Arcade Fire

Funeral

2004 (Merge Records) | pop-wave

E' possibile far suonare le linee di basso dei primi U2, ma proprio le stesse, intime e addirittura "interiori" nonostante la carica epica di sempre? Impresa apparentemente inattuabile. L'idea stessa mi farebbe storcere il naso vista la mia idiosincrasia verso quel suono, simbolo di una retorica rock che gli stessi U2 hanno sbeffeggiato nella seconda parte della loro carriera (prima del riflusso nella terza!). Ai canadesi Arcade Fire invece questo piccolo miracolo alchemico riesce, ed è uno dei pregi che danno valore a questo disco di brani dalla scrittura piuttosto solida e assolutamente contemporanea.

In anni d'imperante rimasticazione della new wave, forse fra i pochi a mancare all'appello del restyling erano proprio i dublinesi più ricchi del mondo (anche se a metà anni Novanta ci avevano provato i Marion), ma per fortuna gli Arcade Fire si limitano a usare alcuni rimandi, perché la sostanza della loro musica è altra. Sarebbe meglio dire "è altre". L'attitudine è quella "Franz Ferdinand", nell'ottica di un alt-pop mutante, con iniezioni di ritmi disco per i dancefloor alternativi e una sapienza melodica mitigata da contenute strategie indie-rock. Qui, però, la materia su cui il gruppo lavora non è, come nel caso degli inglesi, "The Pixies meet Duran Duran", ma "Anthemic Torch Songs played by Franz Ferdinand & his Orchestra". Quindici musicisti: voci, basso, chitarre, piano e batteria dominanti, ma archi, fisarmoniche, xilofoni e synth ben presenti a costellare le melodie e ad accatastarsi nell'horror vacui di queste dieci, stipate, stanze sonore.

Il risultato è affascinante ed è probabile che i Franz Ferdinand non siano stati nemmeno presi come riferimento: si sa che nel rock, e non solo, le cose sono nell'aria, c'è soltanto chi arriva prima ad afferrarle. E qui si parla soprattutto di un'attitudine, quella dell' anthem pop, che può usare come materia prima le più svariate suggestioni sonore. Il disco è ricchissimo di idee e arrangiamenti sorprendenti, che emergono da un magma quasi spectoriano, e anche se tiene sempre la mira ferma su un effetto emotivo un po' plateale, è udibilmente frutto di dedizione e approfondimento molto soulful e classici.

Con un titolo come "Funeral" la ricerca d'intensità innodica sembra quasi programmatica. Alcuni membri delle famiglie del gruppo sono morti proprio durante la registrazione dei brani, fra la fine del 2003 e l'inizio del 2004: il disco è dedicato a loro, con testi e musiche che toccano proprio le corde di un'affettività evocativa e desolata, dove il vuoto dell'assenza o della perdita viene riempito dalla condivisione corale della malinconia. Una scelta poetica che fa pensare a "The Village", l'ultimo film di M. Night Shyamalan, dove un'illusione deliberatamente creata preserva la comunità dal male (ma in realtà la consola soltanto).

Qualche esempio: "Une année sans lumiere" è una ballata sorniona, che prima suona come se i Tindersticks o i Cousteau fossero interpretati dai Jesus & Mary Chain post-"Psychocandy ", con un arpeggio d'elettrica iterato, mentre la voce di Win Butler richiama, sebbene con timbro meno epico e più sfibrato, quella di Ian McCulloch (Echo & The Bunnymen); nella coda s'impenna, sale l'elettricità e diventa proprio U2, con The Edge che si lascia grattugiare per finire in gloria.
"Neighborhood #2 (Laika)" è accompagnata da un mesto giro di fisa, mentre voce, chitarra, basso e batteria suonano PIL e i violini striduli incalzano nel ritornello come un Nyman cresciuto a no wave, invece che a minimalismo contemporaneo; poi si stemperano, a tratti, in un coro e una melodia da tradizione folklorica al chiaro di fuochi notturni. "Neighborhood #1" introduce il disco, emergendo natalizia da un caldo brodino di suoni che prepara allo scenario di quartieri innevati, persone amate, affetti e dolore che pervade tutta l'opera. Bellissima, come se "Last Christmas" (sì, proprio quella!) fosse stata scritta dai New Order e passata ai Tindersticks.

Ancor più che canzoni, ibridi inni melodici per scaldare cuori d'inverno. Quelli desiderosi di scoprire nuove mutazioni del romanticismo indie, per titillare l'immutabilità apparente della malinconia.

(14/11/2004)

  • Tracklist
  1. Neighborhood #1 (Tunnels)
  2. Neighborhood #2 (Laika)
  3. Une Annee Sans Lumiere
  4. Neighborhood #3 (Power Out)
  5. Neighborhood #4 (7 Kettles)
  6. Crown Of Love
  7. Wake Up
  8. Haiti
  9. Rebellion (Lies)
  10. In The Backseat
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