OndaRock



  1. Blue Seclusion
  2. Dead Of Winter
  3. Mayfly
  4. Dead Battery
  5. Blood Red Blues
  6. Spacegirl Saturn
  7. Failure
  8. Fall Days
  9. Rainbow No More
  10. Trout
  11. Orange Sunshine Medicine
  12. Splatterbrain
  13. The Coattail Rider
  14. Chine
  15. Return To Rain
  16. Untitled
  17. Prospect Hill
  18. A Swelling Hope



STOVE BREDSKY

Black Ribbon Award
(Hydra Head) 2008
songwriter, alt-rock
Accantonati temporaneamente i Cave In, ormai inariditi con il discutibile metal-pop di “Perfect Pitch Black”, il prolifico cantante-chitarrista di Somerville Steve Brodsky concentra ormai la sua attenzione sui personali progetti paralleli e/o solisti. Dopo il loffio “Octave Museum” e il turgido ma ben futile progetto a nome “Pet Genius”, entrambi usciti nel 2007 su Hydra Head, Brodsky s’inventa un nuovo moniker, Stove Bredsky, per produrre “Black Ribbon Award”, in cui realizza finalmente quello che non era riuscito a fare con gli ultimi dischi dei Cave In (e meno ancora con i dischi da solo): un bilanciamento tra l’antica passione per il metalcore alla Converge le velleità melodico-cantautoriali, corredato da una giostra stilistica perfino ingenua.

Nel disco si azzuffano dunque brani stridenti come “Dead Of Winter” (un vamp-rock alla Placebo) e “Mayfly” (Nirvana-style), il pub-rock di “Fall Days” e l’industrial-metal fragoroso di “Splatterbrain”, la comedy scanzonata di “Blood Red Blues” e il glam battagliero di “Failure”, o l’hard rock trasversale dei Faith No More di “Spacegirl Saturn”.

Ma Bredsky, non contento, arriva a fondere anche all’interno di uno stesso brano elementi stilistici diversi, per cercare di farne una sarabanda alla Beck. “The Coattail Rider” mischia distorsioni montanti alla Iron Maiden a una valanga elettrificata atonale, “Dead Battery” ricava un punto d’intersezione tra i Pink Floyd di “The Wall” e un vago umore stoner, e “Chine” riprende quello stesso umore e lo esalta con effetti ventosi, e dischiude un motto folk. “Return To Rain” riprende l’umore folk con accenti caraibici della slide e canto femmineo. “Trout”, che potrebbe essere uno strumentale suonato dai Pavement, contrappone il mood lo-fi a deformazioni elettroniche, e “Prospect Hill” è una canzone struggente che si trasfigura a allucinazione doom.

Se si riescono a metabolizzare eccessi di protagonismo e faciloneria, quest’album ha qualcosa da dire: il revisionismo dei 2000 è nient’altro che un gioco, neanche troppo sottile. Nondimeno, è la sua migliore collezione di svarioni prosaici, il miglior Brodsky dai tempi di “Jupiter” (2000), e un’accomodante dimostrazione di sprizzante non-coerenza.

(27/09/2008)