Vampire Weekend

Contra

2010 (XL Recordings) | alt-pop

Indie-pop non è un suono. È un modo di essere, un'idea della musica basata su un nocciolo duro di premesse: rifiuto dell'età adulta e della corporalità (ergo: idealizzazione dell'infanzia e dell'amore), rifiuto della società dello spettacolo (da cui il culto dell'autenticità e la nozione stessa di indie), rinuncia in partenza all'impegno politico.
Chitarre jingle-jangle, tasso di blackness prossimo allo zero, assenza di orpelli sono semplici conseguenza: l'anima dell'indie-pop è nell'agiatezza squattrinata - ma comunque assolutamente borghese - della gioventù bianca universitaria.

Di quando in quando, avviene che qualcuno si accorga del gioco di specchi e ridisegni le coordinate musicali del genere, riportando in superficie la sua essenza vitale. L'ultima volta, che ricordi, successe con gli Arcade Fire: era il 2004 e l'epicità corale di "Funeral" fece piazza pulita dell'equazione indie=individualità.
Eccoci, sei anni dopo, a un nuovo punto di svolta: "Contra" dei Vampire Weekend porta afro-pop, elettronica casereccia e fioriture orchestrali al centro del paradigma indie.
Non è certo il primo disco a flirtare con questi suoni. I pezzi di "Contra", però, non sono le solite canzoncine indie-pop vestite di eclettismo. I Vampire Weekend azzerano gli schemi collaudati del genere, per contare solo sulla forza delle proprie intuizioni. Mossa coraggiosa, forse anche un po' incosciente: un trasloco in un Nuovo Mondo tutto da costruire; nello zaino solo qualche disco di Paul Simon e un paio di tastierine Casio.
"Diplomat's Son" è il modello di questa rifondazione pop. Ritmino caraibico programmato su un synth da due soldi, aria frizzante e un po' nostalgica, melodia cristallina e garbata. Poi vaghi svolazzi orchestrali, ricami abbozzati quasi vergognandosene. Come una leggera linea di trucco disegnata davanti allo specchio e subito cancellata, per timore di esser colti dalla mamma a giocare con le "cose da grandi".

Tutto in "Contra" converge all'innocenza infantile. L'elettronica spartana, che fa molto oratorio (ce li avranno anche a New York? Mi sa di no). La cultura musicale africana come arca in cui si conserva un mondo idilliaco, "non corrotto" dalla spietatezza capitalistica della vita adulta. Lo zouk e il soca dell'eterna primavera antillana per rievocare i pomeriggi luminosi e infiniti della scuola elementare.
Ricordi di spensieratezza, nell'atmosfera soffusa di "Horchata" come nell'estro in levare di "Holiday". "Giving Up The Gun" è la più adoscenziale e discotecara del lotto, a un passo dal clima "festa del liceo" degli Stars: anche lei però è costellata di tintinnii e cori in falsetto, gocciole di pura nostalgia infantile.
E poi la voce. È nel tessuto stesso del timbro di Ezra Koenig il segreto di tutta la purezza del disco. Un'intonazione che non conosce il senso della parola "provocazione". Riescono perfino imbarazzanti, i vocalizzi asessuati in centro a "White Sky". Nessuna persona adulta avrebbe il coraggio di lanciarvisi, e anche se fosse il risultato sarebbe compromesso da sensualità, ormoni, ammiccamenti.
Altra prova di quanto Ezra Koenig sia non-adulto: i toni platonici con cui dipinge l'amore (o il non-amore, vedi "Taxi Cab"). Diversi pezzi ricordano il romanticismo idealizzato di "Odissey And Oracle", sia per i testi che per l'aria estatica e attonita che trapela dalla voce e dai delicati arpeggi di piano - quando non di clavicembalo.

Politica? Neanche l'ombra. I Vampire Weekend conoscono il colore dei calzini di Paul Simon, Peter Gabriel e Talking Heads, ma nel recepirne la lezione hanno espunto ogni intento filantropico; e non certo per risultare più credibili nelle logiche dello star system. È palese, allora, che il nuovo pop dei Vampire Weekend è in fin dei conti solo (solo?!) un cambio di skin del canone indie-pop: un modo inedito per toccare corde emotive che restano sensibili oggi quanto al tempo degli Smiths.

Coda canzonettara:


"Contra" conquista con le canzoni. Su dieci pezzi, qualche punto debole c'è: "Cousins", bigino Strokes+Volcano!+mutant disco senza troppo fascino, e "California English" che inspiegabilmente sente il bisogno di cavalcare l'autotune-mania che impazza nel mainstream dell'ultimo anno.
Falle ampiamente ripagate da due colpi di cannone: "Run" e "I Think UR A Contra".

Le due canzoni vivono su pianeti diversi. "I Think UR a Contra" è uno stagno, uno specchio d'acqua in cui seguire riflessi e relative distorsioni. Una melodia semplice e zuccherina, rifratta in un gioco dolcissimo di reiterazioni e rarefazioni. Note di piano sonnacchioso, echi di sottofondo, attimi di assoluta sospensione. Perfino qualche accenno di soul. Su tutto aleggia un'atmosfera tenera e oziosa, e il lento dondolio dell'ultima reprise è la miglior dissolvenza possibile per il finale del disco.
"Run" è invece un fiume in piena, tutto fiotti e risacche: impossibile resistere al suo incedere pulsante. Voce esile in principio, poi capace di picchi di euforia, fino all'apertura paradisiaca di un ritornello in puro stile Graceland. Ammesso che sia un ritornello: tra riff elettronici, incisi orchestrali e bridge semiaccennati è difficile districarsi nel flusso tortuoso del pezzo. Non è però detto tutto, perché la parte del leone la fa una batteria (programmata?) di esuberanza inaudita: inizialmente un po' timida sull'ennesimo tum-tapumpa caraibico, giunta a metà pezzo esplode in una selva di piatti mozzati e chiassosissmi gated drum. Quel che il drum'n'bass sarebbe stato se avesse scelto come base "Hounds Of Love" anziché l'Amen Break?

Avanzano sei canzoni, sei gemme pop che - non ho dubbi - ricorreranno spesso negli ascolti di quest'anno e lasceranno la loro traccia su musicisti e appassionati. Che il nuovo decennio inizi già a mostrare un colore diverso dal precedente?

(12/01/2010)

  • Tracklist
  1. Horchata
  2. White Sky
  3. Holiday
  4. California English
  5. Taxi Cab
  6. Run
  7. Cousins
  8. Giving up the Gun
  9. Diplomat's Son
  10. I Think UR a Contra

L'album è in streaming gratuito sul sito della band

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