel clima di meraviglioso
onirismo. Ogni tanto fanno capolino una tromba o un flauto, che entrano in scena
come per caso, quasi svuotati di energia vitale, simili alla voce di un barbone
malato disperso in un notturno angolo metropolitano.
L'umore è carico di un pessimismo metafisico raggelante, ma non
per questo funereo o disperato. Il dolore che il disco esprime non si traduce
nella tristezza di accordi minori, bensì in uno stato di commozione dovuto alla
sua drammatica fragilità. In alcuni momenti le lacrime scendono per la
disarmante tenerezza di cui è capace, per l'incoscienza quasi fanciullesca del
suo incedere, che, contrapposta al senso di martirio espresso in altri episodi,
dona al disco un valore quasi filosofico.
Ma adesso è giunta l'ora di addormentarsi, un sonno di 60 minuti
di musica, molti meno di parole, ridotte a umili sorelle minori dalla loro
straordinaria visionarietà. Il tenue vagito di una languida chitarra introduce
lentamente, in maniera quasi narcotizzante, "Synaesthesia". Le note piovono
dolcissime, tenere e innocenti, ma ecco che quando il paesaggio sembrava farsi
rassicurante, un lugubre accordo di piano scordato suona come una minaccia
incombente. Quel piano comincia a lamentarsi sempre di più, il clima si fa
malato, l'ascolto stordente, tutti gli strumenti sembrano piangere, lamentarsi.
Non si è abituati ad ascoltare cose simili, ed ecco che la percezione di questi
primi cinque meravigliosi minuti diventa sconcertante, ma anche dannatamente
fascinosa.
"CuChulain" introduce un elemento nuovo: il canto. Il tono è come
al solito sconsolato, quasi ubriaco, ma stavolta questa graziosa ballata sembra
avvicinarsi maggiormante a ciò che siamo abitualmente portati a riconoscere come
"canzone". Certo, è la loro versione della canzone, ma comunque ancorata a un
"ritornello", che per quanto strampalato, sempre ritornello è. L'aria sembra
rasserenarsi, ma è solo un'illusione, perché la successiva "Columnated
Ruins/Seeing Distant Chimneis" si presenta come uno degli incubi più profondi
del disco, un vero manifesto di onirismo in musica. Un
uomo solo che blatera
disturbato, senza alcun senso, una voce tremante, tra mille rintocchi di
chitarra ipnotica e malata, effetti elettronici, in un delirio convulsivo che
attrae pericolosamente. Per fortuna la chitarra si fa più dolce, emettendo più
"familiari" plettrate, la batteria diventa simile a una vera batteria, e non a
quella strana forma di batteria alla quale somigliava pochi attimi prima...ma
sul più bello, tutto scompare, riemergendo sotto forma di ninna nanna lunare in
"Along A Bearded Glade", dove si è trascinati nella meraviglia di una notte
stellata, e le comete prendono luce dagli accordi prolungati di chitarra, che si
dissolvono magicamente trascinando dietro di sé una lunga coda brillante.
Ma ecco di nuovo sopraggiungere i vecchi spettri con "Swell
Song", sinistra elucubrazione di una voce sempre più simile a quella di un
fantasma, stavolta alle prese con la forma di ciò che da svegli sarebbe un
bizzarro blues da strada.
Un colpo simile a un gong fa sprofondare negli
abissi del brano forse più gelido del disco, "Showered". Il flauto che compare
dopo pochi secondi emette un vento freddissimo, ed è quanto di più emozionante
si possa immaginare in musica. Un mesto, tristissimo vagito privo di forza,
preso da una morbosa pazzia, colpito dalle solite schegge brillanti della sei
corde. La sua bellezza è davvero disarmante, tanto da indurre alla commozione,
il complimento più bello che si possa fare alla bellezza.
A ristabilire la tensione pensa il basso torturato di "A
Donkey's Burial In A Tower On A Mirage", preso da spasmi continui, snervanti. Il
lato sperimentale emerge ancor di più, qualsiasi forma di linearita, di
prevedibilità, si è ormai persa durante il lungo sonno... ogni minuto non è
uguale a un altro, ogni accordo è privo di qualsivoglia conseguenzialità, le
note servono a delineare uno stato mentale, a riprodurre un'atmosfera. La musica
viene ridotta come mai a semplice mezzo, alla ricerca di un fine quasi
inimmaginabile.
La tromba che che si dimena isterica, aprendo "Adoration De
L'Agneau Mistique", diventa col passare dei secondi il pianto di un bimbo, dando
vita a uno dei brani più sgangherati dell'album, ma soprattutto confermando lo
spirito puerile dello stesso, sino a quando gli strumenti tacciono lasciando il
posto a un coro di ubriaconi da osteria, anime in pena e diseredate, che forse
invocano solo un po' di pietà.
La melodia fa inaspettatamente capolino in "Porrige For The
Calydonian Boar", che rappresenta la versione comatosa degli Slint di "Spiderland", un lento,
estenuante tema circolare sviluppato per quasi dieci minuti con imperturbabile
testardaggine, e culminante in un'orgia strumentale completamente strampalata.
Quest'apoteosi sembra prolungarsi nell'ancor più caotico inizio di "Siberian
Penal Colony (Ode To Joel Stanley)", ma è solo un'illusione, l'ennesimo miraggio
nel miraggio. Il silenzio, elemento molto importante nel disco, zittisce subito
il caos, proponendo come compagni di viaggio solo un'elettronica informe, un
anemico piatto di batteria, e la solita chitarra, stavolta più minimalista del
solito, compagna fedele delle loro menti devastate dall'immaginazione.
Un
lungo drone schiude le porte di "Green Wings Fly Adventure", notturna come non
mai, persa tra il canto dolorosissimo della solita voce, presa per mano da una
tromba quasi epica, che soffia fiera nell'aria come a decretare la fine di
questo folle viaggio. E quando tutto sembra finito, ancora il coro dei pazzi a
cantare all'unisono il loro testamento finale, accompagnati da un'orchestrina da
giostra paesana.
Finalmente svegli, con la consapevolezza di poter sognare quando
si vuole, senza bisogno di addormentarsi, ma solo facendo suonare questo disco
straordinario. Sono stati pochi nella storia del rock quelli capaci della stessa
magia, pochi quelli così veramente avanguardistici, pochi quelli così
coraggiosi, così rivoluzionari, così commoventi. Forse nessuno con tutte queste
qualità messe assieme. Il tempo non invecchierà mai la sua bellezza. Forse le
renderà il dovuto omaggio.
